La premiata ditta Boschi-ISTAT e la banca dati elettorale sulla violenza sulle donne (parte prima)

Qualche giorno dopo lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente Mattarella, il Presidente del Consiglio Gentiloni ha dichiarato che, in attesa delle elezioni, il Governo non sarebbe stato con le mani in mano. Uno dei suoi sottosegretari, Maria Elena Boschi, in prima linea sul fronte delle “Pari Opportunità” non se l’è fatto dire due volte e ha annunciato in pompa magna la nuova “banca dati” (le ironie sui social riguardo alla parola “banca” in bocca alla Boschi si sono sprecate…) ISTAT relativa alla violenza sulle donne. Un colpo di coda elettorale della pasionaria della difesa delle donne, con il coinvolgimento dell’Istituto Nazionale di Statistica? Naturale…

Passo al setaccio la banca dati, e metto di seguito le mie riflessioni, elaborate passo passo, mentre esamino i contenuti. Seguitemi, ne vedrete delle belle…


  1. INTRO

L’iniziativa della banca dati, si dice in homepage, è stata presa congiuntamente da ISTAT e il Dipartimento delle cosiddette Pari Opportunità. Ovvero quest’ultimo, come di prassi negli ultimi anni, ha pagato l’ISTAT perché mettesse su la pagina web. Obiettivo, si dice, è integrare le informazioni provenienti dalle fonti più disparate. Fantastico, mi dico, esattamente ciò che ci voleva. Purché ISTAT spieghi tecnicamente come i dati sono stati reperiti e integrati. Andiamo avanti e vediamo…

L’occhio mi cade sull’elenco delle fonti: Ministeri, Regioni… tutto bene. Ma poi: BAM! Eccoli lì: “centri anti-violenza, case rifugio e altri servizi come il numero verde 1522”. Dunque fonti informative ufficiali vengono considerate associazioni prive di ogni requisito e controllo attive sul territorio. Quelle entità così scoordinate che se una persona si rivolge al centro X e poi, per qualche ragione, anche al centro Y, vengono registrati due accessi e non uno. Quelle entità che prendono fior di soldi pubblici dai Ministeri e dalle Regioni, e dunque hanno tutto l’interesse ad affermare un’emergenza che ne giustifichi l’esistenza (e la  crescente necessità di fondi). Insomma si chiedono dati a chi si trova al centro di un gigantesco conflitto d’interessi. Cominciamo male. Ma c’era da attenderselo.

E finiamo peggio: tutto l’ambaradàn, si dice, serve per conformarsi a quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul. Quella porcheriola su cui ho già detto a sufficienza. In ogni caso, se il movente è quello, e se dunque il buon giorno si vede dal mattino, sa solo il cielo cosa mi attende nella lettura successiva…


2. IL CONTESTO – NORMATIVA INTERNAZIONALE

La pagina è tutta imperniata sulla Convenzione di Istanbul, di cui si è già detto. Ma lo è in termini mistificatori e faziosi: anzitutto si fa credere che essa riguardi solo le donne. In realtà, anche se con grandi timori e timidezze, di tanto in tanto essa cita anche i maschietti nelle questioni relative alla violenza domestica. Questo ISTAT si guarda bene dal riportarlo. Il messaggio (falso) resta: la Convenzione riguarda solo le donne. Poi, dato che fa sempre effetto, si cita anche la protezione dei bambini rispetto alla violenza assistita. Per decenza, volendo davvero integrare i dati come si è dichiarato, si dovrebbe anche far presente che la violenza sui bambini è agita nella maggioranza dei casi dalle madri (dati Telefono Azzurro), e che un’intera convenzione internazionale, stavolta seria e ratificata da tutti i maggiori stati del mondo, quella sulla difesa dell’infanzia, in Italia è allegramente disattesa da anni.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


3. IL CONTESTO – NORMATIVA ITALIANA

Anche in questo caso si declina il tutto nell’ottica della Convenzione di Istanbul, elencando le norme approvate per dare ad essa attuazione nel nostro paese. L’elenco è interessante, da un certo punto di vista dà riferimenti utili a disposizioni sacrosante, dall’altro è un elenco esaustivo di ciò che andrebbe abolito e rivisto in quanto discriminante, ossia in contrasto con l’art.3 della Costituzione. Si aggiunge poi l’elenco delle follie discriminatorie messe in atto, sulla falsariga nazionale, dalle varie Regioni. Ciò che salta agli occhi immediatamente sono due cose, una presente e una assente.

