I dati ISTAT (reloaded) e la cacata di Pietro Grasso

CuriosityI numeri a volte sorprendono. Me ne sono accorto ieri parlando con un amico sempre molto lucido e curioso (ovvero molto intelligente), Francesco Toesca. Ci chiedevamo perché a questo giro l’ISTAT stima le donne vittime di molestie in 8,8 milioni. Una cifra strana, in effetti. Di solito quella che risulta è una cifra tonda: 3 milioni nel 2012, 6 milioni nel 2014. Stavolta 8,8 milioni, di cui 1,4 sul posto di lavoro. Specifica non irrilevante, che però i media fingono di non vedere, e il messaggio che è passato è che 8,8 milioni sono state molestate sul lavoro. Convinto che nulla avvenga per caso, Francesco si è fatto allora un’altra domanda: ma, nel caso, 8,8 milioni di donne quanto sono in percentuale sul totale delle donne che lavorano? Così è andato a pescarsi i dati INPS, INAIL, ISTAT, e ha trovato che gli occupati in Italia sono 22 milioni circa. Il 40% di essi è composto da donne. Volete sapere qual è il 40% di 22 milioni? Volete proprio saperlo?

8,8 MILIONI

Com’è che dicono gli analfabeti funzionali? “Un caso? Io non credo…”. Però né io né Francesco Toesca siamo analfabeti funzionali, tutt’altro. Ci siamo dati quindi una prima spiegazione piuttosto ovvia. Con questo dato il messaggio che mediaticamente si vuole (o che si vorrà a breve) far passare è:

TUTTE le donne che hanno un impiego sono state molestate sul lavoro. In più, oltre a essere in minoranza tra gli occupati, patiscono il divario salariale (altra cazzata già ampiamente smentita), e sono schiacciate dal dilemma “metto su famiglia o faccio carriera”, spesso venendo soggiogate dalla pressione culturale e sociale che le costringe a stare a casa.

decapitazioneUn disastro insomma, tutta colpa della società patriarcale che privilegia il maschio e lo lascia impunito. C’è però, a questo punto, una seconda domanda: a che serve, a chi è utile l’imposizione di una narrazione mediatica del genere, così infondata e insensata? Io brancolavo nel buio, Francesco Toesca invece ha una chiave di lettura molto convincente, che però non voglio anticipare. Lui stesso la spiegherà in un articolo su cui sta lavorando e a cui, quando verrà pubblicato, darò ampio risalto.

C’è però sempre quella preoccupazione di finire nel vortice dell’analfabetismo funzionale. Perché il ragionamento numerico che abbiamo fatto potrebbe anche essere tacciato di vano complottismo. A rassicurarci che siamo nel giusto è piombato l’intervento che Pietro Grasso ha affidato ai social. Questo:

grasso

Sì, si scusa di nuovo. Credo ancora a nome di tutti gli uomini. Non ne sono sicuro perché mi sono fermato nella lettura alla seconda riga, quando dice:

8,8 milioni di donne tra i 14 e i 65 anni hanno detto di aver subito una molestia

Avevo già scritto a Grasso sturandogli le orecchie quando si era scusato la prima volta. Non mi ha mai risposto ovviamente, ma in compenso sembra averci preso gusto alle scuse. Evidentemente qualcuno gli ha detto che porta voti. Ma non sono tanto le scuse qui a colpire, bensì la riga che ho citato sopra. Grasso dice pubblicamente che 8,8 milioni di donne hanno detto. E non è vero. Ne abbiamo parlato l’altro ieri: quella è una stima, un’ipotesi, una proiezione statistica basata su 16.000 interviste. Un numero che abbiamo definito un assist elettorale, e a darci ragione è arrivato l’ex Presidente del Senato, che ha subito tentato di fare gol.

pietro-grasso-elezioni-regionali-siciliaGrasso è un ex magistrato, in politica ormai da tempo, si presuppone dunque che sia un uomo con sale in zucca. Molti dicono che, alla luce del suo CV, sia anche un uomo corretto, integerrimo, colto e intelligente. Dunque delle due l’una: o in realtà è un rimbabito incapace di leggere e capire le statistiche e come vengono elaborate, oppure è un politico senza scrupoli che utilizza un dato falso, comunque non vero, spacciandolo per vero, al solo scopo di acquisire consensi elettorali. Tertium non datur. Se davvero pensa che sia concretamente possibile intervistare 8,8 milioni di donne, allora ha il cervello in poltiglia. Se sa che non è possibile e che quello è un dato teorico quanto il concetto dell’esistenza di Dio, allora è in malafede.

