La violenza femminile e il sostegno del sistema

rissa pestaggio-2-2Notizia: Buggiano, in provincia di Pistoia. Una coppia si sta separando. Di mezzo c’è un figlio. “Vedrai, quando arrivi per riportarmi il bambino trovi due che ti massacrano di botte. Vedrai”, dice a un certo punto la donna all’ex compagno. Lui pensa che sia una spacconata. Però, poco dopo, presente il figlio, appena scende dall’auto trova due tizi che lo massacrano di botte. Uno è il nuovo compagno della ex. Esito: una caviglia rotta e contusioni assortite. Un esito che probabilmente, per motivi di prestanza fisica, la donna non sarebbe riuscita ad ottenere da sola. Così ha agito per procura, ma la violenza, in ogni caso, va ascritta a lei come mandante, sebbene gli esecutori siano due uomini.

In questa vicenda due elementi essenzialmente saltano agli occhi, più altri accessori. Partendo da questi ultimi: la notizia non trova posto sui media mainstream, ci mancherebbe. Se ne ha traccia solo su “Il Tirreno”, edizione locale di Montecatini Terme. C’è già così da leccarsi le dita: trattandosi di violenza femminile su un uomo, è già un miracolo reperirne il resoconto da qualche parte. Altro elemento accessorio: nella rilevazione delle violenze “di genere”, un fatto come questo come viene classificato? Non mi stupirei a scoprire che ci si limita a considerare gli esecutori e la vittima. Ovvero che il fatto venga registrato come una violenza di maschi contro un maschio.

braccialtto-elettroncoGli elementi chiave della vicenda però in realtà sono altri due. Il primo riguarda l’esito della denuncia che l’uomo ha fatto alle forze dell’ordine dopo aver subito l’aggressione. Mandante ed esecutori sono stati arrestati e messi ai domiciliari. I due uomini con tanto di braccialetto elettronico, la donna no. Perché? La spiegazione è tanto banale quanto irrazionale: la prestanza fisica di lei non giustifica un controllo fisico sulla sua persona. Vero che i due uomini, dopo il pestaggio, hanno minacciato di morte la vittima, nel caso avesse denunciato, ma la donna rimane il mandante e la stratega di tutto. Eppure si ha un doppio trattamento, giustificato solo ed esclusivamente dal pregiudizio per cui una donna non rappresenta di per sé un pericolo, una minaccia, quasi per sua stessa intima natura. Dunque: niente braccialetto per lei. Viene da pensare che esista una deriva sessista anche nella gestione dell’ordine pubblico, ed è qualcosa di paradossale ma che la dice lunga sulle impostazioni del sistema.

L’altro elemento chiave è proprio il contenzioso di separazione, la cui gestione i due avevano demandato a un Tribunale civile. Stando al resoconto dato da “Il Tirreno”, le relazioni tra i due sono trascese, degenerando in conflitto violento, proprio a seguito di quel processo. Non è casuale. Molta sociologia sostiene che una coppia che si separa perde la capacità di trovare in se stessa regole di equilibrio positivo, anche quando in gioco vi è un valore superiore come un figlio comune. Finito di essere coppia, le persone non riescono a rimanere per lo meno genitori, non sono più in grado di trovare terreni di auto-regolamentazione basati sulla tutela della prole.

tribunaleAd oggi il sistema fornisce a questo tipo di coppie una soluzione sola: il tribunale. Che però, per sua natura, non tutela e non promuove le capacità relazionali e auto-regolative, bensì i diritti individuali. In altre parole i tribunali sono fatti per definire chi ha ragione e chi ha torto, chi è il colpevole e chi è la vittima. Il contesto è quindi oppositivo: i tribunali si nutrono della conflittualità delle parti. Rivolgersi ad essi significa alimentare quella conflittualità, perché l’obiettivo è affermare la supremazia dei diritti dell’uno a discapito della controparte. Tutto questo non è ciò di cui ha bisogno una coppia in separazione, e ancor meno un figlio che da essa abbia avuto origine e dalle cui decisioni dipenda.

In una coppia in separazione, gli individui che la compongono distaccano il piano di dialogo che fino a quel momento avevano condiviso, e inevitabilmente lo allontanano l’uno dall’altra. Ciò che essi dovrebbero trovare nel sistema, ancor più se c’è un minore di mezzo, non è un apparato che renda ancora di più siderale la distanza tra i due piani, portandoli all’ostilità e al conflitto, bensì un elemento di collegamento che, imperniandosi proprio sugli interessi del minore, faciliti il riavvicinamento, il dialogo, la comunicazione, preservando, pur nella disgregazione del rapporto amoroso, il ruolo genitoriale.

11361396 - parents share child.

Niente di tutto ciò avviene. Alla fine la coppia in separazione trova un apparato che dal contrasto li porta alla guerra. Una guerra dove l’apparato ha la tendenza (culturale, tradizionale o chissà che altro) a schierarsi pregiudizialmente verso una parte sola. Tanto da sollevarla dalla necessità di un controllo diretto attraverso un braccialetto elettronico e, chissà, forse anche tanto da indurla a pensare di poter organizzare pestaggi e violenze assortite senza il timore di essere chiamata a un’assuzione di responsabilità. Sarebbe utile, alla luce di questa chiave di lettura, sapere poi qual è stato l’esito del contenzioso civile di separazione di questa coppia, a chi sarà affidato il figlio, eccetera. Sarò eccessivamente cinico, ma sarei pronto a scommettere già ora sull’esito di quel processo…

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