La premiata ditta Boschi-ISTAT e la banca dati elettorale sulla violenza sulle donne (parte terza)

Sto analizzando la banca dati annunciata in pompa magna dall’ex Sottosegretario Boschi e realizzata in combut… in collaborazione con ISTAT, relativamente alla violenza sulle donne. E’ un lavoro complesso (d’altra parte è costato due milioni di euro di soldi pubblici…) dove finora, per quanto detto nella prima e seconda parte dell’analisi, come unico filo rosso c’è la mistificazione. Vediamo qui il resto, elaborando osservazioni mano a mano che visitiamo le singole pagine.


10. LA FUORIUSCITA – IL NUMERO VERDE 1522

Il numero verde 1522 è un servizio di pubblica utilità, così dice il sito ISTAT, utile per accogliere le richieste d’aiuto delle vittime di violenza e stalking. Il sito dimentica di dire che il numero accetta solo chiamate da donne. I pochi uomini che hanno chiamato sono stati rimbalzati al loro avvocato o al consultorio locale. Ma quello è il meno. Il più è che il  numero, pur essendo servizio pubblico non è gestito dallo Stato ma dato in gestione all’esterno. A chi? A un’associazione naturalmente. Una delle regine del califfato femminile italiano: “Telefono Rosa“. Una di quelle associazioni che poi forniscono al Ministero delle cosiddette Pari Opportunità il numero di telefonate ricevute. Non come le singole storie sono andate a finire, l’intero iter, ma il numero di accessi. Dati che chissà se passano sotto la validazione di qualche ente terzo, ma dubito.

Ed è sulla base di essi che viene fuori una parte dell’emergenza. E dunque i fondi che Telefono Rosa prende per gestire il servizio. A quanto ammontino onestamente non ho il coraggio di verificarlo, così come non ho reperito da nessuna parte il contratto, la norma, la direttiva ministeriale, la legge che cede a Telefono Rosa questo appalto. Sarebbe interessante verificarne i termini, sia per quanto riguarda i compiti, i controlli e i rendiconti economici. Ma basterà vedere, nel paragrafo successivo, come si sono organizzate le cose coi centri antiviolenza (anch’esse associazioni) per avere una chiave di lettura valida anche per questa grande partita.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


11. LA FUORIUSCITA – CENTRI ANTIVIOLENZA E CASE RIFUGIO

Ecco, veniamo a uno dei fulcri della situazione, finalmente. E si inizia subito al massimo, con la definizione di queste entità come (il sottolineato è mio):

il fulcro della rete territoriale della presa in carico della vittima. Si tratta di servizi specializzati che lavorano sulla base di una metodologia dell’accoglienza basata su un approccio di genere e sui principi della Convenzione di Istanbul.

Come detto, la Convenzione di Istanbul si occupa, pur con notevole timidezza, anche degli uomini come vittime di violenza domestica, e dunque potenziali “clienti” di centri antiviolenza. Teniamolo a mente per quello che vedremo tra poco. Quanto alla “specializzazione” dei servizi, nel momento in cui lo Stato decide di appoggiarsi a entità esterne e private per la gestione di situazioni talvolta anche delicatissime, mi aspetterei che quella specializzazione asserita venisse declinata con una certa precisione. Non stiamo parlando di bimbi che si sbucciano le ginocchia giocando a palla, ma di donne (e teoricamente uomini) vittime di violenza fisica, psicologica, sessuale. Dunque i requisiti per aprire questi centri e per operare in essi mi aspetto che siano stringenti, severi, efficaci.

