La premiata ditta Boschi-ISTAT e la banca dati elettorale sulla violenza sulle donne (parte quinta)

Sto analizzando la banca dati annunciata in pompa magna dall’ex Sottosegretario Boschi e realizzata in combut… in collaborazione con ISTAT, relativamente alla violenza sulle donne. E’ un lavoro complesso (d’altra parte è costato due milioni di euro di soldi pubblici…) dove finora, per quanto detto nella prima, seconda, terza e quarta parte dell’analisi, come unico filo rosso c’è la mistificazione. Vediamo qui il resto, elaborando osservazioni mano a mano che visitiamo le singole pagine.


14. LA PREVENZIONE – CAMPAGNE DI SENSIBILIZZAZIONE

Non c’è moltissimo da dire su questa sezione. Vi si ammette candidamente che molti soldi sono stati spesi per fare campagne informative o di comunicazione o di sensibilizzazione (per così dire) su tematiche a senso unico. Occasioni in cui spacciare una narrazione infondata della realtà, da un lato. Dall’altro, soprattutto, un altro modo per far arrivare soldi alle associazioni antiviolenza o case rifugio in modo diretto (ad esse vengono appaltate le campagne stesse) o in modo indiretto (facendo ad esse réclame con fondi pubblici). Soldi che arrivano direttamente da Roma o dalle Regioni, poco importa, l’esito è sempre lo stesso. Qualche esempio:

Non_sei_da_sola_Lombardia

locandinadonne-campagna_Emilia-Romagna_Pagina_1

Venghino siore, venghino, c’è un centro antiviolenza a disposizione per ognuna di voi!

Altro da dire? No, direi di no.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


15. LA PREVENZIONE – ATTIVITA’ ISTITUZIONALI

Anche qui non c’è molto da dire: vi si accenna alle strategie per portare la narrazione discriminante di genere anche laddove un califfato non dovrebbe nemmeno avvicinarsi: nelle scuole di ogni ordine e grado. Fortunatamente qui gli sforzi e le risorse impiegate non sembrano tantissime. Ma è ovvio, il pubblico non spende nel pubblico: a farlo non ci si guadagna in voti e consensi, quindi la timidezza in queste iniziative ci sta tutta.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


16. ESPERIENZE INTERNAZIONALI

Ecco, questa sezione per un ricercatore ha una qualche utilità. Si riportano alcuni (solo quelli che viene comodo riportare, ovviamente…) studi, alcune statistiche, alcuni report elaborati da soggetti internazionali, con una visione tutto sommato ampia delle iniziative prese da altri paesi. Tutto materiale che andrebbe letto avendo una cultura internazionale e una conoscenza delle realtà estere estremamente approfondita. Soprattutto andrebbe letto conoscendo la lingua inglese. Questi due requisiti tagliano fuori più o meno il 95% degli utenti di questa banca dati, ma non importa. Ciò che conta è dare la sensazione che l’Italia non è sola nelle sue politiche a difesa delle donne e a demonizzazione dell’uomo.

Poi, è chiaro, andando dentro i documenti si nota che non è affatto così. Tanto che tra i link presenti ce n’è uno che porta alla ricerca europea che pone l’Italia tra i paesi più sicuri dell’Unione per le donne. Ma tanto… chi ci va a guardare? Però tutte quelle sigle e quei titoli in inglese fanno figo, fanno autorevole.

Ve l’assicuro, io che un bel po’ di estero lo conosco e so l’inglese: l’Italia, per le politiche di genere, è molto più vicina al Califfato Islamico che al più sfigato dei paesi citati nella lista in questa pagina.

Punto e a capo, andiamo #avanti, come dice sempre l’ex Sottosegretario Boschi.


