Accuse vere e accuse false: qualche caso da manuale

identikitC’è chi, nel leggere gli “identikit” che abbiamo elaborato per il vero stalker, la vera vittima e la falsa vittima, ci ha criticati sostenendo che figure così definite non ne esistono nella realtà, che è tutto molto più eterogeneo di quanto la ricerca scientifica di settore abbia teorizzato. Restiamo convinti che non sia così, e la cronaca ci viene in aiuto.

Questa storia, raccontata da L’Espresso, è davvero il più perfetto standard mai rilevato di atti persecutori. Vittima naturalmente una donna, colpevole naturalmente un uomo. Che non si palesa, fa in modo che l’oggetto delle sue azioni ossessive non sappia la sua identità. E la tormenta in vari modi, facendole sentire addosso la vigilanza psicotica che ha sulla sua vita. La vittima, alla lunga, rimane isolata, in preda a un’ansia che in breve volge al patologico. Fortunatamente ciò non le impedisce di rivolgersi alle autorità, che di fronte a un caso da manuale, agiscono da par loro (sebbene con la lentezza connaturata alla molteplicità di casi che hanno da gestire). Partono le intercettazioni, e lo stalker viene identificato e bloccato. Risulta essere meno che un conoscente della vittima. Una persona sicuramente squilibrata. Nonostante l’arresto, ancora oggi la vittima denuncia stati d’ansia e paura.

Il-fascino-del-profViene da dire: signore e signori, ecco il vero stalking. Tutto torna perfettamente, non manca quasi nulla. E basta confrontare la vicenda con altri due casi per inquadrare ancora meglio la questione. In questo, avvenuto a Padova, la stalker sembrerebbe essere una donna, una studentessa che avrebbe ingenerato in un professore, con cui aveva avuto una tresca, ansia e paura da stalking. A ben guardare, la vicenda ha davvero pochi punti di contatto con gli atti persecutori. C’è stato un flirt improprio sotto il profilo etico (il professore è sposato) e deontologico (la ragazza è una sua studentessa). Quando lui ha interrotto la relazione, lei ha reagito in un modo non inquadrabile in nessun reato, o inquadrabile in altri reati che non lo stalking: forse è stata semplicemente molesta (si era innamorata e non si rassegnava), forse è diventata minacciosa (“dico di noi a tua moglie”), forse ha scantonato addirittura nel tentativo di ricatto ed estorsione (“mi fai assumere in Università o dico tutto a tua moglie”). Tutti casi molto diversi dallo stalking, tutti reati più o meno gravi degli atti persecutori. Ma tant’è, la giovane è stata impropriamente ammonita (e lo resterà per sempre) ex art.612 bis del Codice Penale. Così il professore ha la certezza che non potrà aprire bocca, se non vuole finire in carcere, sebbene la scorrettezza iniziale fosse la sua. Naturalmente, inutile dirlo, questa notizia non è uscita al di fuori dei confini dei media locali patavini, non ve n’è (e non ve ne sarà mai) traccia sui media mainstream.

Se quello del professore e della studentessa è un caso di interpretazione troppo estensiva, dunque impropria, del reato di stalking, qui abbiamo (anche in questo caso naturalmente relegato in cronaca locale) un caso da manuale di false accuse. Non c’entrano gli atti persecutori, in verità: esempi del genere ne abbiamo già portati parecchi. C’entra un reato molto più grave: lo stupro. Sì, quella cosa che occupa da tanto tempo le prime pagine di tutti i maggiori media, fino ad essere quasi percepito come un’emergenza nazionale. Fino forse a indurre a comportamenti emulativi, chissà. Fatto sta che una ragazza siciliana in vacanza a Napoli si è inventata di sana pianta di essere stata vittima di uno stupro di gruppo. Ha denunciato la cosa su Facebook, prima che alle autorità, che però si sono mosse subito. Mobilitazione generale, indagini e quant’altro, per poi scoprire che era la fantasia malata di una mente forse non troppo equilibrata. Per questo la giovane è stata incriminata per simulazione di reato. Riteremmo opportuno, visto il dilagare del fenomeno delle false accuse, un’incriminazione anche più grave o comunque la 14smassima severità verso questa persona. Non solo e non tanto per aver mobilitato inutilmente apparati dello Stato, ma perché nel suo piccolo ha contribuito a una narrazione della realtà già di per sé abbastanza falsata.

In questo caso le false accuse hanno riguardato un reato grave, “difficile”, come la violenza sessuale, che va provata in modo circostanziato e serio. Figuriamoci quanto fiocchino le false accuse per un reato ad accesso iper-facilitato e che non necessita di prova alcuna come quello di atti persecutori… Di fatto, in ogni caso, la cronaca conferma che i nostri identikit sono esatti. Peccato che la legge in vigore sia invece del tutto sbagliata.

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