Un’ingiustizia ampia come l’universo

11361396 - parents share child.Sono reduce dalla lettura di una ricerca giuridica chiamata “Il principio della bigenitorialità e la legge n.54 del 2006: diritto del minore?“, autori i ricercatori Yasmin Abo Loha e Fabio Nestola. Il testo è datato 2013, e mi è capitato tra le mani mentre cercavo di documentarmi su una tematica che, mea culpa, conoscevo molto poco, appunto il principio di bigenitorialità e come il nostro paese si sia regolato rispetto ad esso e alle molte sentenze di colpevolezza emesse a nostro carico dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Ho ritenuto di documentarmi perché, volenti o nolenti, la questione separazioni coniugali e la questione stalking sono più o meno direttamente imparentate. Prova ne sia che quella stessa ricerca riporta alcuni esempi di false accuse basate proprio sull’art. 612 bis del Codice Penale.

Da idealista, o forse semplicemente ingenuo, pensavo che le anomalie legate agli abusi della legge anti-stalking rappresentassero una sorta di stortura a sé, una cancrena che si mangiava poco a poco un corpo tutto sommato sano. La lettura del documento di Abo Loha e Nestola mi ha svelato che no, non è affatto così. Anzi l’anomalia ha proporzioni molto più ampie, profonde e sconcertanti di quanto pensassi. La sensazione che se ne trae è che l’intero sistema sia incancrenito in processi che, di fatto, oltre a essere talmente contraddittori da rasentare il ridicolo, negano i più semplici e basilari principi di giustizia ed equità. Si ha la sensazione di vivere in un contesto tutto e interamente impostato per determinare ingiustizie.

congedo-parentaleSolo per fare qualche esempio di contraddizione tragicomica: l’Italia sottoscrive e ratifica accordi internazionali, che hanno valore di legge sul piano nazionale, ma poi non fa nulla per applicarli. Ad esempio la “Convenzione sui diritti dell’infanzia”, ratificata nel 1991, nonché base proprio per il concetto di bigenitorialità. Ad oggi quella convenzione è stata disattesa (e da qui le condanne dall’Europa). Ben altro zelo, va fatto notare, sta mostrando il nostro paese nell’applicazione della assai meno sensata “Convenzione di Istanbul“. O ancora: la legge Turco (53/2000) sancisce che il padre ha diritto ad assentarsi dal lavoro anche a lungo per accudire i bambini. Dunque riconosce al maschio la capacità accudente, fin tanto che è marito. Quando c’è una separazione invece i giudici ritengono traumatizzante separare il figlio dalla madre. Paradossale.

Chi legge le riflessioni che ho fatto sui dati ISTAT sullo stalking tende a oppormi la poco discutibile argomentazione: “eh, comunque sono dati ufficiali”. Come se l’ufficialità escludesse a priori la manipolazione o la superficialità. Anche in questo caso ho rilevato che si tratta di un fenomeno che va ben al di là della questione atti persecutori. La ricerca riporta infatti come per anni l’ISTAT abbia sostenuto che l’affido condiviso, dunque il principio della bigenitorialità, si fosse affermato nel 90% casi. La fonte dei dati erano le sentenze di separazione o divorzio, tutte classificate come, appunto, affido condiviso. C’è voluta una ricerca privata per svelare che l’ISTAT si era “fumato” (volontariamente o no, non si sa) la modulistica pre-stampata che stava alle spalle di tali sentenze. Roba come questa:

Pagine da ABO_LOHA_NESTOLA

dove palesemente è già tutto deciso, a prescindere da qualunque procedimento. Una volta sgombrata casa (punto 2), il minore sta con mamma (punto 3) e babbo paga (punto 4).

O ancora roba come questa, un modulo presente fino al 2011 sul sito del Ministero della Giustizia, scaricabile e “consigliato” ai tribunali:

Pagine da ABO_LOHA_NESTOLA-2

Il punto 2 giustifica la definizione della sentenza come “affido condiviso”. Peccato che il punto 3 decida già a priori che di condiviso non c’è un bel nulla, e che babbo, come sempre, deve pagare. Però l’ISTAT se ne è stato per anni, ha registrato e pubblicato le sue belle percentuali, contribuendo a ostacolare l’emergere della verità dei fatti, ovvero che l’affido condiviso, stabilito per legge nel 2006, è lettera morta. Per onestà, alla fine anche bilancial’Istituto alla fine ha dovuto ammetterlo, ma è stato necessario arrivare al 2016 perché accadesse. Un’ammissione però non accompagnata, purtroppo, da una nota tipo: “scusate se per anni abbiamo pubblicato statistiche un pelo superficiali”.

Sullo stalking è probabilmente la stessa cosa. Occorrerà attendere una decina d’anni perché l’ISTAT ammetta che nei suoi dati c’era un pelo, ma giusto un pelo, di superficialità. Che poi questa abbia contribuito a confermare abusi e storture infinite sembra non importare a nessuno, in questo universo di ingiustizia dilagante, contro cui nessuno sembra aver voglia di alzare un dito.

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