Io ho già la mia opinione. Penso che Grasso sia pienamente consapevole di stare strumentalizzando senza alcuno scrupolo un dato inesistente. E lo fa per mandare un messaggio a due livelli. Il primo, diretto all’opinione pubblica tutta, è: “da uomo, mi scuso per i tanti abusi sulle donne a nome di tutti gli uomini, e se avrò una posizione di potere, provvederò con severità a rieducare il genere a cui appartengo”. Così acchiappa nel mucchio le tantissime, troppe persone invischiate in una narrazione della realtà che non ha fondamento. Il secondo livello è quello previsto nell’articolo dell’altro ieri, ed è un messaggio mirato: “voi tutte, consorterie e clientele riunite, fatte di gente senz’arte né parte a cui abbiamo dato uno straccio di lavoro finanziando a babbo morto inutili centri antiviolenza e case rifugio, e voialtri che sui conflitti di genere banchettate e gozzovigliate, il 4 marzo ricordatevi di restituire il favore, dunque di votarci e farci votare”.

Questo è. E non posso far altro che chiedermi: se Grasso usa così cinicamente un dato non vero per raccattare voti, cosa potrebbe fare una volta investito ancora di una carica istituzionale? Con questa dichiarazione, l’ex Presidente del Senato ha dimostrato o di essere un ignorante, e non c’è nulla di più pericoloso di un ignorante al potere, oppure di essere un politico cinico, scorretto, manipolatore, nonché una brutta brutta persona, un uomo privo di scrupoli. Un personaggio da Orwell o da Ministero nazionalsocialista merdadella Propaganda. Un pericolo per la comunità. Invotabile.

Probabilmente contava sul fatto di aver rilasciato la sua dichiarazione sui social, ossia il cacatoio pubblico, dove le cacate di un’ora spazzano via quelle dell’ora precedente. Ha sbagliato i suoi calcoli. Il senno, la furberia col sorrisetto che ha cacato su Facebook non è passata inosservata. Con questo articolo io raccolgo la sua cacata, nonostante il ribrezzo personale, la isolo e le pianto sopra un segnaposto, con scritto bello grande: “Pietro Grasso”. A futura memoria.

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17 commenti

    1. Cara Lucia, niente colpe, niente scuse. Se un movimento culturale nuovo vogliamo creare dovrà essere senza rivendicazioni, vere o presunte di un passato che non c’è più, senza risarcimenti, senza colpe paralizzanti. Basta con queste cose. Basta con questa violenza sulla psico-massa. L’unica colpa che faccio mia è quella descritta benissimo da Wignersfr, perché anch’io ho avuto farmi il fegato amaro solo per dire ovvietà. E lo confesso qui. Ne farei un brand, un hashtag, altro che #metoo… #fuckfault!

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  1. il disegno femminista è EVERSIONE dell’ordinamento giuridico.
    la piega che ha preso da anni la giurisdizione e la politica in proposito è EVERSIVA.
    bisogna farlo capire alla gente, ripetere in continuazione questa parola: eversione… eversione… eversione.