Quella presente è, cito testualmente, la “c.d. legge sul femminicidio (d.l. 14 agosto 2013, n. 93, convertito in Legge 15 ottobre 2013, n. 119, in materia di contrasto alla violenza di genere)”. C.d. per chi non lo sapesse significa cosiddetta. Cosiddetta da chi? Ma soprattutto cosiddetta perché? Vado a vedere il testo della legge citata. Il termine femminicidio non c’è da nessuna parte (e ci mancherebbe…). A un certo punto si usa il termine “femminile”, laddove si dice che occorre

sensibilizzare gli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della rappresentazione di genere e, in particolare, della figura femminile anche attraverso l’adozione di codici di autoregolamentazione da parte degli operatori medesimi…

Cioè in che senso? I media devono rispettare le rappresentazioni di genere, ma quello femminile un po’ di più (questo significa in italiano “in particolare”)? Cioè il genere maschile ha meno dignità, lo si può un po’ bistrattare o deridere nei media, invece quello femminile no? Boh, questioni di opinioni. Ma l’art.3 della Costituzione vieta di mettere una puttanata discriminatoria del genere in una legge dello Stato…

Comunque di “femminicidio” non si parla da nessuna parte. Si parla di violenza di genere e violenza domestica che, però, vale per entrambi i generi. Secondo quale logica dunque il Ministro Boschi, l’ISTAT, i media e tutta l’allegra compagnia connessa chiamano questa “legge sul femminicidio“? Dice: i femminicidi sono frequenti. Ok, ma prima definisci in modo convincente il femminicidio. E già lì: Houston abbiamo un problema. Questioni numeriche? Be’, gli omicidi di uomini sono infinitamente di più. Insomma, gira che ti rigira sempre lì siamo: mistificazione.

Questo è ciò che c’è. Ma ho parlato anche di un’assenza. Sì perché la Convenzione di Istanbul parla chiaramente del sostegno ai soggetti che sul territorio possono coadiuvare lo Stato a combattere la “piaga” della violenza sulle donne. Sì sì, proprio loro, i famosi centri anti-violenza e affini. Com’è che su questi non c’è alcuna legge citata nell’elenco? Forse perché non vi è regolamentazione alcuna? Sospendo il giudizio: vedo che successivamente c’è un’intera pagina della banca dati dedicata ai centri anti-violenza, quindi aspetto di arrivare lì per trarre delle conclusioni.

Per ora la banca dati non mi dice niente di sconvolgente. Niente che possa giustificare la sua esistenza. Comprese le solite mistificazioni.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


4. IL CONTESTO – POLITICHE

Questa è una pagina BELLISSIMA. Quantifica, in soldoni, cioè davvero in euro (pubblici), l’esistenza effettiva di una cultura patriarcale nel nostro paese. Sono sarcastico ovviamente. Le cifre sono spaventose, bisognerebbe analizzarle singolarmente, ma per motivi di spazio lascio il piacere a chi legge. La quantità di denaro destinato a senso unico (le donne) è spaventosa. Così come è agghiacciante per quali e quante vie il denaro viene fatto confluire verso i centri anti-violenza e affini. Ci sono i finanziamenti diretti e dichiarati, ma altri si nascondono sotto altre voci. Ogni volta che si parla di azioni formative, azioni informative, azioni di prevenzione… sono tutti soldi che finiscono nelle tasche di associazioni prive di ogni controllo e a cui non viene chiesto rendiconto alcuno. Il tutto per fare disinformazione (o informazione discriminante, che è uguale) e fornire servizi solo a un tipo di cittadini (il che è anticostituzionale, se fatto con soldi pubblici).

