Da che pulpito viene la sentenza…

bellomo-2-650.jpg_997313609Due recenti notizie, apparentemente senza alcun collegamento tra loro, hanno attirato la mia attenzione. La prima ha avuto e sta avendo, giustamente, una risonanza nazionale: il Direttore della scuola per aspiranti magistrati “Diritto e Scienza”, magistrato egli stesso, con la complicità di un giovane Pubblico Ministero suo braccio destro, imponevano alle giovani che frequentavano i loro corsi di concedere favori sessuali di diverso tipo in cambio di trattamenti preferenziali o di aiuti concreti per passare gli esami. La seconda notizia, naturalmente rimasta confinata nel ristretto ambito informativo ligure, riguarda una donna di 39 anni che ha mandato all’ospedale il marito (ora ex) 42enne riempiendolo di botte, dopo averlo denunciato falsamente per violenze (accusa da cui l’uomo è stato assolto), e per questo condannata dal Tribunale di Imperia.

La vicenda dei due magistrati riporta alla memoria la nota canzone di Fabrizio De Andrè “Un giudice“, dove un nano si vendica di anni di maldicenze e prese in giro diventando procuratore e dispensando rancorose sentenze ben lontane dalla “statura di Dio”. Certo, non è che chi veste la toga sia per sua stessa natura immune dalle altezze come dalle miserie umane, e per questo lo scenario della scuola “Diritto e Scienza”, se le accuse verranno provate e confermate, non dovrebbe stupire o scandalizzare troppo. Molti individui, uomini o donne, specie se nani dal punto di vista etico o intellettuale, tendono a sentirsi onnipotenti quando indossano un’uniforme, una casacca, una toga o anche solo una medaglia. I due giudici in questione forse appartengono a questo genere di persone e avevano trovato il modo di costruire e confermare una propria identità esercitando un potere imperniato sui favori sessuali.

judgemE’ capitato e capiterà ancora, perché purtroppo le persone povere dentro sono sempre la maggioranza. Il vero problema è che anche a questi individui fragili viene conferito il potere di perseguire o giudicare altre persone, e difficilmente, proprio perché poco strutturati dal lato etico, essi riescono a scindere il proprio compito professionale dalla propria indole. E sono chiamati a farlo utilizzando in un contesto culturale che li condiziona e con delle leggi spesso più che imperfette. Un combinato disposto che li fa sentire autorizzati a portare nelle proprie sentenze l’inadeguatezza della propria vita, così abdicando a un ruolo correttivo delle leggi e migliorativo della società che poi dovrebbe essere quello loro principale.

In altre parole sono anche giudici di questa pasta andata a male che poi emettono le sentenze di separazione che massacrano uomini e padri decisamente migliori di loro, e forse anche per questo da penalizzare, anche a costo di violare la legge. Sono anche questi pubblici ministeri che, per gli stessi motivi, danno seguito a denunce palesemente strumentali o false che, di nuovo, rovinano la fedina penale, la reputazione e talvolta la vita di molti uomini, spesso innocenti o decisamente meno colpevoli di quanto chi li denuncia vuole farli apparire, solitamente per mero interesse o vendetta. In altre parole, poiché il sistema lo consente, l’umanità dei magistrati, quando di basso livello, trova nel sistema ampie occasioni per manifestarsi nei loro importantissimi compiti istituzionali. E se si tratta di conflitti uomo-donna, gli esiti sono quelli ben noti.

moglie_violenta-500x300Un esempio è proprio la vicenda di Imperia. Una sorta di standard: lei denuncia lui per violenze, che in realtà era lei ad attuare. L’unica differenza rispetto all’usuale è che qui la donna è passata anche ai fatti, non si è limitata agli abusi psicologici, mandando il consorte all’ospedale, per altro con tecniche da ultrà. E c’è ancora chi dice che l’uomo fa violenza alla donna perché più forte fisicamente… Vivaddio i magistrati imperiesi hanno sbugiardato la falsa accusa verso l’uomo, ma tant’è non hanno resistito: pena per questa wonder woman nostrana 4 mesi di reclusione con la condizionale. Ovvero niente, praticamente assolta. A generi invertiti, ne sono certo, la mano sarebbe stata decisamente più pesante. Alla faccia dell’asserita società patriarcale, delle disparità di genere e di una giustizia che, di fatto, davvero non conosce “la statura di Dio”.

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