Gli abusi di una giustizia per indignazione popolare

115642414-2fb0156d-55eb-48e8-a06a-bb9e9eb62916Sabato scorso l’opinione pubblica nazionale, ben rappresentata dai vari post e tweet nei social, si è trasversalmente indignata per la notizia della scarcerazione del 51enne barese accusato di stalking e abusi sessuali su una dottoressa, commessi durante il  turno di guardia medica della donna. Opinionisti di vario ordine e grado hanno preso posizione condannando la decisione dei giudici del Riesame, mentre sul web si scatenavano gli analfabeti funzionali, auspicando punizioni esemplari per il colpevole (già tale vox populi e non dopo un regolare processo), ma anche, tra un “mi vergogno di essere italiano” e l’altro, per quei magistrati che gli avevano restituito la libertà.

La scarcerazione è giustificata a termini di legge. La dottoressa infatti ha impiegato più dei sei mesi previsti dalle norme per presentare querela, che dunque risulta improcedibile. Apriti cielo: i media hanno iniziato il loro pressing sulla Procura di Bari. Coerentemente più col suo personaggio che con il suo ruolo istituzionale, pure il Presidente Boldrini ha pensato bene di chiamare la presunta vittima per esprimere solidarità, fatto commendevole se fosse rimasto privato. Invece l’ha pubblicizzato. D’altra parte le elezioni sono vicine… E l’ha fatto rilasciando una dichiarazione emblematica: “in caso di violenza sessuale l’onere per la denuncia non dovrebbe ricadere soltanto sulla donna che ne è stata vittima, perché è traumatizzata”. E dunque, conclude, occorrerebbe prevedere una procedibilità d’ufficio.

tribunaleUna proposta, quest’ultima, che ha qualche senso, purché la si giustifichi con una ratio logica, accettabile e costituzionalmente coerente. Perché il punto sta proprio lì: la ratio. Ogni legge ne ha una, ed è sulla base di quella che va giudicata. Una norma che definisca i comportamenti che la popolazione di Milano dovrebbe tenere in caso di maremoto ha una ratio che non regge, giusto per fare un esempio banale. E dunque: qual’è la logica alla base del termine dei sei mesi come limite massimo per sporgere querela per abusi sessuali?

Si tratta di una logica strettamente imparentata con lo Stato di Diritto. Si presume che dopo sei mesi sia pressoché impossibile reperire prove certe relativamente alla commissione del reato e all’eventuale colpevolezza dell’accusato. Non solo: sei mesi sono un termine ragionevole per consentire a una vittima di rendersi conto, anche al di là dello shock, di aver subito un abuso procedibile in sede penale. E ancora: prolungare il termine per la presentazione della querela (già lunghissimo così), si presterebbe, proprio per la crescente difficoltà a reperire prove, a molti abusi. Tipo che, in assenza di termini, dopo vent’anni potrebbe saltare fuori una tipa che dice di essere stata stuprata dal soggetto X, lo mette nei guai in sede penale e gli arraffa un bel po’ di denaro in sede civile.

parità-tra-uomini-e-donneTre motivi non da poco, insomma, per tenere fermo (anzi, chissà, magari anche ridurre) il termine dei sei mesi. I detrattori, e i folli che ne auspicano un’estensione ad aeternum si appigliano all’argomentazione che talvolta lo shock è tale, talaltra la vergogna così grande, che c’è bisogno di lungo tempo per maturare la decisione di sporgere querela. Sarà anche, ma pare un argomento debole: se si è subito un abuso, turbati o meno che si sia, e si può avere giustizia, la si deve chiedere, senza provare vergogna, ché non c’è da vergognarsi a essere vittime di un crimine. E poi… poi c’è quella zeppa che pare oggi sempre più insopportabile, quando si tratta di reati contro la donna, delle garanzie all’accusato, caratterizzanti lo Stato di Diritto. Un principio non superabile appetto di un stato di turbamento soggettivamente interpretato. Spiacenti ma lo Stato di Diritto è e deve rimanere superiore, sebbene ci sia chi punti decisamente a creare eccezioni sulla base del “sentire individuale e soggettivo”. Nossignori: se la deriva diventa quella, non ci sarà più ordine di grandezza per abusi e ingiustizie.

In ogni caso è del tutto normale che singole categorie cerchino di ottenere privilegi, corsie preferenziali o simili, è sempre stato così e sempre sarà. La bontà di uno Stato di Diritto si misura anche nella sua capacità di non concederli, a meno che non abbiano una logica e un senso, ovvero una ratio, se si parla di leggi. Molto meno normale è che un apparato, teoricamente solido, indipendente e immune da qualunque influenza esterna, si pieghi alle pressioni dell’opinione pubblica e di taluni politici, cercando strade non a norma di legge per contrastare decisioni prese a norma di legge. Il giorno dopo la notizia della scarcerazione, infatti, la Procura di Bari è subito corsa ai ripari, dichiarando che farà ricorso contro la decisione dei giudici del Riesame.

130415688-e61b1740-d465-48c5-b567-66760015c9b7“Non siamo impazziti tanto da contestare un reato improcedibile perché denunciato troppo tardi. Stiamo predisponendo il ricorso”, dice il Procuratore di Bari, Giuseppe Volpe. Volpe di nome e di fatto. Tradotta, infatti, la dichiarazione dice: è tutto regolare, non siamo così pazzi e sovversivi da negare il valore di una legge in vigore e rispettata rigorosamente, però… facciamo un ricorso. Sappiamo bene che finirà in nulla, ma almeno il nostro l’abbiamo fatto, i media la smettono di prenderci di punta, certi politici smettono di chiamarci e di farci pressione, e tanti saluti.

L’abbiamo detto a più riprese su questo blog e sul libro che ne abbiamo tratto: in molti, troppi casi, la pressione mediatica e politica induce apparati che dovrebbero essere intoccabili nella loro indipendenza ad assumere scelte talvolta scriteriate, talvolta poco dignitose, per assecondare altri apparati e altri poteri, o per il mero quieto vivere. E’ un fatto pericoloso, anzitutto perché mette in discussione principi basilari del nostro ordinamento, ma anche perché così rischia di derogare al dovere di protezione delle vere vittime, di repressione dei veri colpevoli e di esclusione dai procedimenti giudiziari di persone di fatto innocenti. A gioire di queste prese di posizione prive di senso sono solo i giureconsulti del web, i giornalisti affamati di click e vendite e i politici in malafede voraci di facile consenso e di voti.

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