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  2. Ma cosa avrà fatto mai il presidente Grasso alle donne per scusarsi in continuazione? Cose inenarrabili, sicuramente, al punto che la sua psiche non regge più al peso della colpa. Avrà molestato la Boldrini? L’avrà chiamata Presidente invece di Presidenta? O furbescamente cerca di risparmiarsi un corso di rieducazione maschile? Chissà…

    Tra i meme più diffusi sulla presunta disparità salariale c’è che se lavorassero più donne il PIL crescerebbe a dismisura. L’ho risentito di recente a 8e1/2 (quando c’era Ferrara era un’altra trasmissione) da una economista di cui non ricordo il nome. Non viene mai data una spiegazione chiara del perché ci sarebbe questa crescita miracolosa della ricchezza nazionale, se non insinuando sia dovuto alle superiori qualità del genere che ha una marcia in più. La Murgia, riconoscibile dalla rassicurante faccia di mùtria, oltre che femminista mistica, ci scrisse su il manifesto della Matria. Un po’ sessista ma anche questo passa in cavalleria.

    Ma anche oggi, Michela Moioli, oro nello snowboard, gloria nazionale, di tutti cioè, ripete lo slogan: le donne hanno una marcia in più. E io ci credo. Non capisco come e rispetto a chi, gareggiando nella stessa categoria di genere, ma lo assumo come Verità. Non vale che la pista sia stata semplificata avendo causato diversi infortuni tra quei privilegiati dei colleghi maschi. La pista era chiaramente maschilista.

    https://www.questionemaschile.org/forum/index.php/topic,13123.msg181555.html#msg181555

    Nonostante riconosca questa marcia in più, non dico nell’uso dello scopettone nel Curling, sport sessista per eccellenza se praticato dalle donne, i conti non mi tornano lo stesso. E non perché non conosca donne intelligenti e gran lavoratrici, ci mancherebbe, ma perché se ho ben compreso tutta la questione si fonda sull’assunto – indiscutibile – che se entrassero più persone nel mondo del lavoro aumenterebbe di conseguenza anche la ricchezza del Paese. Non una gran rivelazione, a dire il vero, come invece sarebbe stato se avessero detto che assumendo tutti i cavalli, maschi o femmine che siano, staremmo meglio della Germania. Raggiungere la piena occupazione equina: questo dovrebbe essere il programma! Si racconta che c’era un cavallo che sapeva far di conto, contava battendo lo zoccolo, ma non ricordo a quale genere appartenesse. Nel dubbio diciamo che era una femmina.

    Finché non ho letto sul forum una interessante ricerca del famoso servizio di trasporto Uber, che paga i maschi il 7% in più. Orrore! Il motivo di questa disparità però risiederebbe nella maggiore disponibilità al sacrificio dei conducenti maschi. Per esempio si fanno meno problemi di orari e luoghi, e usano meglio la piattaforma in generale. Il cavallo femmina (cavalla sarebbe misogino, credo) dovrebbe anche darsi da fare oltre a saper contare con lo zoccolo (zoccolo al maschile, per carità). Ai cavalli maschi riserviamo il solito trattamento: se non possono più correre… sappiamo che fine fanno.

    https://www.questionemaschile.org/forum/index.php/topic,15469.msg181267.html#msg181267

