Le start-up del terrore

fa28b9b9-24bf-45ae-beca-3609371db5c7_mediumDicevo nell’ultimo articolo di come l’Italia, secondo una ricerca europea, risulti essere tra i paesi meno a rischio relativamente alle violenze e agli abusi nei confronti delle donne. Ma anche come quelle stesse donne percepissero un livello di pericolo significativamente più alto di quello da esse stesse testimoniato nei sondaggi. Una percezione sicuramente in gran parte indotta dal tipo di comunicazione che da molto tempo viene veicolata in Italia, ultimamente con eccessi parossistici, con la creazione di un clima di terrore di proporzioni prive di qualunque fondamento.

Nella ricerca di un motivo sensato alla base di questo trend comunicazionale, ho acquisito la chiave di lettura già da tempo suggerita dal ricercatore Fabio Nestola: il terrore diffuso, sebbene infondato, è strumentale a creare una domanda pressante di leggi repressive, da un lato, e dall’altro di strutture che coadiuvino lo Stato nel gestire un’emergenza che, è bene ripeterlo, non esiste nelle proporzioni in cui viene raccontata. Ovvero è una “bolla”. In altre parole: il terrore diffuso per gli abusi sulle donne porta alla falsa necessità di centri antiviolenza e case rifugio, al proliferare delle quali, sostenute da fondi pubblici, si ha un aumento dell’occupazione, e dunque anche un ritorno elettorale.

cropped-banner0121.jpgNel libro “Stalker sarai tu”, in uscita a fine novembre, a queste motivazioni di base aggiungo ulteriori chiavi di lettura, ma qui, per il momento, vorrei soffermarmi solo sull’aspetto appena suggerito. Che, così espresso, sembra avere mero carattere di ipotesi formulata secondo il sempre valido adagio: “a pensar male si commette peccato ma molto spesso ci si azzecca”. Eppure l’ipotesi è supportata da ulteriori indizi, considerando i quali essa può assumere molta più sostanza. Il primo dei quali riguarda i criteri stabiliti per legge nel 2015 per l’apertura di un centro anti-violenza o similari.

I criteri possono essere reperiti, tra l’altro, qui. Vediamoli in sintesi. Per assecondare la “bolla”, ossia per dare l’avvio a una start-up del terrore, occorre che:

  1. il Centro, che può articolarsi sul territorio nazionale, garantisca un’apertura di almeno 5 giorni a settimana;
  2. abbia un numero di telefono dedicato disponibile 24 ore su 24, anche collegato al numero di pubblica utilità 1522;
  3. garantisca gratuitamente attività di ascolto, accoglienza, assistenza psicologica individuale o di gruppo, supporto ai minori che abbiano assistito a violenze, orientamento al lavoro e all’autonomia abitativa;
  4. abbia strutture accessibili, sicure, rispettose della privacy e garantire che i soggetti denunciati o accusati di violenza non abbiano accesso.

I requisiti per le Case Rifugio, invece, sono i seguenti:

  1. devono essere strutture dedicate a indirizzo segreto destinate a donne e ai loro figli, quando in pericolo di subire violenze o abusi;
  2. devono rispettare gli ordinari requisiti di abitabilità;
  3. devono raccordarsi con i Centri Antiviolenza;
  4. devono elaborare progetti personalizzati per la fuoriuscita delle vittime dalla violenza;
  5. operare in modo integrato con i servizi socio-sanitari territoriali;
  6. integrare servizi educativi per i minori ospitati.

Come si vede, i requisiti sono in ogni caso imperniati su due elementi: le infrastrutture e le funzioni. Ossia come debbano essere i locali dei centri antiviolenza e case rifugio, e cosa debbano fare. Pare solo a me che vi sia un convitato di pietra in tutto questo, ovvero la definizione di chi possa aprire e gestire una di queste strutture? In particolare non mancano forse i requisiti professionali per svolgere un ruolo così delicato come la gestione di persone, o meglio donne (gli uomini non sono contemplati naturalmente) e minori, vittime di violenza?

disoccupazione-giovanileIn un paese come il nostro, dove serve un certificato, quando non una laurea, per svolgere anche il più umile e normale dei lavori, chiunque può aprire un centro anti-violenza o una casa rifugio. Ci si attenderebbe tra i requisiti il possesso di fior di lauree o master in psicologia, psichiatria, criminologia, scienze dell’educazione, e in aggiunta magari diversi anni di tirocinio o esperienza diretta. Insomma, non si tratta di baby-parking (dove tra l’altro per legge sono definiti in modo vincolante i requisiti degli operatori), ma di posti dove donne e bambini vittime di violenze dovrebbero trovare supporto effettivo. Invece niente, non una parola sui requisiti degli operatori. Chiunque, ripeto, chiunque può aprirne uno.

Nella maggior parte dei casi a gestire queste strutture sono persone che “vantano” un certificato di counselor, acquisito dopo un corso di un mesetto riconosciuto da nessuno, esattamente come la figura professionale in uscita (di questo ibrido furbetto parleremo in futuro). Tuttavia si tratta di un titolo professionale non richiesto né definito né riconosciuto dalla legge. E non è casuale. Per lo meno, a mio avviso, rappresenta un indizio del fatto che si sia voluto aprire l’accesso alle nuove start-up del terrore all’ampia platea di disoccupati, a prescindere da qualunque loro preparazione. L’obiettivo è quello di creare occupazione a spese pubbliche (giustificate da un’emergenza non-emergenza), raccattare voti, far incrementare le statistiche sulle persone che lavorano. Gli oltre 450 centri anti-violenza in Italia si giustificano così (e purtroppo non ci sono dati ufficiali sull’occupazione creata direttamente e per indotto).

9788868010133_0_0_1211_75Se si fossero stabiliti requisiti sensati per gli operatori, probabilmente ce ne sarebbero meno della metà (comunque troppi rispetto alle dimensioni del fenomeno). Ma per lo meno ci sarebbe la certezza che donne e minori (uomini no, naturalmente) vittime di violenze e abusi finiscano in mani consapevoli, preparate, professionali, capaci di entrare nel profondo del problema e di suggerire soluzioni davvero mirate. Ad oggi, invece, in gran parte dei casi, le situazioni realmente problematiche vengono lasciate all’improvvisazione di persone prive di preparazione. Ed è forse anche per questo che esistono centri anti-violenza che promuovono la prevenzione allo stalking attraverso corsi di close combat, e che ad essi viene attribuita, anche da voci autorevoli, la proliferazione del fenomeno delle false accuse.

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