La (dis)parità di genere certificata dall’ISTAT

17434893_1276219282432337_8487544658884145592_oIl 25 ottobre scorso l’ISTAT ha pubblicato sul suo sito gli esiti di una “Indagine conoscitiva in materia di parità tra donne e uomini”, presentandola anche, sotto forma di audizione del Presidente dell’Istituto, alla Commissione Affari Costituzionali della Camera di Deputati. Tutta la documentazione, numeri compresi, è reperibile qui. E i risultati, così come le riflessioni del Presidente dell’ISTAT, sono estremamente interessanti. Proviamo a sintetizzarli.

  1. In Italia le donne sono più scolarizzate degli uomini, a tutti i livelli, fino a quello universitario, con aumenti sensibili anche nei settori tecnici tipicamente maschili. Sono in maggioranza i maschi a lasciare gli studi anzitempo.
  2. Le differenze tra uomini e donne nel reperimento di un impiego sono pressoché nulle, e per entrambi la possibilità di trovare un lavoro si abbassa con l’abbassarsi del livello di titolo di studio. Quando le differenze si ampliano, dice l’ISTAT, è perché le donne non sono messe in condizioni di conciliare carriera e lavoro.
  3. A parità di mansioni e inquadramento, le differenze di reddito tra donne e uomini è pressoché irrilevante.
  4. Uguale per il tasso di disoccupazione, che è praticamente lo stesso tra donne e uomini, e scende o sale per entrambi a seconda che ci sia crisi generale o meno.
  5. La qualità delle posizioni professionali reperite dalle donne è in potente aumento, specie nell’ambito dei servizi, ma anche in ambito tecnico.
  6. La nuova imprenditoria femminile è inferiore di solo dieci punti percentuali alla nuova imprenditoria maschile.
  7. Le donne risultano svantaggiate nella “qualità del lavoro”, dovendo subire spesso fenomeni come il part-time involontario.
  8. Aumentata esponenzialmente la presenza femminile nei ruoli apicali (manager, elette al Parlamento, eccetera).
  9. Solo il 43,3% delle donne percepisce un reddito da lavoro, contro il 62% degli uomini. Un divario simile c’è anche nel caso di lavoro autonomo.
  10. Il 43,7% delle donne beneficia di trasferimenti sociali, contro il 51,8 dei maschi, ma le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati (52,7%)
  11. In Italia vi sono più di 7 milioni di casalinghe che non percepiscono alcun reddito diretto.

morti-sul-lavoroQueste in estrema sintesi sono le risultanze della ricerca sulla “parità” uomo-donna. A parte due o tre indicatori, va detto, non sembra che le donne se la passino così male. E dunque vediamo questi indicatori negativi. Pare che le donne siano svantaggiate nella qualità delle posizioni professionali, perché spesso costrette dagli obblighi familiari a contratti instabili o al “part-time involontario”. Pur essendo una ricerca sulla “parità” uomo-donna, l’attenzione è talmente incentrata sull’aspetto femminile che non si menziona che quello svantaggio delle donne è compensato, anche troppo abbondantemente, dal monopolio maschile dei lavori più pericolosi. Prova ne sia che il numero di morti sul lavoro è nella quasi totalità appannaggio dei maschi. Un dato nascosto dal punto 5, dove si dice che le donne sono in gran parte tutte comodamente impiegate in lavori comodi e confortevoli, il che è un bene. L’altro lato della medaglia però non viene citato. Forse perché una parità vera in quel senso non sarebbe auspicabile da una delle parti in causa.

La stessa riflessione può essere ribaltata sul punto 9. I redditi da lavoro (dipendente o autonomo) derivano dal lavoro che si fa. Non c’è un approfondimento se il vantaggio maschile è frutto, ad esempio, dal monopolio di determinate professioni ad alto rischio o che richiedono una grande fatica. Redistribuendo equamente quegli impieghi forse le due percentuali si avvicinerebbero? Siamo certi di sì, e ci sarebbero conseguenze anche sul punto 10: non è casuale che tra i pensionati ci siano più donne. Gli uomini vivono di meno. Perché muoiono sul lavoro. O, dice qualche spiritoso, perché si sposano con le donne… Scherzi a parte, quell’alta quota di donne in pensione riceve un reddito più basso perché gode del privilegio (a termine, per fortuna) di andare in pensione prima dell’uomo. Non solo: ha anche quello di accaparrarsi parte della pensione del marito, quando questo passa a miglior vita.

blogdilifestyle_1c1cafef6a81bf4fb7cf834b9fb39ea4Altro discorso, ma troppo ampio per essere affrontato qui, è quello delle casalinghe. Che, si dice, non percepiscono alcun reddito. Io ho aggiunto, nella sintesi, il termine “diretto”. Perché la casalinga sposata (nella maggior parte dei casi) un reddito ce l’ha: quello che il marito condivide all’interno del progetto comune di famiglia, dove la donna si è assunta il ruolo difficile di casalinga, appunto.

Di questo passo, insomma, il tanto auspicato sorpasso del genere femminile su quello maschile avverrà. D’altra parte, così dice il documento ISTAT, c’è

uno stretto collegamento tra empowerment delle donne e sviluppo sostenibile.

Quale sia questo stretto collegamento non è chiaro. Tanto meno si capisce quale strategia ci sia dietro questa intenzione di potenziare (“empowerment”) le donne rispetto agli uomini. C’è alla base una visione di futuro? E se sì, esso esclude l’elemento maschile o lo riduce a mero “difetto di fabbricazione” da rieducare o perseguire legalmente? Queste domande fanno un diretto riferimento a quello che il documento ISTAT individua come, sostanzialmente, il più grosso problema odierno per le donne italiane: la palla al piede dei “doveri domestici e familiari”.

parità-tra-uomini-e-donneNon è nell’empowerment di una parte sola di un soggetto multiplo e paritario, qual è la famiglia, che si trova la soluzione in prospettiva di un bilanciamento dei generi. La questione è a monte: cosa si vuole fare dell’istituto tradizionale della famiglia nell’ottica dell’avvenire? Lo si archivia del tutto, magari demonizzandolo e continuando ad affermare la realtà attuale, individualistica e atomizzata, con tutti i disastri che si sta portando appresso, oppure lo si recupera e lo si reinventa adattandolo alle nuove condizioni socio-economiche attuali e possibilmente future? Le donne ancora vivono la contraddizione famiglia/lavoro, mentre gli uomini da tempo ormai si sono mostrati capaci di reinterpretare il proprio ruolo tradizionale. E forse proprio per questo continuano a essere massacrati dalla narrazione comune e sostanzialmente esclusi da analisi di dettaglio del loro vissuto, come accade in questo studio dell’ISTAT che, sebbene parli di “parità”, è come al solito tutto declinato al femminile.

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