Che non lo siano lo si capisce già dal dato relativo alla loro proliferazione: tra centri antiviolenza e case rifugio, c’è stato un aumento del 57,8%. Sarebbe ragionevole se l’emergenza fosse quella dichiarata nelle pagine precedenti della banca dati, ma abbiamo visto che così non è: sono solo ipotesi non suffragate da nessun fatto, nemmeno dai numeri del Ministero dell’Interno o della Giustizia. I numerosi centri antiviolenza e case rifugio non sono giustificati da una domanda reale di servizi. Eppure si moltiplicano come conigli. Anche perché, appunto, non è così difficile aprirne uno, alla faccia dei requisiti severi che mi attendevo… Subito dopo, si parla dei soldini. Tanti tanti, come si è visto:

questi servizi sono destinatari di specifici finanziamenti in forma continuata

dice il sito. Soldi pubblici a getto continuo, si ammette candidamente. Fino ad arrivare, finalmente a ciò che serviva: l’Intesa tra Governo e Regioni del 27/11/2014 sulla materia dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Prima di andare a leggere il testo in questione, è bene specificare con chiarezza che le “intese Stato-Regioni” ancora non si sa bene che posizione abbiano, se abbiano valore di legge o no, se siano obbligatorie o no. Di fatto il Governo le usa per dire alle Regioni: “se fate questa roba, fatela più o meno così, ma per il resto siete autonome”. Una configurazione su cui la dottrina giuridica si sta ancora spaccando il cervello, senza venire a capo di nulla. Di fatto le intese non hanno certo la forza impositiva di un decreto o di una legge approvata dal Parlamento.

Dunque la definizione di chi può aprire e gestire, e come va gestito, un centro antiviolenza o una casa rifugio viene elaborata con uno strumento che vale poco più della carta su cui è scritta. Non è roba “cogente” (obbligatoria), e le Regioni possono articolare come meglio credono. Considerando che si tratta di entità chiamate a gestire casi molto delicati e gravi, mi pare un po’ poco. Ma una ragione c’è. E la si capisce andando a leggere il dettaglio. Sintetizzo:

a) non c’è nessun obbligo sulla forma giuridica, tali entità possono costituirsi semplicemente come associazioni; le associazioni in Italia non sono obbligate a presentare o produrre bilanci e a sottostare a tutta una serie di norme sulla qualità e la trasparenza, cui invece sottostanno, doverosamente, molti enti pubblici o partecipati.

b) Non c’è nessun obbligo di rendicontazione dei denari pubblici ricevuti. L’unico vincolo è che i soldi vanno usati entro il periodo di tempo stabilito. Come vengano spesi non è oggetto di controlli.

c) Gli unici vincoli descritti i modo dettagliato sono: l’iscrizione dell’associazione negli albi o registri di volontariato locale, e alcuni altri requisiti operativi (apertura di almeno 5 giorni a settimana, telefono attivo h24 e robe così).

d) Le “operatrici” (declinato al femminile), dice il testo del’Intesa, devono essere “adeguatamente formate sul tema della violenza di genere”, e il Centro deve assicurare un’adeguata presenza di professioni specifiche (psicologhe, educatrici, avvocate, eccetera).

Stop, tutto il resto sono chiacchiere, e per le Case Rifugio lo schema è lo stesso. Dunque non serve un titolo di studio specifico con esperienza comprovata sul campo per aprire e gestire una di queste entità. Basta essere “adeguatamente formate”… Cioè? Chi valuta l’adeguatezza della formazione? A chi mettiamo in mano l’esistenza persone in difficoltà? Certo, poi il centro può convenzionarsi con professionisti, che però esisterebbero e sarebbero disponibili anche senza il centro antiviolenza. Soprattutto essi sono consulenti esterni, non ne sono responsabili.

La verità è una sola: con queste non-regole chiunque può aprire un centro antiviolenza o casa rifugio e pescare nella grande mangiatoia creata apposta. Non ci sono controlli, non c’è necessità di trasparenza o di rendiconto. E’ un’autostrada all’apertura di nuove piccole imprese-non imprese (tali sono le associazioni) e nuovi posti di lavoro. E’ un’autostrada alla creazione di grandi clientele, che poi vengono utili sul piano politico-elettorale. Se i requisiti fossero ben più definiti e stringenti, come meriterebbe il tema della violenza domestica o di genere, di sicuro non sarebbero così tanti i centri sparsi per il paese, non ci sarebbe la corsa ad aprirli. Ce ne sarebbero meno, ma molto più professionali e commisurati alle reali necessità dell’utenza. Va detto che chi decide su queste cose conosce bene queste debolezze, e infatti la pagina dice che ci sarà in futuro una revisione dei requisiti. Si vedrà, dubito fortemente. Intanto oggi la situazione è quella che ho descritto.

