Il miserabile giro d’affari (e voti) delle case famiglia

headlineImage.adapt.1460.high.US_private_prisons_a.1456284953643Gli Stati Uniti sono la patria dell’impresa privata, si sa. Non c’è ambito sociale ed economico dove non fioriscano iniziative imprenditoriali in concorrenza o complementari agli scarsi servizi dati dallo Stato Federale. Il sistema carcerario non fa eccezione. Nel corso del tempo sono sorte e prosperate “prigioni private” che, teoricamente più efficienti di quelle federali, ricevono enormi quantità di risorse pubbliche per gestire i galeotti a stelle e strisce.

Qualche dato: i soldi stanziati per il sistema carcerario sono il secondo capitolo del bilancio federale USA, dopo la sanità. Il circuito dei 138 penitenziari privati sparsi per gli States ha incassato nel 2015 la bellezza di 3,3 miliardi di dollari. Pare evidente che queste “for profit prisons”, come vengono chiamate, sono un business eccezionale. Ma deve esserci un motivo per drenare così tante risorse pubbliche verso un singolo settore, quello carcerario. Ovvero deve esserci una domanda per quel servizio. In altre parole, serve gente da mandare in galera, altrimenti il sistema non sta in piedi.

teens_in_prisonGià di suo gli Stati Uniti sono il paese con il rapporto carcerati / popolazione più alto al mondo (2,2 milioni di persone in prigione). A ciò si aggiunge il combinato disposto di diversi fattori. Anzitutto la sempre spendibilissima politica del law and order, da tradursi nella pratica degli arresti e delle condanne facili, cosa del tutto possibile in uno dei sistemi giudiziari più iniqui del mondo. Questa cultura si coniuga con il facile reperimento di criminali: basta abbassare l’asticella oltre la quale si individua una devianza, e così si arriva alla quota di 400 mila immigrati incarcerati più un numero imprecisato di adolescenti “problematici”.

A sostenere il tutto, l’abbandono graduale di ogni politica atta a trovare soluzioni alternative alla detenzione, e il fatto che il circuito economico delle carceri private finisce per costituirsi in lobby, da un lato, e a rappresentare un’iniziativa importante per l’impatto occupazionale. Un castello che va tenuto in piedi, insomma. Che conviene tenere in piedi, per i vantaggi che offre a una serie di attori di peso nella società e nell’economia statunitense. Per tenere in piedi il castello serve garantire una domanda sempre sostanziosa, tanti tanti bei clienti per il sistema carcerario. Con tutte le anomalie connesse a questa esigenza e ai principi dello Stato di Diritto.

foto_648498_550x340Oddio, vi chiederete, è questo un blog sullo stalking e dintorni o è diventato un mezzo di informazione di politica internazionale? Tranquilli, sono sempre sul punto. L’esempio delle carceri “for profit” d’oltreoceano serve solo per rendere comprensibile, con un semplice paragone, un fenomeno pressoché identico che sta prosperando qui in Italia. Lo si può applicare ai centri antiviolenza, come ho fatto più volte, ma stavolta voglio applicarlo alle comunità o case protette o case famiglia (comunque le si voglia chiamare). E lo faccio a partire da questa notizia: 14 anni, figlio di separati, affidato alla madre, sotto l’occhio dei servizi sociali. Si rileva che soffre di dipendenza da videogames e il giudice lo toglie al genitore per affidarlo a una casa famiglia.

Fatte le debite proporzioni, poco cambia rispetto alla malata realtà americana. I media nostrani danno ampio risalto alle iniziative politiche che stanziano fondi per questo tipo di imprese, in genere cooperative o associazioni sottoposte a pochissimi o nessun controllo da parte dello Stato (ma che alimentano le statistiche sulle nuove imprese e sugli occupati e portano voti). Qualche giorno fa addirittura il Ministro Boschi si vantava su Facebook dei milioni di euro messi a disposizione a questo scopo. L’emergenza  solo mediatica del femminicidio e dei suoi orfani, delle donne prive di protezione e assistenza, sostiene e giustifica culturalmente queste politiche. Ma, esattamente come per le carceri private americane, serve comunque una “clientela” perché sia giustificato il flusso di denaro.

tribunaleAnche da noi l’immigrazione rappresenta un buon supporto, in questo senso: i minori non accompagnati che sbarcano sulle nostre coste o vengono recuperati in mare sono sempre tanti. Ma per non sbagliare e tenere sempre alto il numero di potenziali clienti, i tentacoli di questa holding nostrana, che qualcuno ha simpaticamente ribattezzato “Rosa Nostra”, fatta di servizi sociali, giudici dei Tribunali dei Minori, avvocati, case famiglia et similia, non disdegnano di andarsi a prendere anche soggetti autoctoni che, magari, più che di un orfanotrofio a carico del contribuente, avrebbe bisogno, a monte, di essere messo al centro delle sentenze di separazione.

Il 14enne cremasco ficcato in una casa famiglia, e che pur di uscirne dichiara al giudice di aver venduto la sua consolle per videogame, avrebbe forse avuto bisogno della garanzia di avere vicino a sé mamma e papà in tempi paritari. La madre viene dipinta come “abbandonata dal marito”, ma sappiamo tutti che un coniuge non è un cane che si può lasciare in autostrada. Ci sono leggi che tutelano le parti, e una in particolare (L.54/2006) che tutela i figli, anche quando uno dei genitori tenta di darsi alla macchia. Lì serviva un intervento della società, dello Stato (attraverso giudici responsabili), per garantirgli la protezione che l’avrebbe tenuto lontano dalla fuga virtuale dai videogame. Per curare la quale è sufficiente in ogni caso un terapeuta, di certo non il suo utilizzo come strumento di alimentazione di una domanda drogata, atta solo a giustificare l’esistenza di un business miserabile tanto quanto quello americano sui carcerati.

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