L’infame meraviglia del doppio standard

C_4_articolo_2114581_upiImageppTra le tante notizie di uomini vittime di violenze o stalking, tutte tassativamenre reperibili solo in quotidiani locali o di quartiere, essendo i media mainstream troppo occupati da notizie di violenza sulle donne, si trova un po’ di tutto. Come questa storia che ha avuto corso a Monopoli, in Puglia. Una ex impazzita di rabbia per la fine della relazione, tormenta in ogni modo l’ex. Dopo mesi, saturo della situazione, lui la denuncia: le forze dell’ordine la indagano per atti persecutori, raccolgono prove e lei viene bloccata. Insomma una delle tante vicende dove una relazione che finisce genera reazioni eccessive, talora al limite e talaltra oltre il limite del Codice Penale.

Nulla di strano, insomma, tranne due cose. La prima è l’insussitenza oggettiva del reato di atti persecutori (stalking), per lo meno nella reale natura di quella fattispecie. Come ho spiegato nel mio libro, si ha stalking quando l’autore delle persecuzioni soffre di sindrome da molestie assillanti, come detta la definizione scientifica. Lo stalker, cioè, di fatto è un malato. Questo non lo solleva dalla colpevolezza di agire in modo scorretto verso un’altra persona, ovviamente, ma l’inquadramento è diverso. Lo stalker agisce perché intimamente convinto di amare l’oggetto della sua persecuzione, e che questi lo ami, o lo ami ancora. Oppure ritiene convintamente di essere corrisposto, o in ogni caso che meriti di essere amato, che l’altro debba amarlo. Un tipo di alienazione psichiatrica strettamente connessa con l’erotomania.

61S0o2LWi1L._SL1000_Ecco, stando alla descrizione di cronaca, la signora non pare mossa da questo tipo di sentimenti. E’ solo molto molto incazzata per la fine della relazione e vuol farla pagare all’ex. Quindi lo manda all’ospedale (reato di lesioni, art.582 CP), lo minaccia (reato di minacce, art.612 CP), danneggia sue proprietà (danneggiamento, art.635 CP), lo insulta pubblicamente (reato di diffamazione, art.595 CP). Ce n’è abbastanza, essendo tutto provato, per far passare l’anima dei guai alla signora. Che invece viene incriminata per atti persecutori, ovvero stalking. Che, di fatto, non c’entra nulla. Il fatto non sussiste, come si direbbe in tribunale. Ma il 612bis del Codice Penale è un coltellino svizzero, oppure come il nero: va su tutto. Peccato che così si snaturi l’inquadramento corretto di un reato già di suo disciplinato in modo estremamente scorretto dalla legge italiana.

Ma non basta. Anche qui si rileva un dato oggettivo, riscontrabile nelle tante storie di cronaca reperibili sui media, così come su questo blog: per molto meno un uomo, un maschio, finisce in carcere. Proprio prigione, quella cosa che ti fa vedere il cielo a strisce. La signora no, viene messa ai domiciliari. In questo caso come in centinaia di altri, la donna, a parità di condizioni di reato (ma anche a condizioni peggiori), si giova di un trattamento di favore se comparata con l’uomo. Esempi di doppio standard applicati dalla magistratura italiana si sprecano, laddove altri sistemi giudiziari non vanno tanto per il sottile e garantiscono una vera parità (di cui le femministe dovrebbero essere soddisfatte). Negli USA, ad esempio, dove comunque vige uno dei sistemi giudiziari più iniqui al mondo, che tu sia donna o uomo poco importa: a parità di reato, ottieni gli stessi provvedimenti punitivi, le stesse sanzioni. Un po’ peggio se sei di colore, ma quello è un altro discorso…

bloodyUn doppio standard, quello italiano giudiziario, che fa il paio con, e forse anche deriva da, un altro doppio standard, questo molto più radicato e diffuso, di tipo culturale. Un uomo che schiaffeggia una donna provoca orrore e indignazione. Una donna che strappa le palle a morsi al suo uomo, per altro senza farsi un giorno di carcere, provoca ironie, ilarità, quando non ovazioni. Un giro sui commenti nei social o nei siti di informazione dimostra quanto questa cosa sia tristemente vera. Quando un doppio standard è così radicato nella cultura diffusa, si è davanti a un fenomeno grave e pericoloso. Perché se si arriva a distinguere abusivamente tra violenza intollerabile e violenza tollerabile (quando non addirittura giusta e augurabile), allora si è pericolosamente vicini all’orwelliano “tutti i maiali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Concetti che sono l’anticamera del privilegio, da un lato, e dell’oppressione, dall’altro. Si tratta di capire la sorte da quale parte della barricata ci pone. Oppure, meglio, si tratta di capire come rifondare culturalmente il vissuto comune e le modalità di relazione, con lo scopo, tra l’altro, di cancellare in modo netto i doppi standard. Quando questo accadrà nella cultura diffusa, anche i tribunali si adegueranno. Così si avrà un incremento dell’equità del sistema giudiziario a certificare la raggiunta maturazione del corpo sociale. Una prospettiva, a guardare l’oggi, talmente remota da prendere le fattezze dell’utopia, purtroppo.

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2 commenti

  1. Caro Davide, quanto è vero quello che scrivi. E come lo scrivi chiaro e tondo. Non siamo fortunati con le petizioni ma ne proporrei una per farti una statua d’oro. 🙂 A proposito di petizioni: hai letto quella creata per Morgan?
    http://milano.repubblica.it/cronaca/2018/02/07/news/padri_separati_morgan_asia_argento_tolta_casa_monza_petizione-188256113/
    Purtroppo l’evirazione suscita sempre ilarità. Apprendo per esempio sul forum che recentemente in una nota trasmissione sul servizio pubblico (per cui paghiamo il canone anche noi maschi) la sig.ra Parietti ci nega il diritto di parola sventolando la bandiera del femminicidio.
    https://www.questionemaschile.org/forum/index.php/topic,15449.0.html
    Ovvero la Colpa millenaria che non ha mai fine. Un tempo bastava appellare con maschilista e misogino un uomo per chiudergli la bocca; oggi evidentemente non basta più. Femminicidio is the new maschilista! Fosse questa la ragione per cui si è reso necessario un nuovo brand? La sig.ra Parietti comunque è progressista. Lo sono stato anche io in passato, confesso; da alcuni anni ormai mi astengo dal voto perché non ce la farei poi a guardami allo specchio votando ancora a sinistra.
    A proposito di voto. Un vecchio amico più saggio di me una volta mi disse che non è necessario raccontar balle per mentire; anzi è assai più efficace mentire dicendo mezze verità. Per esempio si dice che i maschi hanno potuto votare prima delle femmine. Non si dice che fino al 1918 il diritto di voto era per censo e vincolato al livello di istruzione (dunque immaginare in che percentuale se l’analfabetismo toccava picchi del 90%) e dopo condizionato al servizio militare nella prima guerra mondiale. Il vecchio ruolo maschile della palla da cannone, dunque, non del potere. Niente è mai stato gratis. A cosa poi servisse il voto durante il Regime non saprei dire. Più o meno a quello che serve adesso, immagino.

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