Con questo termina la disamina della “banca dati” sulla violenza sulle donne resa pubblica da ISTAT e dal Sottosegretario Boschi giusto in apertura di campagna elettorale. C’è voluto tempo e impegno a guardarsela tutta e a sminuzzarla in tutti i suoi aspetti, nelle sue furberie e nelle sue mistificazioni. Ma ne valeva la pena. E’ su contenuti del genere che conta chi ha costruito una carriera politica anche sui conflitti di genere per chiamare a raccolta le truppe foraggiate finora e passare quindi all’incasso. Quelle pagine sono il manifesto di uno dei tanti grumi malsani di interessi economici alimentati da soldi pubblici e interessi politici. Che esso sia più grave di altri sta nel fatto che si fonda sulla demonizzazione e discriminazione di un intero genere, ma soprattutto su realtà che, in molti casi, coinvolgono i minori, i bambini, che in quei meccanismi restano troppo spesso stritolati.

Questa banca dati è l’ultima e più estrema falsificazione. Come tale deve essere assunta da chi è saturo di queste manipolazioni, da chi ne è vittima, da chi ambirebbe a vivere in uno Stato giusto, come punto di partenza per un cambio di passo, una riscossa forse, un momento della verità, che non è più rimandabile. Questa manovra è ciò che, al culmine di una lunga ed estenuante campagna d’odio, deve portarci tutti a dire “quando è troppo è troppo”.

Un mio vecchio concittadino, ugualmente saturo delle angherie di un occupante straniero, un giorno afferrò una pietra, fracassò il cranio a uno di essi e gridò: che l’inse?, che vuol dire “chi incomincia?”. Lo diceva proprio mentre era lui a iniziare, col suo gesto, l’insurrezione che portò a liberare la città dagli occupanti. Ora non è più tempo di tirare pietre in senso fisico. Occorre usare le parole, che se sono corrispondenti alla verità e alla giustizia pesano anche più delle pietre. Ma rimane l’interrogativo: che l’inse? Chi incomincia? Una domanda facile, per quanto mi riguarda. A me viene più che altro da chiedere: in quanti seguiranno? Ed è davvero questa la domanda chiave, se si vuole cambiare radicalmente la soluzione.

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2 commenti

  1. Interessantissima la tua analisi dei dati. Una curiosità sulla situazione internazionale. Tu sostieni che noi italiani siamo molto indietro per equità e giustizia nelle questioni di genere rispetto ai paesi immagino occidentali. Però a me non sembra che la questione maschile altrove sia migliore. Il contratto in stile notarile certificante lo scambio di sesso consensuale tra i contraenti non ce lo siamo inventato noi italiani, per dire. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

