Loro, i manichei. E noi, terroristi della verità

copertinaprontaCredo sia giusto, a due mesi dall’uscita del mio libro “Stalker sarai tu”, fare un paio di riflessioni pubbliche. Lo ritengo doveroso perché in questi due mesi ho raccolto alcuni elementi che credo utile condividere con i lettori. A partire dalle relazioni che ho avuto la possibilità di stringere con molte persone. Ricevo giornalmente dai 30 agli 80 messaggi. Molti mi chiedono consigli rispetto a loro vicende personali e, nel limite delle mie competenze, provo a dare qualche dritta utile. Alcuni mi scrivono solo per sfogarsi, e sono onorato di essere scelto come interlocutore. Qualcuno ancora mi consegna la propria storia personale, e piano piano ne pubblicherò i contenuti. Poi un gran numero di complimenti e congratulazioni: ho smesso di contare gli avvocati che mi scrivono “hai ragione, vai avanti, non mollare”. Un paio di magistrati pure mi hanno fatto l’onore di comunicazioni del genere. Insomma, al di là dei dati di vendita, che ancora non ho, il libro sembra viaggiare bene, ma soprattutto raccoglie consensi.

Eppure… qualcuno ne ha visto la recensione in qualche media mainstream? Un paio di testate on-line mi hanno concesso il privilegio di un articolo, ma per il resto silenzio assoluto. Ci sono ben due persone che si occupano per mestiere di piazzare il libro sui media, e le risposte che mi riportano sono tragicomiche: “interessante, ma troppo forte“. Oppure: “sconvolgente, rivoluzionario, ma non possiamo parlarne“. Perché tutto questo? Per due ragioni, essenzialmente. La prima è che nel libro svelo alcuni espedienti mediatici: chi lavora nei media non ama certo che vengano svelati. Alcuni sono già conosciuti, forse addirittura ovvi. Altri no: sono espedienti subdoli, in malafede, puro marketing sulla pelle delle persone. E non è tollerabile che qualcuno, cioè il sottoscritto, il spiattelli pubblicamente.

manicheismoLa seconda ragione è il manicheismo. Un modo di pensare e comunicare semplificante, secondo cui non esistono sfumature, ma solo contrapposizioni nette: nero/bianco, male/bene, e così via. E’ il modo di pensare istintivo di ognuno di noi. Abbiamo bisogno di semplificazioni perché la complessità fa paura. E non importa che affrontare la complessità sia lo strumento principale per crescere ed evolversi: spesso è troppo grande la paura di abbandonare una convinzione rocciosa, che in quanto tale ci dà senso e uno schema di lettura della realtà rassicurante. E dunque, di pancia, ci abbandoniamo al manicheismo. I media lo sanno. Il loro scopo non è più, da tempo, veicolare informazione e conoscenza, ma fare profitti. Dunque si adeguano all’audience dei possibili consumatori, spacciando versioni bianco/nero, bene/male, schierandosi per quella che vende di più, e respingendo tutto ciò che può metterla in crisi. Ecco perché del mio libro ancora non si parla su nessun giornale, telegiornale, radiogiornale o sito internet, e si fatica a trovarlo nelle librerie (e così Amazon prospera…).

I media, una volta considerati i cani da guardia della democrazia e del libero pensiero, inseguendo l’utile e il consenso popolare, sono diventati i cani da compagnia del degrado sociale, delle lobby e dei loro inserzionisti. Con ciò rinunciando alla caratteristica che più dovrebbe distinguerli: il coraggio. Manichei e conigli. Questo sono, pur sapendo, il mio libro lo dimostra, che dietro alla narrazione alternativa che essi rifiutano ci sono vite, vite vere, sofferenze, privazioni, alienazioni, ingiustizie, uomini e donne sopraffatti da eventi fuori dal loro controllo e sotto il controllo di un business infame. Un andazzo che qualcuno definisce eversivo, e che se non lo è poco ci manca. Qualcosa su cui i media avrebbero il dovere di intervenire, abbandonando le ruffianerie e il servilismo. Ben inteso: non per forza parlando del mio libro. Ce ne sono diversi dello stesso tenore, che però in sostanza fanno la stessa vitaccia del mio.