Io non ho avuto il coraggio di calcolare il totale stanziato. Non ho voglia di incazzarmi (troppo). Se qualcuno di voi se la sente…

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


5. IL CONTESTO – DEFINIZIONI E INDICATORI

Questa pagina ha una minima complessità. Richiama, e questo fa inizialmente un grande effetto, diversi documenti internazionali ed europei. Come sempre, basta andare a vedere nel dettaglio per scoprire che è tutto un po’ diverso da come viene venduto. In effetti è vero che sul piano internazionale la moda di declinare al femminile determinate fattispecie è abbastanza affermata. Ma è, appunto, solo una moda: i reati terribili che vengono elencati sono infatti tutti bidirezionali. Cioè possono essere commessi da uomini contro le donne e da donne contro gli uomini. La rappresentazione che viene data, però, è che la cosa avvenga in termini solo unidirezionali.

E questo vale in particolare per il femminicidio. La pagina riporta a un documento di un istituto UE sulla parità di genere, che ha elaborato una serie di indicatori relativi ai reati più frequentemente commessi sulle donne. Tra questi viene citato il “femicidio” (non femminicidio). E, sorpresa, si scopre che sul piano internazionale esso viene definito in dieci modi diversi, e sul piano europeo esistono 28 definizioni diverse (tanti quanti sono gli stati aderenti all’UE), e tutti si limitano a declinare l’omicidio parlando di questioni di genere, e non specificamente femminili. Sorpresa nella sorpresa, la casella dedicata alla definizione italiana riporta:

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Tradotto: “nessuna definizione di femicidio è stata identificata. Si fa riferimento al reato di omicidio (art. 575 Codice Penale): ‘chiunque causi la morte di una persona è punito con la detenzione per non meno di 21 anni'”. Ma se pure l’Europa si rende conto che l’Italia ha il merito di non aver definito l’indefinibile, perché i politici e i media continuano a usare quel termine? Manipolazione, mistificazione? Oh yes!

Segue l’elencazione delle definizioni dei vari reati nell’ordinamento italiano. Con il top della mistificazione, il filo rosso di ogni pagina di questa banca dati finora, sulla “violenza economica”. Si dice infatti che:

possono farvi riferimento una serie di reati quali violazione degli obblighi di assistenza familiare, sottrazione all’obbligo della corresponsione dell’assegno divorzile…

Assegno divorzile? Non è quella roba che la Cassazione ha di recente stroncato? Sì, è proprio quella. E viene citata in un documento ufficiale ISTAT-Governo. Complimentoni.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


6. IL CONTESTO – STEREOTIPI

Ehm, forse non si sono resi conto che questa pagina è un autogol. Non diciamoglielo. Volevano tantissimo affermare che in Italia ci sono ancora un sacco di stereotipi negativi sulla donna e che vige ancora un odioso patriarcato ma… c’è quell’indagine ISTAT del 2011 e quei dati… intendiamoci, è la solita indagine su un campione risibile (settemila famiglie, uno zerovirgolazerozerozero sul totale) da cui si traggono conclusioni valide per tutto il paese, ma già quello, per ciò che vale, dice chiaramente che stereotipi non ce ne sono. E quei pochi sono di tipo e in proporzioni risibili.

Per uscire dall’empasse la pagina alla fine tranquillizza tutti gli esponenti del califfato femminile italiano, dicendo che l’ISTAT sta progettando una ricerca delle sue (finanziata da chi? Dipartimento cosiddette Pari Opportunità di nuovo?) sugli stereotipi nella violenza di genere da sottoporre agli studenti. Occhio ad altri autogol!

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.

A domani per il prosieguo dell’analisi della banca dati Boschi-ISTAT.


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