Il “patriarcato”… ma dove?

decapitazioneNelle mie scorribande su quell’inferno dell’epoca contemporanea che è Twitter, mi sono imbattuto ieri in un articolo di Giulia Siviero, giornalista femminista (almeno così desumo dal suo motto su Twitter “Per ogni donna che lavora ci vorrebbe una moglie”) che scrive su “Il Post”. L’articolo elabora una specie di risposta a Luca Sofri, anch’egli giornalista, che in un suo pezzo richiamava, per la questione delle molestie denunciate per via televisiva et similia, la necessità di una preservazione dei principi dello Stato di Diritto. A partire dal fatto che gli abusi vanno denunciati, provati e giudicati dagli organismi competenti, prima o invece che rivolgersi a “Le Iene” o ad altri esponenti del circo mediatico.

Non è granché interessante cercare di comprendere le argomentazioni che la Siviero utilizza nel suo “mattone”. Tutto si riduce a una ricerca affannosa dell’ennesima deroga alle regole condivise da riservarsi alle donne “inquantodonne”. Vale la pena leggerlo tutto solo per il gusto di osservare il vuoto pneumatico che si crea quando si parte da presupposti meramente ideologici. In realtà, per comprendere il taglio dell’articolo, sarebbe sufficiente limitarsi al paragrafo iniziale, laddove si dice

Il fatto è politico e si chiama fine del patriarcato, cioè di quel sistema basato sul silenzio-assenso delle donne al sistema maschile.

femm1762Mi colpisce sempre l’uso disinvolto della parola “patriarcato” sulle labbra di coloro che assumono questo tipo di posizione. E’ una sorta di formula magica con cui si riconoscono a vicenda, si aggregano e affermano un’identità. Sebbene si tratti di una parola oggi del tutto priva di significato. Poteva avere molto senso utilizzarla quando ancora in Italia vigeva un diritto di famiglia ereditato dall’800 e filtrato dal regime fascista, quando esisteva il delitto di adulterio (ma solo a carico delle donne), quando era consentito il concubinato o era vigente il delitto d’onore. Allora sì, il puzzo di patriarcato, per lo meno nell’ordinamento nazionale, era nettamente percepibile. Il movimento femminista dei ’60 e ’70 però ne ha fatto piazza pulita. E questa è storia, non è un’opinione.

E se non bastasse la storia, esistono i dati di fatto. Basta elencarli per rendersi conto che siamo piuttosto lontandi da un contesto patriarcale, dove il maschio è in condizione di organizzare cultura e comunità a vantaggio del dominio del proprio genere sull’altro. A ben guardare, e riprendendo la frase della Siviero, le donne se la passano piuttosto bene, se davvero assentono tacendo a un presunto sistema maschile. Il tutto considerando che oggi in Italia le donne:

  • hanno un maggiore accesso all’alta istruzione degli uomini (dati ISTAT);
  • hanno un accesso al lavoro di poco inferiore a quello degli uomini (dati ISTAT);
  • hanno un livello salariale pressoché identico, a parità di mansioni, a quello degli uomini (dati ISTAT);
  • possono trarre vantaggio da legislazioni incentivanti l’imprenditoria femminile, che per gli uomini non esistono;
  • possono contare su iniziative difensive e incentivanti di un Ministero delle Pari Opportunità che, in onta al suo stesso nome, si occupa esclusivamente del mondo femminile;
  • hanno il monopolio dei lavori non usuranti e non pericolosi;
  • sono una schiacciante minoranza nelle statistiche dei morti sul lavoro (la maggioranza è maschile, ovviamente);
  • sono una schiacciante minoranza nelle statistiche sui suicidi (la maggioranza è maschile, ovviamente);
  • sono una schiacciante minoranza nelle statistiche sui senza-tetto (la maggioranza è maschile, ovviamente);
  • a parità di delitto commesso e provato, vengono condannate a pene minori e più lievi degli uomini;
  • a parità di reato denunciato, hanno vie preferenziali nelle procedure giudiziarie;
  • in fase di separazione coniugale vengono sistematicamente favorite dalla Magistratura che, con un approccio sovversivo, omette di applicare la legge sulla Bigenitorialità (54/2006), garantendo loro un vitalizio a vita, l’affido della prole e ogni altra garanzia;
  • possono abbandonare un figlio indesiderato senza patire alcuna conseguenza, mentre l’uomo presunto padre può essere forzato alla prova del DNA;
  • a parità di lavoro, vanno in pensione prima degli uomini;
  • vivono in un paese dove sui circa 450 centri antiviolenza non uno è attrezzato per accogliere uomini (ovvero sono tutti attrezzati per accogliere donne);
  • godono di una narrazione culturale diffusa per cui risultano sollevate dagli aspetti meno comodi della “parità” (non è accettabile che una donna “mantenga” un uomo, ad esempio…)

L’elenco potrebbe continuare a lungo, diventando infinito se ci si aggiungesse il supporto mediatico odierno riservato alle donne, che va ben oltre l’isteria e il parossismo. In realtà ho solo citato i primi aspetti che mi sono venuti in mente di questa società e di questo orribile sistema patriarcale che le donne, stando alla Siviero, accettano tacitamente. E che, se fosse reale, il maschio sembrerebbe aver costruito non a sua preservazione ma, bizzarramente, a sua destrutturazione. Perché se un sistema patriarcale ha le caratteristiche che ho elencato, viene da chiedersi cosa mai potrebbe essere un sistema genuinamente matriarcale…

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2 commenti

  1. Ma le femministe non vogliono mica il matriarcato: vogliono il patriarcato con le donne al posto degli uomini.
    Peccato che in Italia non sia stato fatto un sondaggio su quante donne si ritengano femministe, negli Stati Uniti e in Inghilterra è stato fatto e la percentuale è al di sotto del 20%, eppure sono riuscite a tirare su dei gruppi d’interesse che riescono a porsi come interlocutori diretti del governo. Spero che da noi non siano così rumorose, che qua non siamo tanto sventi a difendere la democrazia purtroppo.

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    1. Da noi sono anche meno. Irrilevanti numericamente e per le argomentazioni che portano. Il problema è che alcuni politici hanno saldato i loro interessi elettorali ad alcuni interessi economici che al femminismo radicale fanno riferimento. Con i media al seguito. Da qui il pateracchio odierno.

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