indexlibrorumVitaccia? Alla fine no, non è una vitaccia, sapete? Che non si dia risalto a una realtà ben desritta capace di falsificare una narrazione farlocca basata sull’ipotetico e spinta da interessi impropri, alla fine non è così importante. I messaggi che ricevo mi dicono una cosa che già avevo previsto: il libro c’è, gira, e gira molto. Ma è carbonaro. Lo si legge, lo si commenta, lo si condivide, ma in segreto. Molti lo conoscono, lo condividono, ma non ne parlano pubblicamente. E’ una sorta di testo proibito, come quelli messi all’indice dalla Chiesa nei secoli passati. Mi era già capitato con un romanzo che ho pubblicato anni fa, ugualmente scomodo. E con un altro già pronto, che piace a tutti quelli che lo leggono, case editrici comprese, che però rispondono: “non ce la sentiamo di pubblicarlo”. Non è colpa mia se non so scrivere sole-cuore-amore, mi spiace. Per quello ci sono già i tanti scribacchini facilmente dimenticabili delle scuderie delle grandi major dell’editoria, che affollano gli scaffali delle grandi librerie-supermarket con lounge-bar annesso.

Insomma che alla fine il mio “Stalker sarai tu” non sta facendo affatto una vitaccia. Mi emoziona molto sapere che circola in modo sotterraneo. Perché so che se i media ora si cagano in mano, pavidi e corrotti come sono, prima o poi la questione al centro del mio testo esploderà all’esterno, come un geyser o un vulcano. Il percorso che sta facendo, con il supporto di questo blog e di tutti i tanti, ormai tantissimi, che lo leggono, è lo stesso fatto anni fa dalla frase pronunciata in diretta nazionale RAI da Beppe Grillo, quando ancora faceva l’unico mestiere che sa fare meglio, ossia il comico: “i socialisti rubano”. Correva il 1986. Perché gli venisse reso merito della sua audacia ci vollero cinque anni, durante i quali finì in un lontano esilio mediatico. Disse una cosa che sapevano tutti, ma che non si poteva dire pubblicamente, per quanto alto e resistente era il muro di conformismo e omertà. Il mio libro, il mio blog (e alcuni altri testi di altri analisti), fanno la stessa cosa. Sono, insieme al loro autore, ai suoi lettori, agli uomini e alle donne stritolati dal sistema, ai padri separati divisi al loro interno e schiacciati dalle alienazioni, i terroristi della verità.

medagliaNon so gli altri, personalmente io, di fronte ai sabotaggi e agli insabbiamenti, porto questa qualifica con l’orgoglio con cui si porta una medaglia al valore, una ferita di guerra, un’onoreficienza civile. Se i messaggi che ricevo mi incoraggiano e mi rendono convinto di aver colto nel segno, il silenzio e la terra bruciata che i media fanno attorno a ciò che sostengo è praticamente una certificazione che ho colpito forte, e proprio là dove fa più male. Contano forse che mi stanchi. Si sbagliano. Più insabbiano, più rido. E più rido, più aumentano l’ottimismo e la forza con cui colpisco il bersaglio che ho ormai molto chiaramente individuato. Ci vorrà ben altro per zittirmi. E quand’anche venissi zittito, le cose che ho scritto e detto, insieme a ciò che di simile è stato scritto e detto da altri, resterà. E il momento del redde rationem arriverà, presto o tardi. Oh se arriverà.

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2 commenti

  1. Mi preoccupa molto la solidarietà anonima di alcuni rappresentati della magistratura. Per quanto riconosca, con amarezza, sia sempre meglio di niente. Il coraggio di questi tempi latita soprattutto tra chi dovrebbe averne di più.
    Leggendo il libro di Davide ho avuto un deja vu… un po’ come il naufragio della Norman Atlantic mi ha ricordato il Titanic… lo stesso brivido.
    http://www.uominibeta.org/articoli/norman-atlantic-naufragio-nella-misandria/
    Davide, conosci Ernest Belfort Bax? Non so se ti lusinga il paragone, spero di sì, o comunque vuole essere un complimento, perché penso tu abbia attualizzato i casi da lui trattati ben un secolo fa. Ernest Belfort Bax, per chi non lo conoscesse, era un avvocato, il primo ad occuparsi dei diritti maschili.
    A volte c’è una somiglianza impressionante: come se niente fosse cambiato, se non in peggio.
    https://ernestbelfortbax.com/

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    1. Il paragone mi onora. Non credo di raggiungere le vette di Bax. Faccio quello che sento di dover fare, e in questo metto in campo tutti i (pochi) talenti che ho, al massimo delle mie possibilità. Il contesto è quantomai ostile. Ed è positivo perché mi sollecita a non mollare. Grazie!

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