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  3. Anche io mi scuso. Come uomo. Non naturalmente per i motivi di cui parla grasso (volutamente minuscolo, e che purtroppo non è ancora ex presidente del senato – di nuovo, tutto volutamente minuscolo). Ma per la mia impotenza. La mia codardia. Il mio silenzio. Confesso: sono uno di quegli uomini che non riesce a dire queste cose, a discuterne, a litigarci, anche se le penso, le so, ci ho ragionato sopra. Perché, soprattutto nel mio ambiente (piccola borghesia acculturata – almeno formalmente, abbiamo tutti il pezzo di carta – di formazione di sinistra, più o meno internazionalizzati, almeno in apparenza e nelle intenzioni), il femminismo, e tutto ciò che dice, foss’anche la barbarie più estremista (leggere il “programma” di nonunadimeno per credere), è intoccabile, intangibile, inquestionabile. Se lo fai, pur nel modo più civile e moderato possibile, magari limitandoti a qualche aspetto pratico, o tirando fuori i numeri più inattaccabili, sei deriso, insultato, provochi scandalo, indignazione, vade retro, ma dici sul serio. È più facile intavolare una minima discussione persino sul più patente razzismo (dico per dire, io sono agli antipodi del razzismo), persino lì ho visto conoscenti di sinistrissima concedere qualcosa (“beh, la paura è comprensibile”, “i fenomeni migratori vanno governati”, “stiamo attenti a non demonizzare troppo i ceti spaventati”), ma guai a questionare un qualsiasi dogma femminocentrico, anche i più assurdi e ridicoli. L’uomo è oppressore, punto. Le donne sono migliori, punto. Se lo dice una donna è vero, punto. È in corso un genocidio di genere, punto. Gli uomini hanno sempre sfruttato, punto. Ormai il ginocentrismo è tabù. L’aspetto paradossale è che uno prova a dire che non odia le donne, non c’entra nulla il maschilismo, si parla solo di fenomeni ingiusti (padri separati, gender gap giudiziario – molto più vero di quello economico… – morti sul lavoro, demonizzazione del maschile su tutti i media) e, come altri fenomeni ingiusti a danni di altre categorie, vanno affrontati senza dividere il mondo in buoni e cattivi. Nulla da fare: se dici certe cose, ODI LE DONNE, per definizione, e quindi non si scappa. È tribalismo, irrazionalità, furore. E quindi, se non segui la massa, sei espulso dal gruppo. Isolato, evitato. E allora confesso, non ce la faccio. Avevo provato a fare qualcosa, ma in una società già polverizzata, davvero non riesco a correre il rischio di essere escluso dai miei gruppi sociali o, peggio, esserne deriso. E di essere disprezzato o temuto dalle donne. Seguo questo e altri siti simili, ho firmato l’appello (senza far apparire il mio nome, of course), prima di disattivare il mio account facebook seguivo gruppi, commentavo in quelli chiusi, ma evitavo accuratamente di rendere le mie idee pubbliche.
    E di questo mi scuso. Come uomo. Perché potrei contribuire alla causa ed alla sua accettazione, portare il mio granello di sabbia sperando che insieme a quelli degli altri possiamo raggiungere la massa critica. Ma non ce la faccio. E chiedo scusa.

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    1. Non ti nascondo che il tuo lungo messaggio, o forse sfogo, mi ha lasciato attonito. Per la sua sincerità e il suo carico di frustrazione, anzitutto. Ma anche perché mi conferma che ci sono ragioni di questo tipo dietro la fatica titanica che fanno coloro che si espongno da soli o quasi in una lotta impari. Con tutte quelle iniziative, appunto come il Patto, che falliscono, anche per i motivi che dici tu.
      Ti ringrazio e ti capisco. Ma concedimi di farlo con un po’ di rabbia. Rinunciando ad attivarti e opporti per paura del disprezzo femminile o di essere sovrastato da una forma di biasimo sociale, priva il quadro che sarebbe necessario ricostruire di un pezzo. Finché è uno, passi. Il problema è che sono in tanti ad avere il tuo approccio.
      Quello che più mi dispiace è che tu e gli altri probabilmente uscirete allo scoperto quando vi troverete invischiati in qualche trappola, in qualcuno dei meccanismi di privilegio messi a punto per una parte sola del mondo.
      Naturalmente non mi auguro che questo accada. Anzi, accetto le tue scuse e ti ringrazio per leggere le cose che scrivo io e che scrivono gli altri. Anche se non attivi, è cruciale che ci siano molti comunque consapevoli. Grazie davvero del tuo messaggio.

