Terrorismo di genere mi costi, ma quanto mi costi…

donna-stressata1Proseguo nella disamina della situazione paradossale che da tempo stiamo vivendo nel nostro paese, con una comunicazione isterica al limite del parossismo nel mettere gli abusi contro le donne talmente al centro dell’attenzione da renderla quasi un’emergenza nazionale. Il tutto contro i dati di fatto e gli stessi sondaggi effettuati nell’ambito del mondo femminile. Abbiamo colto ieri un indizio che aiuta a spiegare il fenomeno, e che in buona parte sostiene una delle nostre tesi: l’imperante terrorismo di genere serve a giustificare il dilagare di quelle che ho chiamato “le start-up del terrore“. Un dilagare che garantisce posti di lavoro e ritorno elettorale.

I posti di lavoro, tuttavia, vanno pagati. Dunque servono delle risorse. Solitamente, così dicono le più elementari leggi dell’economia e del commercio, il lavoro c’è se serve a soddisfare una domanda, ed è dal soddisfacimento di questa che si traggono le risorse che remunerano il lavoro. Se non c’è domanda, il lavoro, e dunque anche la remunerazione, scompaiono. A meno che, come nel caso in questione, la domanda non venga sollecitata artificialmente, con la creazione di allarmi sovradimensionati rispetto al bisogno reale. Nel caso, il lavoro non può reggersi da solo, non è remunerativo, a meno che non sia pagato da altri “a babbo morto”. E chi più delle casse pubbliche può ottemperare a questa funzione?

Ecco quindi i numeri. Il “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, datato 11/08/2015, emanato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sentito il Dipartimento per le Pari Opportunità e gli altri ministeri coinvolti, ricapitola gli stanziamenti precedenti e quelli per il 2016:

  • 10 milioni di euro per il 2013 (Legge 119/2013)
  • 10 milioni di euro per il 2014 (Legge 147/2013)
  • 9.119.726 milioni di euro per il 2015 (Legge 147/2013)
  • 10 milioni di euro per il 2016 (Legge 147/2013)

A questi 40 milioni di euro stanziati per tranche annuali, il Piano aggiunge ulteriori risorse tratte dal Piano Operativo Nazionale del Ministero dell’Istruzione. Non per il recupero dell’edilizia scolastica, né per aumentare gli stipendi alla chiave di volta dello sviluppo di un paese, ovvero gli insegnanti, bensì

  • 13 milioni di euro a regioni e province autonome da distribuire per attività di formazione e ausilio
  • 7 milioni di euro per azioni di prevenzione
  • 2 milioni di euro per la “Banca dati nazionale dedicata al fenomeno della violenza”
  • 7 milioni di euro per “progetti di rete”

A conti fatti, tra il 2013 e il 2016, dunque, sono stati stanziati quasi 70 milioni di euro per attività di contrasto alla violenza… sessuale e di genere? Così dice il titolo. Ma al suo interno il Piano è esplicito nel dire che si tratta di

… risorse dedicate ad azioni volte a contrastare il fenomeno della violenza maschile contro le donne, anche per lo sviluppo di specifiche misure volte al reinserimento sociale e lavorativo delle donne.

Ovvero per dire che dunque il Piano stesso è discriminante. Per lo meno sussume che la violenza sia sempre del maschio (non dell’uomo) contro la donna (non la femmina), o che la violenza della donna sull’uomo non esista, o ancora che quella contro le donne sia una sorta di emergenza nazionale, stracciando così il velo dell’ipocrisia del suo stesso titolo.

donnericche-696x4641-300x200Se circa 455 sono i centri anti-violenza e le case rifugio in Italia, i conti della serva, euro più euro meno, sono presto fatti. Ognuna di esse si è mossa fino all’anno scorso per spartirsi una fetta di soldi pubblici ampia in una forbice di circa 130.000/150.000 euro ciascuna. Abbastanza per ognuna per pagarsi l’affitto di una sede e stipendi a tutti gli operatori, con in più un po’ di grasso che cola, andando a incrementare, e non di poco, le percentuali di occupati in Italia. Se un motivo si vuole trovare alla continua proliferazione di questi soggetti, eccola qua.

Probabilmente è proprio per assecondare questo boom artificiale che attualmente è in discussione, nella legge di stabilità 2017/2019, un aumento della dotazione del Piano di altri 5 milioni di euro, con la disposizione di far confluire il tutto nelle casse del Dipartimento delle Pari Opportunità. Certo tutto questo denaro per tutta questa gente che trova impiego ma giornalmente ha poco da fare potrebbe sembrare uno spreco, ma l’alibi è già pronto: il sommerso è tantissimo. Innumerevoli le donne che non denunciano. Quindi la domanda “potenziale” c’è. Indimostrata e in una proporzione misteriosa ma c’è. E il gran numero di centri anti-violenza, si dice, potrebbe anzi aiutare a far emergere il sommerso. Il che spesso significa convincere donne che non sono abusate a inventarsi qualcosa per sporgere denuncia.

parità-tra-uomini-e-donne

Di frequente chi ha letto la proposta qui elaborata per una nuova legge anti-stalking ha avuto motivi di criticare la sua sostenibilità economica, dato che in molte parti si richiederebbe un sostegno pubblico per la sua messa in atto. Se le cifre sopra citate venissero riportate alla reale necessità, e se dunque si cessasse di dopare la domanda, molte delle attività che oggi prosperano inutilmente verrebbero meno. Ci sarebbero sicuramente meno posti di lavoro (inutili), meno riscontri elettorali, ma altrettanto sicuramente ci sarebbe più giustizia. Si tratta di scegliere.

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