Quando i media inquinano la giustizia

1517939276649_1517939306.jpg--delitto_pamela_mastropietro__il_nigeriano_resta_in_carcere_ma_non_per_omicidioPamela, giovane ragazza uccisa e fatta a pezzi, persone accusate e indagate, in una storia atroce di degrado e violenza. Lo dico subito, in premessa, in modo da sgombrare immediatamente il campo da discussioni fuorivianti: non intendo parlare del fatto in sé. Se ne parla anche troppo, il più delle volte in modo scorretto (tipo considerando gli indagati già colpevoli a prescindere, pur in assenza di prove), e le strumentalizzazioni politico-elettorali si sprecano. Non voglio entrare assolutamente in questo massacro nel massacro. Quello che mi interessa considerare è un’altra cosa.

Prendo spunto da quanto dichiarato dal Pubblico Ministero che sta gestendo l’inchiesta: “troppa pressione mediatica”. Una frase che è una lamentela, forse una protesta, ma che io leggo anzitutto come un’accusa. Un’accusa al sistema dell’informazione e al suo soverchiante potere inquinante di un apparato, quello inquirente e giudicante, che dovrebbe operare nella più assoluta e intoccabile tranquillità. Perché, la prima cosa che rischia di accadere, quando i media premono troppo, è la degradazione dalla giustizia equa alla giustizia sommaria, quando non all’ingiustizia. E non c’è diritto all’informazione che tenga rispetto al dovere di garantire alla società un apparato giudiziario equo e corretto.

Most-Influential-Journalists-TodayLa pressione dei media invece, con la scusa del “diritto di cronaca”, mette apparati come la polizia giudiziaria e la Magistratura in condizioni di operare di fretta, in modo superficiale. La priorità diventa quella di trovare non il colpevole ma un colpevole, se possibile con un profilo abbastanza saporito da poter trovare il gradimento del palato di quel Moloch fuori controllo che sono i media e l’opinione pubblica al seguito. Gli uni interessati all’audience e ai profitti, gli altri interessati ad aver qualcosa di cui parlare, su cui poter esprimere un giudizio che li faccia sentire possessori di un senso. E per questo sfruttati dai media stessi, che ne riflettono e ne amplificano l’inconsistenza. Un circolo vizioso che nulla di nulla ha a che fare con quei principi di giustizia che distinguono la società moderna da quella primitiva.

Si dice che l’inchiesta che ha portato in carcere Massimo Bossetti, per il caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, ricada in una di queste anomalie giudiziarie frutto della pressione dei media. Il grido d’allarme lanciato dal PM del caso di Macerata segnala il rischio che l’esito possa essere lo stesso. Quel grido non dovrebbe rimanere inascoltato, in un paese civile. Ma basta farsi un giro sui social per capire che al momento l’Italia non rientra in quella categoria. Le persone attualmente sotto indagine sono già state sentenziate come colpevoli dalla giuria popolare del like e dell’università della vita. Seguite a ruota da vari esponenti politici, il cui cinismo ora non trova limiti, essendo in periodo elettorale.

tribunaleE qui stiamo parlando di un caso atroce, di una gravità assoluta, come è un omicidio con vilipendio di cadavere. Uno scenario così feroce che non può non attirare l’attenzione morbosa delle iene mediatiche. Non va dimenticato però, come racconto nel mio libro, che quando non si verificano casi ad alta tensione come questi, i media mantengono comunque uno stato di tensione media ma costante sull’apparato giudiziario, condizionandolo in un modo indegno per uno Stato di Diritto. E’ per non finire sui giornali accusati di “aver lasciato libero uno stalker” che i magistrati inquirenti tendono a mandare avanti i procedimenti, anche quando palesemente inconsistenti. Troppi casi da analizzare, troppe denunce, e dunque si passa la patata bollente su su fino al giudicante, che alla fine deve decidere. E, nella gran parte dei casi, poi assolve.

Chi vuole abusare di una norma, come quella anti-stalking, fa affidamento anche su questo: i magistrati, gli organi investigativi, hanno paura dei media, non vogliono rogne. Farsi sfuggire un colpevole significa gogna mediatica, sanzioni, trasferimenti, figuracce, carriere rallentate o stroncate. Quindi, di fronte alla montagna di denunce, in gran parte farlocche, nell’impossibilità di controllare bene tutto tramite indagini, si procede su tutti. Stante questa sudditanza, il genitore X che si separa dal genitore Y e, ad eesmpio, vuole allontanare immediatamente quest’ultimo dalla casa familiare e dai figli, non ha che da presentare una denuncia per stalking. Non servono prove, basta la parola. Depositandola in un apparato timoroso dei media il gioco è fatto.

shushing-1240x681Domanda retorica: sono queste condizioni per una giustizia equilibrata ed efficace? Non sarà forse il caso di interpretare la segnalazione del PM del caso di Macerata non come una protesta ma come un ordine? Non è un caso facile, anzi. E i magistrati sono lì per trovare il colpevole, non un capro espiatorio, dunque serve silenzio, segretezza e serenità. Dunque, voi avvoltoi dei media, rinunciate per una volta ai quel po’ di click, chiudete quella fogna di bocca, smettete di scrivere sciocchezze. Silenzio stampa e lasciate lavorare chi lavora per la giustizia, non per la diffusione e il rafforzamento della miserabilità umana. Grazie.

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2 commenti

  1. La nuova eroina di Repubblica è la giudice Rosmarie Aquilina. USA. La vicenda è orribile e penso chiunque vorrebbe sapere quella persona assicurata alla giustizia. Ma che bisogno c’è di questo spettacolo mediatico? Che bisogno c’è di gettare in aria la memoria difensiva di un imputato? Cosa rappresentano i giudici quando si siedono su quello scranno? E’ grave che le più alte istituzioni abbiano perso il loro ruolo di garanzia. Ma questi sono i tempi…
    http://www.repubblica.it/esteri/2018/02/05/news/nassar_nuova_condanna_a_125_anni_di_prigione-188102187/

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  2. Parole sacre: “silenzio, segretezza e serenità” per chi lavora per la giustizia ! Speriamo che in questo “rumore” quotidiano qualcuno le senta !

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