I bambini sono gli unici sconfitti

162014161225aOrrore e miseria. Queste sono le uniche due parole che vengono in mente a leggere storie di separazione coniugale conflittuale. Orrore per ciò che il sistema, così com’è impostato, tende a generare: un’esplosione parossistica dell’odio e del risentimento che possono nascere da una relazione che si rompe. Miseria intesa non solo in senso economico, ma anche e soprattutto in senso umano. Un impoverimento atroce di ciò che l’uomo e la donna possono essere. Un’ondata di male insomma generata da correnti contrapposte, facilitata dal sistema e che, alla fine della storia, travolge solo ed esclusivamente i bambini, i figli, i minori, come si dice nei tribunali.

Una storia, letta su Repubblica e risalente a non molto tempo fa, sembra emblematica di tutto questo. Gli ingredienti ci sono tutti. Un uomo accusato ben ventidue volte dalla ex moglie di essere violento. Accuse sempre archiviate dalla magistratura (erano per caso false, come nella maggior parte dei casi?). La situazione descritta parla tuttavia di un padre magari non violento, ma comunque poco presente. La madre, dal canto suo, viene definita “simbiotica e alienante”. Cioè ritiene istintivamente che il figlio sia suo e solo suo, e che chiunque altro possa partecipare a qualunque titolo alla sua vita vada escluso. Un contesto cha ha generato sei anni di conflitti nella coppia in separazione, carte bollate, soldi, sentenze.

191763_20121011_bambino_cittadellaTra l’incudine e il martello un bambino. Dieci anni, promessa del tennis, primo della classe. Tutti i requisiti per crescere sano, dritto. Viene chiamato fuori dalla classe, un paio di assistenti sociali accompagnati da uomini in divisa gli dicono che, per causa delle liti di mamma e papà, deve trasferirsi in una casa famiglia. Solo avendo una reale capacità empatica si può immaginare cosa gli si spezzi dentro a sentire quella notizia. Lui si oppone. Devono portarcelo a forza. A forza. Riuscite a immaginare la scena? Dieci anni e un trauma che non supererà mai completamente. Lui non vuole andare in casa famiglia. Vuole, perché probabilmente se ne sente in grado, continuare la propria vita, anche nel contesto familiare conflittuale. Forse, nella sua immaturità genuina, sa che il problema sta lì, e che lui non c’entra niente in tutto quello. Per questo punta i piedi. Per questo probabilmente tra qualche tempo vedremo sul web un suo video, devastante come questo, probabilmente frutto di una vicenda simile.

Non posso, nemmeno volendo, prendere le parti dell’uno o dell’altro genitore. Non conosco la vicenda nel dettaglio. Al massimo posso inquadrarla all’interno dei tanti scenari tutti simili di separazioni conflittuali, e dunque nel solito contesto di orrore e miseria, così frequente che uno alla fine ci si avvezza. Quello a cui non riesco ad abituarmi è il carico di devastazione messo in capo ai figli. Ma non ne incolpo i genitori che finiscono per sbranarsi quando si dividono. Alla fine dietro una separazione c’è tanto dolore, tanta delusione, frustrazione, rabbia, che ci può anche stare che si perda la brocca così tanto da perdere anche di vista il bene dei figli. Il rancore, spesso, acceca, e l’annientamento dell’altro diventa l’obiettivo unico a cui si è disposti a sacrificare tutto.

tribunaleSe qualcuno o qualcosa ha la colpa di tutto questo orrore e di tutta questa miseria, quello è il sistema. Parola generica con cui individuo il combinato disposto di leggi, giudici, apparati, servizi sociali, avvocati, case famiglia. Tutti uniti da due anomalie etiche che, prime fra tutte, sono la causa di questi sfracelli. La prima è l’idea che, anche nelle separazioni, ci siano un colpevole e una vittima. Questo approccio “penale” è l’unico che gli apparati conoscano, l’unico che sono in grado di applicare. L’approccio mediatorio o compensativo non è contemplato né dalle leggi né dalla tradizione giuridica del nostro paese. Se accedi a un tribunale è perché qualcuno certifichi chi tra le parti è colpevole e chi vittima. Nient’altro al di fuori di questo. Peccato che in una coppia che si separa in termini conflittuali questo schema non abbia alcun senso. Qualunque sia la causa della separazione, quelle sono due categorie inapplicabili. Specie se ci sono dei minori in ballo. Circostanza che dovrebbe indurre i giudici a chiedersi non chi sia dalla ragione e chi dal torto. La domanda principale che dovrebbero farsi è: “cosa si deve fare per tutelare il bambino?”.

Forti di leggi ambigue e non idonee, gli apparati si guardano bene dal fare queste domande. Anche perché la risposta ce l’hanno già, grazie alla seconda anomalia, forse l’apice della miseria umana in queste vicende: le spinte a utilizzare con ampiezza la realtà delle case famiglia, che a rigore dovrebbero essere l’extrema ratio. Soggetti che trovano motivi per la loro esistenza proprio dalla presenza di molti “clienti”, ovvero di bambini tolti alle famiglie. E che sulla base dei loro numeri sono destinatari di grandi quantità di risorse pubbliche. Se parte di queste venissero destinate a interventi di mediazione tra genitori in conflitto, al fine di sensibilizzarli sulla priorità dei loro figli, e sulla sostanziale irrilevanza e distruttività dei loro conflitti personali, forse la situazione cambierebbe. Certo uno dei tanti ascessi purulenti di interessi verrebbe inciso e si sgonfierebbe. Ed è probabilmente per evitare questo che orrore e miseria si ripetono, con numeri da capogiro (si parla di 25 mila minori nelle case famiglia in Italia).

Si dice: lo Stato è tale quando è migliore dei singoli cittadini che lo compongono. Quello in cui viviamo non sembra esserlo. Anzi sembra costruito per assecondare ed esacerbare le pulsioni più deteriori, che invece dovrebbe ammortizzare. Che tutto questo sia mostruoso, e come tale debba essere radicalmente cambiato, lo dimostra in modo inconfutabile quando abbiamo detto finora: a pagare il conto salatissimo, alla fine, sono sempre i più deboli e indifesi di tutti. I bambini.

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4 commenti

    1. Lo so, lo so molto bene. Ma si tratta di una maturazione da fare insieme, secondo me. Pure americani e sovietici si sono alleati per uno scopo più grande, battere una dittatura. Vuoi dire che un uomo e una donna che hanno generato un figlio proprio non possono farcela a mettere quest’ultimo al centro di tutto? Per lo meno a non usarlo come arma… Io credo che ci si debba assolutamente riuscire, con ogni sforzo.

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        1. Assolutamente d’accordo. Ci sta che una coppia si sbrani se ci si lascia male. Ma solo se non ci sono figli. Una coppia che investe sul futuro mescolandosi diventa qualcosa di più di un uomo + una donna. Si sublimano in qualcosa di più alto, con una missione a cui non bisogna derogare. La voglia di sbranare l’ex deve cedere il posto all’amore assoluto per il figlio. E credo che questa condizione sia tra le prime da tenere a mente quando si decide di concepire un figlio.

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