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    1. Mi pare che fenomeni come il contratto pre-sessuale sia molto coerente con talune culture nordico-anglosassoni, per loro natura orientate al business o alla regolamentazione razionale di ogni cosa. In quell’approccio c’è l’illusione appunto che ogni cosa diventi più o meno normale se contrattualizzata, regolarizzata con modalità quasi commerciali dove l’uno trova un accordo con un altro uno. Tutto molto in linea con l’individualismo tipico di quelle contrade. Una cosa del genere la vedo bene da noi mediterranei e latini al massimo come oggetto di satire e ironie.
      Effettivamente, come noti tu, dall’analisi dei nostri dati, comparati con quelli dell’estero, non siamo messi così tanto male. Vorrei però correggerti: io non sostengo che siamo indietro per equità e giustizia nelle questioni di genere. Siamo indietro per equità e giustizia tout-court. Le questioni di genere sono solo uno dei fenomeni dove questa anomalia si manifesta. In particolare è un fenomeno di cui mi sto occupando, ma l’anomalia è a 360 gradi.
      E dai dati emerge una parziale consapevolezza di ciò da parte dell’apparato preposto all’applicazione delle leggi, ovvero la Magistratura. Al netto comunque delle molte storture e ingiustizie, se ci si limita al campo della violenza domestica e affini, i giudici sembrano in grado, data la quota di archiviazioni e assoluzioni, di fare la tara a un fenomeno dilagante quale, da un lato, la “denuncite” tipica itialiana, per cui ci si affida alle carte bollate per un nonnulla, e le false accuse, ovvero la persecuzione giudiziaria usata come strumento di vendetta o altro. La giustizia sembra in grado di resistere a queste pulsioni malsane, in questo campo, ma d’altro canto svariona da anni in modo quasi sovversivo sulla questione separazioni. E’ quindi un panorama frastagliato, che ha la sua genesi nelle leggi, e risalendo ancora nelle cause, su chi le fa, che è incompetente, inconsapevole o, più spesso, interessato ad alimentare consorterie e clientele, o a cedere ai gruppi di pressione. Il problema cioè è l’assenza di un’etica politica che calmieri la normale ambizione del “Principe” a conquistare e preservare il potere. Uno dei difetti della democrazia rappresentativa…
      I saltuari gesti di resistenza della Magistratura tuttavia sono un’anomalia essi stessi. Come cerco di spiegare negli articoli sui dati ISTAT, il problema non è rappresentato dal numero di denunce presentate, ma da quello delle denunce archiviate. Che rappresentano l’inutile saturazione degli apparati di giustizia, un inutile spreco di risorse pubbliche, una mancanza di certezza del diritto. E non si tratta di meri principi teorici: il problema dilaga in modo tentacolare anche in comparti che uno non immaginerebbe. Ad esempio: quale grande azienda investirebbe in un paese dove la giustizia è qualcosa di opinabile, oltre che subordinata a tempi biblici?
      Quindi, se vogliamo essere precisi, la mia tesi di fondo è quasi banale: la politica italiana e i suoi legislatori sono terribilmente indietro in termini etici. Nel legiferare tengono esclusivo conto del consenso che possono trarne, e non dalla necessità di porre condizioni di giustizia presso la comunità che si trovano a governare.
      Con questo approccio nasce e prospera il gigantesco business dei centri antiviolenza e case rifugio o case famiglia, così come tantissimi altri business simili in altri settori (sanità, antimafia, eccetera). Il tutto alle spese della comunità.
      Ultimo fattore, ma non di minore importanza, sono i media, che in questo meccanismo rappresentano l’elemento persuasore fondamentale per facilitare questo tipo di politica. Derogando dal loro ruolo di “watchdog”, così essenziale nella democrazia rappresentativa, si riducono a quello di megafono.
      Io credo che la cultura mediterranea, italiana in particolare, con la sua tradizione etica cattolica ora modernizzata, siano un baluardo nella difesa delle relazioni umane e di genere. E’ la nostra stessa educazione, la nostra “estrazione”, e non contratti commerciali, a darci limiti e obiettivi. Gran parte della crisi relazionale nelle nostre aree è derivata dal conflitto stridente tra cultura individualista globale, di matrice anglosassone, e cultura comunitaria e “familiare” di matrice nostra.
      Se combini tutti questi fattori in uno scenario unico, hai il quadro (fosco) della situazione. E come un tempo era naturale scegliere se stare di qua (USA) o di là (URSS), oggi le persone dovrebbero capire che è necessario, per il futuro, per i nostri figli, posizionarsi di qua (individualismo edonista spinto) o di là (neo-comunitarismo e recupero in termini rinnovati e moderni del ruolo della famiglia).
      Le persone, anzitutto, ma anche i legislatori e le loro leggi, i giudici e le loro sentenze, i media e il loro racconto della realtà, potrebbero, anzi dovrebbero tutti insieme scegliere una strada e incanalare le forze, da una parte o dall’altra, cercando di individuare quella migliore per tutti. Se omettono di farlo, le tensioni si moltiplicheranno e l’esito sarà spontaneo, ma chiederà un prezzo altissimo in termini di sofferenze diffuse (come sta già accadendo).
      Naturalmente, credo non ci sia bisogno di dirlo, da che parte io sto tra le due opzioni è piuttosto chiaro…
      Grazie del tuo commento!

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