Patto per l’equità e la giustizia: il punto della situazione

parità-tra-uomini-e-donneAl momento il Patto per l’equità e la giustizia, che abbiamo proposto alla sottoscrizione pubblica quasi un mese fa su un sito di petizioni (ma non è una petizione!), ha raggiunto la ragguardevole cifra di più di settecento firmatari. Nota: “ragguardevole” è sarcastico. Non nascondo infatti una certa delusione. Per mesi ho visto circolare cifre da capogiro rispetto agli uomini incastrati in false accuse e affini, e padri separati ridotti allo stremo da falsi affidi condivisi. Quattro milioni, sei milioni di persone. Non speravo tanto, ovviamente, ma su un mezzo milioncino sì.

A quanto pare, ad oggi, sbagliavo. Problemi di comunicazione? Sicuro: al di fuori dei circuiti chiusi di gruppi e pagine social “dedicate” il patto non è circolato. Si è cercato di attivare VIP vari (Laudadio, Timperi) o giornalisti, ma senza cavare un ragno dal buco. La questione è scomoda, il muro alto e incombente, quindi ancora pochi sanno, su proporzioni diffuse, cosa sia e di cosa tratti il patto. A ciò si aggiunga, come mi sono rispettosamente già permesso di segnalare, una certa pigrizia o un certo scoraggiamento di chi maggiormente dovrebbe correre a sostenere un’iniziativa risolutiva nel merito e decisiva nel metodo.

stalking-su-uomoDi fatto, insomma, l’iniziativa non sta ottenendo la risposta voluta e necessaria perché possa avere efficacia. Come già detto ai suoi tempi, il suo fallimento priverà di scuse e argomenti chi in futuro dirà di essere attivo e schierato per una giustizia più giusta o per i diritti di questa o quella categoria danneggiata dal sistema. A quel punto sarà un problema che non si vuole risolvere o che non è poi così grave e diffuso come sembra. In ogni caso, probabilmente proprio per i numeri irrilevanti, nessuna forza politica ha preso posizione, acquisendo il patto nel proprio programma elettorale e dandone ampia e convinta comunicazione esterna. C’è stata qualche timida espressione d’interesse, ma non ne è uscito nulla di esplicito né di concreto.

Passato un po’ di tempo, e visti i risultati, può essere utile ora “fare il tagliando” al patto, dando conto delle domande e osservazioni più frequenti. Telefonate, email, messaggi di vario genere fanno capire quali sono i punti meno compresi dell’iniziativa, nel merito e nel metodo. Sul merito, le critiche più frequenti hanno riguardato la seconda parte e i meccanismi di contenimento delle false accuse, questione su cui ho già ampiamente risposto. Quello che ha mandato in subbuglio un po’ tutti, com’era prevedibile, è il metodo, che nel suo complesso è diventato un pentolone dove sono finiti a bollire dei panni lerci: in poco tempo un sacco di sporcizia è venuta a galla.

Male-egoC’è una certa difficoltà a rassegnarsi al fatto che l’iniziativa non abbia una paternità riconoscibile. Soprattutto che non sia possibile auto-attribuirsela. In questi casi, in genere, la reazione di molti è di tipo canino: pisciarci sopra per appropriarsene in qualche modo. E così c’è chi dice che il patto è stato scritto da questo o quel partito o movimento o associazione, gruppetto o consorteria, in ogni caso gente inaffidabile, impresentabile, disonesta. Ma alla fine è un pisciare controvento: perché mai qualcuno dovrebbe produrre un contenuto sacrosanto e condivisibile, nascondersi e poi, cucù, saltare fuori dopo un mese? Non è così, anzi. Il patto non ammette personalismi, protagonismi, individuali o associati. Questo disturba da matti molte persone abituate a pensare per fazioni contrapposte, in modo divisivo o, peggio, autocentrato. Persone che danno battaglia non per ottenere una vittoria, ma per dare senso alla loro stessa esistenza. Finché non capiranno che il patto è un atto di generosità soprattutto verso il futuro (i minori) e verso un senso generale di giustizia, costoro continueranno a non capirlo (e a tentare di pisciarci sopra).

Prevale insomma, nelle osservazioni ricevute, questa vera e propria smania di sapere CHI l’ha scritto. Come se un concetto si qualificasse sulla base di chi l’ha formulato, e non per il concetto stesso. Sinceramente: NON LO SO chi ne è l’autore. A malapena so la professione di un paio di loro, e mi è stato chiesto di tenere un tendenziale riserbo anche su questo. Da quello che ho capito, non voler apparire è un atto di autoprotezione, oltre che di generosità. Onestamente: cambierebbe qualcosa se a scriverlo fosse stato un gruppo di operai metalmeccanici di sinistra o un’accolita di notai di destra? No. Il centro della discussione è, deve essere, in ciò che è scritto nella proposta. Il fatto che gli autori abbiano optato per la loro stessa irrilevanza è il meccanismo meraviglioso che mi ha convinto a farmi promotore della proposta, decidessero di saltar fuori e trarre vantaggio personale dall’iniziativa, sconfesserei apertamente il mio sostegno. Mettetevi il cuore in pace, insomma, e smettete di chiedere: non so chi l’abbia scritto, anche lo sapessi non lo direi. E in ogni caso non importa. Leggete quello che propone e riflettete e discutete su quello. E aderite, se vi convince, cazzo!

statali-corruzioneAltra tendenza è quella di consigliare di rivolgersi a questo o a quel partito. Ulteriore dimostrazione che il metodo del patto non è stato compreso. L’ispirazione primigenia è quella di un disprezzo olimpico verso i politici nostrani. Tutti, nessuno eslcuso. Essi sono strumenti in mano a gruppi di interesse. La premessa “di sicurezza”, ben provata dall’esperienza, è: se vai a chiedere qualcosa a loro, loro ti strumentalizzeranno ai loro scopi, solitamente sudici. Cioè ti tengono per le palle. Soluzione: prendere noi loro per le palle. Unico modo: mettergli sul tavolo ciò che vogliono di più: escludendo i soldi, restano i voti. Suggerire di andare a pietire un po’ di attenzione a questo o quel partito, significa sovvertire l’intera logica del patto, togliere ad esso tutta la sua potenziale forza. Che sta, lo ripeto, nel numero di persone che lo sottoscrive. Sta nella “massa critica” che diventa gruppo d’interesse, “lobby etica”.

Ci sono poi altri aspetti che vengono segnalati: chi suggerisce di pagare un’agenzia di pubblicità (già, tanto siamo tutti milionari…), chi di cercare collegamenti con gruppi esteri (ci arriveremo, ci arriveremo…). Tutte cose utili e meno utili, fattibili o irrealizzabili. Di fatto resto convinto che uno strumento come il patto, se davvero va ad applicarsi a una realtà sofferente come mi è sempre parso, si promuove da sé, con un semplice passaparola. E soprattutto con un semplice reset di tutte le barriere mentali e psicologiche tipiche di quando si affronta una situazione in gruppo: individualismi, orgoglio e rivendicazione per il lavoro già fatto (che resta, glorioso, ma non basta), faziosità e particolarismi… Va tutto messo da parte, per una volta, per imporre, magari un po’ cinicamente, una soluzione chiara a un problema altrettanto chiaro. Resta la difficoltà di molti, abituati a stare a galla nel fango e nella merda di questo paese, ad affrontare qualcosa di pulito e trasparente. Lo vedono e non ci credono, non ci vogliono credere.

Credeteci. E’ il primo modo per tenere tutto pulito e per pulire dove c’è ancora sporco.

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