L’origine della holding “anti-violenza”

no_violenzaHo dedicato l’intera settimana all’argomento della holding di interessi che circuita attorno alla questione della violenza sulle donne, concentrandomi particolarmente su un fenomeno molto attivo nel nostro paese: i centri anti-violenza, case-rifugio e similari. Ho voluto descrivere la situazione dando una chiave di lettura che spiegasse il dilagare di queste organizzazioni, il parossistico supporto mediatico e istituzionale di cui godono, individuando anche la spesa pubblica ad essi associata. Ciò che manca al quadro è l’origine di questo fenomeno. Perché in Italia (ma non solo) sussiste questa anomalia? La radice di tutto è nella “Convenzione di Istanbul”.

Tecnicamente è detta “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica“. Approvata e aperta alla ratifica ai paesi di tutto il mondo, e specialmente di quelli dell’UE, nel 2011, ad oggi è stata acquisita nell’ordinamento di Italia, Portogallo, Austria, Spagna, Danimarca, Svezia, Francia, Malta, Slovenia, Finlandia, Polonia, Paesi Bassi. Oltre a questi paesi dell’Unione, è stata ratificata nientemeno che da Albania, Turchia, Montenegro, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Andorra, Principato di Monaco, Slovenia. Ventisei ratifiche in tutto raccolte in sei anni, con grandi assenti in ambito comunitario (Gran Bretagna e Germania), per non parlare di quello mondiale (Russia, India, Brasile, USA, eccetera). Tra questi, buona parte sono paesi in attesa di essere ammessi nell’UE, e che dunque ratificherebbero qualunque cosa pur di accreditarsi.

Istanbul_ConventionIn termini di diritto internazionale, insomma, la Convenzione è un flop. Non è un caso che, consapevole di ciò, la UE commissiona a proprie agenzie statistiche mirate a fare pressione su chi non ha ancora ratificato e attualmente ancora snobba questo testo. Viene da chiedersi il motivo di ciò, ovvero la domanda è: questa convenzione è davvero, come dovrebbero essere gli accordi di questo tipo, una conquista per l’umanità? A ben guardare si possono nutrire dubbi. A partire dal fatto che essa acquisisce interamente le raccomandazioni del comitato che ha spinto per questo accordo e che, dichiaratamente, si pone in modo non imparziale in un’ottica femminile nell’osservazione delle criticità del mondo.

Quello che ne risulta è una convenzione estremamente debole dal lato del diritto, palesemente ideologica e faziosa, pur se l’approccio è maldestramente coperto da goffi tentativi di apparire imparziali. La prova è già nel titolo: la convenzione è dedicata al contrasto “alla violenza contro le donne”, ma anche contro la “violenza domestica”. Perché questa declinazione specifica limitata all’ambito domestico? Citando lo studioso Fabio Nestola:

…per quale motivo la violenza domestica non sarebbe compresa nell’espressione più generica “violenza contro le donne”?
A cosa serve citarla ogni volta come se fosse una fattispecie di violenza autonoma?
Allora perché non citare anche l’eventuale violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica nei luoghi di lavoro?
Perché non nei parchi e sulle spiagge, in metropolitana, in strada, negli ospedali, nei locali pubblici?
Il Preambolo contiene la frase-chiave che orienta i successivi articoli: alla lettera G riconosce che anche gli uomini possono essere vittime di violenza domestica. È la mano di vernice che dovrebbe rendere politicamente corretto tutto il resto. Basta citare “e la violenza domestica” ed ecco che le misure protettive sono formalmente allargate a qualsiasi persona vittima di violenza, a prescindere dal genere.
Formalmente.
Nella pratica poi le cose cambiano, e cambiano radicalmente.

Andare in cerca nel dettaglio delle anomalie del testo della Convenzione è un gioco quasi divertente, se non fosse sconfortante. All’art. 3/f, ad esempio, si specifica che quando si parla di “donne”, si intendono anche le ragazze con meno di 18 anni. Non è chiaro se, quelle poche volte che si parla di “uomini” vale la stessa cosa. Bellissima poi la lettera dell’art. 4/a: “Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per promuovere e tutelare il diritto di tutti gli individui, e segnatamente delle donne, di vivere liberi dalla violenza, sia nella vita pubblica che privata“. Citiamo ancora Nestola:

Il diritto di vivere liberi da ogni violenza appartiene in particolar modo alle donne.
Ovvero appartiene a tutti gli individui, ma alle donne un po’ di più.
Piaccia o meno, “segnatamente” vuol dire questo.
È folle immaginare una convenzione sull’uguaglianza razziale ove sia scritto che ogni etnia, segnatamente gli ispanici, abbia pari dignità.
O una convenzione per la libertà confessionale ove sia scritto che ogni religione, segnatamente il buddismo, sia ugualmente professabile.
Poi non ci stupiamo se il gioiellino incontra delle difficoltà ad essere ratificato da tutti i Paesi UE e da gran parte dei paesi del mondo.

invito-conv-ista-jpeg1Il punto centrale della Convenzione, tuttavia, rispetto all’approccio che abbiamo tenuto in questa settimana, sono gli articoli 8 e 9, relativi al riconoscimento, sostegno e incoraggiamento delle associazioni operanti sul territorio e il finanziamento delle loro attività. In questa parte si dà il gancio ai paesi che volessero ratificare la Convenzione per buttare fondi a pioggia su nuove iniziative imprenditoriali, nuovi posti di lavoro, dunque voti, anche senza una misura preventiva del fabbisogno legato al fenomeno, che si presume a prescindere allarmante. E se per caso qualcuno dubitasse di tale presunzione, ulteriori iniziative istituzionali coinvolgenti Governo, Parlamento, Magistratura e soprattutto media, giungeranno a persuadere l’opinione pubblica che più centri di sostegno ci sono e meglio è, visto il dilagare del fenomeno che ha reso indispensabile la Convenzione di Istanbul.

Nel dettaglio gli articoli 8 e 9 sono pieni di ulteriori contraddizioni, nel loro tentativo di apparire imparziali, e soprattutto nel modo con cui sono stati poi interpretati dagli Stati ratificatori, Italia in primis. Che restano, forse proprio per questa natura ideologica e sbilanciata della Convenzione, pochini pochini. L’entrata in vigore dell’accordo infatti richiedeva la ratifica di almeno otto paesi UE. In sei anni se ne sono raccattate undici. Più una manciata di paesi extraeuropei di rilevanza geopolitica estremamente limitata. Nonostante le pressioni, interi continenti sono assenti e si tengono ben alla larga da questo accordo. Che però, per chi l’ha sottoscritto, ha rappresentato e rappresenta tuttora un alibi perfetto per dare l’avvio a tutte le anomalie di cui si è parlato negli articoli di questa settimana.

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