La goccia che fa traboccare il vaso (Carmen deve morire)

324_0Passino i tentativi del califfato femminile di imporre sul paese una cappa d’odio e conflitto tra generi. Passi che i media appoggino ciecamente questo trend. Passi che certa politica con amichetti al seguito fomentino questo clima, inzuppandoci il pane per raccogliere voti e distribuire soldi pubblici. Passi anche, sentite cosa arrivo a dire, che la Magistratura ometta di applicare correttamente una legge che fa capo a una convenzione internazionale sulla tutela dell’infanzia, affidando sistematicamente i figli alla madre e mai in modo condiviso. Passi tutto questo… ma Carmen no. Carmen deve morire.

Mi riferisco alla meravigliosa opera lirica “Carmen” di George Bizet, che verrà messa in scena dal Maggio Fiorentino. Teatro, regista e direttore d’orchestra (non si sa bene ancora chi) si sono inventati qualcosa per cui io invoco il carcere duro e a vita: Carmen, al termine dell’opera, non morirà. Una scelta, si dice, fatta per sensibilizzare il pubblico rispetto al “dilagare dell’orribile fenomeno della violenza contro le donne”. Dilagare? Quale dilagare? Che non ci sia nulla di dilagante l’ho già dimostrato più volte e non mi ci perdo ancora. Sbrodola soddisfazione invece, a sentire questa innovazione drammaturgica, la Vicepresidente del Senato Rosa (ma cos’è il “Senato Rosa”????), signora Maria Di Giorgi. Io, invece, da melomane incallito e strenuo difensore della libertà culturale invoco la gogna e il carcere duro per lei e per chi ha avuto e realizzerà questa idea.

Sex-And-The-CityChe è folle per tanti motivi. Uno, il principale, è simbolico, ed è forse il più importante. Carmen è una donna modernissima. E’ affetta dallo stesso bovarismo, dallo stesso narcisismo che caratterizza moltissime donne contemporanee. Non ha uno scopo nella vita, se non quello di sedurre per il gusto di sedurre, senza alcun vero istinto verso la costruzione di qualcosa di significativo. Sa di essere maledettamente bella e sensuale, e usa queste armi per esercitare sugli uomini un potere fine a se stesso. I suoi innamoramenti sono in realtà invaghimenti con cui monta strutture in cui sentirsi sicura, ma di cui poi lei stessa si stufa rapidamente, e che quindi demolisce, lasciando sotto le macerie ogni altra persona che nel frattempo aveva coinvolto. L’unica cosa che non ha, rispetto alle donne d’oggi, è lo strumento dei social network. Per il resto il ritratto è perfetto.

Don José, il soldato che fa innamorare, dal canto suo, rappresenta simbolicamente un tipo d’uomo che esiste ancora oggi, purtroppo, seppure in proporzioni decisamente inferiori. E’ immaturo, ha un legame non risolto con la madre e con le sue origini, che gli si propongono in un programma di vita modesto ma sicuro. Forse per questo si sente attirato dalla trasgressione di Carmen, su cui decide stupidamente di investire tutta la propria vita, innamorandosi come un imbecille. Don José è un bambinone, abbocca all’amo dell’oiseaux rebèle, e per esso rinuncia a tutto: alla carriera militare, finendo addirittura per diventare disertore ed entrare nelle fila dei contrabbandieri, a una relazione precedente, modesta ma sicura. Il tutto per Carmen, che è il tipo di donna che si è detto: è da idioti fidarsi di lei. A incrinare la relazione basta infatti la comparsa di un altro uomo, più famoso, più ricco, più acclamato, il torero Escamillo, e la relazione si sbriciola. Don José diventa inevitabilmente gelosissimo, non regge a vedere la propria vita polverizzata e umiliata, a constatare tutto intero l’errore delle proprie scelte.

10959557053_0112c128a4_zAl termine dell’opera c’è una scena che chissà quante volte, a contesto modificato, si ripete ancora oggi. Lui supplica Carmen, le ricorda le promesse, le parole, i progetti. Lei, sprezzante, lo deride. Con violenza nei tratti, nelle parole negli atteggiamenti, sbatte in faccia all’ex compagno tutto il nulla che è: un uccello ribelle che non si può domare, ed è in questa natura indomita, e solo in questa, che sta tutta la sua improduttiva e sterile essenza. In quest’ultimo colloquio Carmen sbudella Don José nel modo tipico femminile: con le parole, con gli atteggiamenti, con i concetti, umiliandolo, annullandolo come persona e come uomo. E’ la violenza al femminile. A cui lui reagisce con uguale violenza, declinata come solo un maschio devastato, rabbioso e immaturo sa fare: estrae un pugnale e la uccide. E lo fa gridando il suo amore, la sua disperazione.