Dulcis in fundo: tutta l’Intesa parla esplicitamente di centri antiviolenza e case rifugio solo per donne, tanto che anche chi vi lavora dentro, si dice, deve essere solo di sesso femminile. Per quanto il valore cogente di un’Intesa sia piuttosto debole, si tratta comunque di disposizioni anticostituzionali, ex Art.3, oltre che contrarie alla Convenzione di Istanbul, a cui si fa riferimento. In sostanza, tutto ciò di cui ho parlato finora si basa su un documento che non vale nulla. E nonostante questo c’è chi ci mangia in abbondanza, e chi su quel campo semina (o pensa di seminare) tanti tanti bei voti.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


12. LA FUORIUSCITA – PROGRAMMI PER AUTORI DI REATO

Questa pagina è piuttosto breve ma, come certi racconti di Edgar Allan Poe, fa venire la pelle d’oca dal terrore. Vi si dice che il Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne (esiste addirittura un Piano Strategico Nazionale per questa cosa???) prevede “l’attivazione di percorsi di rieducazione degli uomini autori di violenza contro le donne”. Poco dopo si parla di “programmi di prevenzione, recupero e trattamento per uomini maltrattanti”. Sarò esagerato, ma a me questi termini, “rieducazione”, “trattamento”, usati da fonti ministeriali e indirizzati a un unico genere di persone, subito fanno venire in mente questo:

cura-ludovico

Poi, riflettendoci meglio, mi viene in mente questo:

ebrei

A che titolo, su quali basi (forse le STIME dell’ISTAT?) un Ministero sostiene un programma atto a rieducaretrattare gli uomini, i maschi? Forse che le donne non sono ugualmente inclini al male, alla violenza, in ogni sua forma? Questo blog e tanti altri libri, documenti, studi dimostrano il contrario. Ovvero affermano un’ovvietà: la violenza è connaturata all’essere umano. In determinate circostanze, sono tantissime le persone , uomini o donne, che da miti possono diventare feroci. Uno Stato responsabile lavora per rimuovere le cause che possono concorrere a quelle circostanze, non si limita ad affrontare i problemi sociali sotto il solo profilo dell’ordine pubblico o, come in questo caso, concependo percorsi di rieducazione per una categoria sola di persone.

Ma poi… rieducazione da parte di chi? Quand’anche fosse accettabile concettualmente una strategia del genere (e assolutamente non lo è!), mi aspetterei protocolli medico-psichiatrici approvati sul piano internazionale, da far applicare a personale preparato ed esperto. Nulla di tutto questo. La soluzione è sempre la stessa: un’associazione da finanziare ad hoc. Sulla scia della proliferazione dei centri antiviolenza sono infatti nati degli spin-off molto astuti, che si identificano in modo peculiare e sono riusciti ad affermarsi come meritori di specifici finanziamenti: i “Centri per uomini maltrattanti“. Come tutti gli altri, fuori da ogni controllo, e anzi con l’ambizione nemmeno troppo celata di volersi arraffare la gran parte dei finanziamenti, superando i “normali” centri antiviolenza. Non è dato sapere quali percorsi di trattamento essi utilizzino, come gestiscano le risorse pubbliche, che professionalità vi operino all’interno. Ma soprattutto si rivolgono a una platea, questi “uomini maltrattanti” che con buona probabilità avrebbero bisogno, nel peggiore dei casi, di un centro di salute mentale con specialisti di alto livello.

Ecco perché questa pagina mette i brividi: lancia messaggi angoscianti, discriminatori (come tutto il resto d’altronde), pericolosi, minacciosi. Ed è il simbolo della totale resa dello Stato rispetto ai suoi doveri. Al momento, questo è il punto più basso, oltraggioso e anticostituzionale di questa banca dati. Qualcosa da cancellare prima di subito.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.

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