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    2. Cortese Wignersfr, la descrizione che hai fatto dei motivi che cementano la bocca agli UU è perfetta. Sincera fino alla spietatezza, cruda, incontestabile. L’ho copiata per conservarla. Ricalca quel che abbiamo scritto in questi anni analizzando i motivi del silenzio pubblico maschile.
      Si tratta di una costrizione che non ha nulla di fisico, è mentale, psicologica, morale. Immateriale ma micidiale.
      Ci siamo chiesti perché gli UU, che pur corrono rischi di ogni genere (carcere, fallimenti, mutilazioni, morte…) non riescano a parlare pubblicamente, a rendere pubblico ciò che dicono in privato.
      Il fatto è che ne va della morte sociale. Ed è la verità.
      Diventi un appestato. E lo stesso accade a chi ti sta vicino. Mia moglie è stata insultata sulla pubblica piazza
      per il fatto di stare con uno come me. I miei parenti – negli incontri familiari cui non si possono sottrarre – schivano nel modo più assoluto ogni riferimento a quel che io faccio da 20 anni ed evitano pure di commentare qualsiasi notizia che possa lontanamente darmi lo spunto per sollevare la questione della guerra antimale e del femminismo.
      Le DD che sono a conoscenza della mia azione ne sono però tanto inorridite quanto terrorizzate. Tengono con me relazioni professionali o familiari minime e gelide. Mai in questi anni alcuna di esse ha però osato dire una sola parola. Neppure una.
      Gli UU d’altra parte entrano in un imbarazzo tale che incominciano a parlare ed a straparlare in modo del tutto irrazionale, eruttando decenni di sentimenti repressi oppure recitandomi il mantra della narrazione femminista. IN ogni caso impedendomi letteralmente di prendere la parola.
      .
      E’ accaduto anche stamane. Gli allievi (=90%allieve) in assemblea d’istituto a sciropparsi una rappresentazione teatrale sulla “Sottomissione femminile”. Io fuori ad ascoltare per ore alcuni colleghi esplodere in tutte le direzioni, dopo averli informati come segue: “Esiste in Italia un movimento maschile radicalmente antifemminista. Io ne sono un attivista da 2 decenni e…”.
      .
      Poi hanno parlato loro. Senza fine. Ma in privato.
      .
      Tale è oggi la nostra condizione universale. Perciò la tua amara confessione non suscita in me alcuna condanna. Ti capisco perfettamente. Anzi rendo onore alla tua sincerità.
      .
      Ci si potrebbe chiedere: perché alcuni si espongono mentre molti altri no?
      Perché alcuni, tra i quali io stesso, si sono trovati e si trovano nella condizione di poterlo fare.
      Infiniti altri non possono.

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      1. La ringrazio della risposta. E soprattutto del suo lavoro e per il suo libro, che mi ha aiutato a razionalizzare il problema e, soprattutto, a farmi capire, quando lo lessi, di non essere solo. Ringrazio naturalmente anche l’ospite di questo bel blog. Sulla questione da me sollevata, che dire, mi sento diviso a metà. Da una parte c’è quello che ho scritto, che è esattamente ciò che provo e che (non) faccio. Dall’altra la rabbia di Davide Stasi, che non posso che condividere. Quando è più questa seconda metà che in me prende il sopravvento, è come se mi guardassi da fuori. Sbigottito, confuso e amareggiato.

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        1. Non farti impressionare dalla mia rabbia. E’ che sospettavo che ci fossero ragioni simili rispetto alle reazioni sempre “tiepide” di fronte alle analisi e alle sofferenze. Vederle espresse così bene, così sinceramente, mi ha colpito. Tanto da dirti che a rappresentare la situazione vale più il tuo messaggio precedente e quest’ultimo che tutti gli articoli del mio blog messi insieme.
          Quello che voglio dirti, e che in parte ti ha detto anche RDV rispondendoti, è che chi si espone, come me e come altri, è perché può farlo. Non so gli altri, io mi espongo anche per chi non può, per le tue stesse ragioni. E lo faccio volentieri.

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  4. Col cavolo che andrò a votare il 4 marzo. Uno Stato che non garantisce diritti per tutti e che crea mostruosità sociali come il femminicidio e la violenza a senso unico e “crea” ad hoc queste statistiche..che stato è?

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    1. Cortese A.M. Mangia, qui lo Stato non c’entra nulla. Accadrebbe precisamente lo stesso anche nell’utopia di una società anarchica. Qui lo Stato non comanda, esegue. Obbedisce ai valori sociali di cui esso non è padrone ma servo.
      Te lo garantisce un anarchico.

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