Questa storia fa, condita da melodie e armonie sublimi, quello che alcuni pochi commentatori, me compreso con questo blog, cercano di fare ogni volta che salta fuori un fatto di cronaca e qualcuno grida istericamente al “femminicidio”: contestualizzare. Cercare di andare a fondo nelle personalità dei protagonisti, di cogliere le circostanze che hanno portato ad atti estremi. Anche lì sta il valore immenso dell’opera: l’introspezione, la profondità. Cambiare il finale significa fare come fanno i media oggi e tutti gli esponenti dell’emergente califfato rosa: limitarsi alla superficie dei fatti, interpretandoli strumentalmente a proprio comodo. Ecco perché si tratta di un atto sovversivo e violentissimo, che andrebbe impedito per decreto (se avessimo un Ministro della Cultura con un qualche senso…).

inq02A margine, ma nemmeno troppo, c’è la violenza alla cultura. Bizet fa morire la protagonista, nella sua opera. Con quale diritto si cambia il suo finale? Già è intollerabile vedere rappresentazioni in cui Don Giovanni impugna un mitra o dove i protagonisti di Bohème utilizzano un cellulare, ma passi: sono violenze fatte sulla messa in scena, per attirare nuovo pubblico, ci può anche stare. Ma cambiare la storia no. Quella è altra cosa. Quella è censura, è un ritorno al Medio Evo, è sopraffazione e stupro dell’arte. I roghi dei libri fatti dai nazisti non erano diversi. Le modifiche ai testi filosofici o letterari fatti dagli amanuensi per adeguare i libri non cristiani alla visione del cristianesimo non erano diversi. La messa al bando di romanzi non allineati da parte del regime sovietico non erano diversi. L’abiura forzata di Galileo non era diversa. Quello a cui il regista e il direttore di Carmen al Maggio Fiorentino si stanno prestando non è diverso da ciò che viene rappresentato ne “Il nome della rosa” di Eco, dove un frate avvelena le pagine di un testo di Aristotele considerato “pericoloso”, fino ad arrivare poi a distruggerlo.

Se questo è il trend, dunque attendiamoci altre violenze del genere. Madame Bovary scomparirà dagli scaffali delle librerie, insieme ai tre quarti dei libri di D’Annunzio. Ogni giallo o noir dove c’è una vittima donna verrà modificato. Turandot, dove una donna muore uccisa e la protagonista in pratica viene stuprata, sarà messa al bando, e con essa (non parliamone neppure) il Don Giovanni di Mozart, o il suo profetico Così fan tutte. Tutti i quadri che rappresentano il ratto delle Sabine verranno bruciati in piazza, in un sabba infernale del degrado culturale ritmato da musiche composte solamente da donne (quindi ci sarà un gran silenzio). Direttori d’orchestra: Boldrini, Boschi, il “Senato Rosa” e il coordinamento nazionale dei centri antiviolenza.

Chi ama la cultura, e in particolare chi ama l’opera lirica, saprà percepire la totale bestialità di questa iniziativa, la sua intrinseca atroce violenza, e capirà perché per me questa è davvero la goccia che fa traboccare il vaso. Questo è il non plus ultra dell’abuso, del fondamentalismo e dell’ignoranza. Per me questo è troppo. Qui io mi pongo, a pie’ fermo. Qui è dove combatterò, spero non da solo. Qui è dove si fermeranno.

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15 commenti

  1. Durante il Fascismo e per la purezza della “lingua” venne abolito il Lei. Tant’è che il Buon Gallileo Gallilei, fra le tante, divenne Gallivoi…inteligenti pauca verba. E tranquilli l’Utero Cosmico no passaran!

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  2. Quindi, se ho ben capito, Carmen umilia l’ex soldato innamorato senza da questo essere punita? Vuole certo essere incoraggiante per le donne di oggi. Peccato che molte rischiano e rischieranno grosso se penseranno di imitare l’esempio di Carmen. Se pensano di combattere il femminicidio con queste manipolazioni letterarie otterrano invece il risultato opposto: li incrementeranno i femminicidi invece di farli diminuire. Ovvio: non si vuole agire sulle cause.

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  3. per RDV: Guglielmo d’Orange prima di iniziare la guerra contro la Spagna per la libertà dell’Olanda proclamò: “Non è necessario sperare nella vittoria per battersi”. Finì che vinse. Noi pure che non speriamo nella vittoria combattiamo il femminismo e la misandria. E magari vinceremo anche. Persino molto prima di quanto ora non possiamo immaginare.

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  4. e il “titanic”? per par condicio pretendo un finale in cui lei muore congelata in acqua per salvare lui. eheheh!
    e attenzione (faccio una profezia): il “senato arcobaleno” sarà ancora peggio di quello rosa.

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  5. A parte che Bizet e Mèrimèe si girano nella tomba , avrei chiesto a Maestro Muti cosa ne pensa e se alla Scala avrebbe permesso un’ azione simile. Vanno coinvolti tutti tutti gli artisti e il Ministero della cultura perchè in questo caso è sorpassato ogni limite e rispetto dovuto ai grandi che hanno creato la storia della musica e dell’ arte

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  6. Molto bene. Hai colto la portata devastante di un tale progetto, il cui significato simbolico farebbe rabbrividire se
    non stessimo rabbrividendo già da tempo.
    Dici: qui si fermeranno!
    Non sarò certo io a diffondere disfattismo. Tuttavia suggerisco di porci nell’ottica di una battaglia, parte di una guerra, di cui noi non vedremo la fine.
    Corrono in questi giorni i 20 anni dalla mia discesa nella trincea. Da allora la malapianta non ha fatto che crescere. Ha esteso radici e rami. Ha diffuso semi letali in ogni angolo della psiche collettiva, ha prodotto tossine e veleni senza fine.
    Ma tutto era stato previsto e precisamente descritto. Il nuovo “Bene” dilagava e non ha smesso di espandersi.
    La sola differenza è che, mentre allora eravamo in 4 – ignari l’uno dell’altro – adesso siamo in 1.000.
    Ma non abbiamo bisogno di sperare nella vittoria.
    La lotta è il nostro destino.
    Non lo tradiamo, pur sapendo che per molto tempo ancora il Bene continuerà a dilagare. Impunito.

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