3 – Il minestrone del lunedì: mala tempora currunt

violenza-650x483… ma l’emergenza è la violenza sulle donne (1) – Sappiamo tutti molto bene quale sia l’andazzo culturale e mediatico sulla questione della violenza sulle donne e dintorni (stupri, “femminicidi”, e così via). Stando a ciò che sentiamo e ai numeri che ci vengono riportati, sembra un’emergenza quasi più grave del tumore al polmone o delle morti sul lavoro. La donna e i suoi apparentemente enormi problemi di vita nel nostro paese sono al centro dell’agenda di politici, giornali, sociologi e pensatori vari. Poi però capita di fare qualche conto sulle notizie dove le donne diventano carnefici. C’è pieno di casi, ma sui media ne esce un due percento a malapena. E in quel due percento si nota un trend particolare: quando le donne abusano, lo fanno da infami, ossia se la prendono con i più deboli in assoluto. Bambini e anziani, in primis. A Palermo una madre costringeva la figlia di 9 anni a prostituirsi (le notizie dicono che erano entrambi i genitori, in realtà il padre si disinteressava, la parte attiva era quella materna): 25 euro rapporto completo, 5 euro il solo bacio. I clienti erano moltissimi e nessuno, nemmeno il più fantasioso romanziere dell’orrore, può immaginare cosa abbia visto e vissuto quella bambina. E quale sarà il suo futuro (un’altra Jessica Faoro? Un’altra Pamela Mastropietro? Nel caso, la colpa sarà del nigeriano o del tranviere di turno o di una madre violenta e senza scrupoli?). Ed è solo un caso, uno dei più recenti. Qualunque statistica, vecchia o nuova, dice una e una cosa sola: le violenze sui minori sono agite nella stragrande maggioranza dei casi da donne (spesso madri). E sono tantissime. Molto più dei “femminicidi”, che però restano l’emergenza nazionale…

scuola… ma l’emergenza è la violenza sulle donne (2) – Il concetto sopra espresso non ha nazionalità o religione, a quanto pare. A Trieste una signora bengalese insegnava l’arabo ai bambini a suon di bastonate. Sì che la lingua di Maometto non è semplicissima, ma come metodo didattico c’è di meglio, sicuramente. E non attacchiamoci per favore al fatto che la Montessori in questione fosse extracomunitaria e di religione islamica: non c’entra un piffero. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate notizie di cattolicissime educatrici e insegnanti nostrane al cento per cento che menavano bambini in età d’asilo (o anziani in casa di cura). Non c’entrano provenienza geografica o fede religiosa. C’entra il fatto che, convinte come sono di essere coloro che danno la vita, in qualche misura le donne si sentono anche legittimate a fare di essa, specie di quella degli altri (e specie se più deboli), un po’ quello che vogliono, fino anche a sopprimerla, se è il caso. Nota mediatica: questa notizia non è uscita dai confini trentini. Quella della bimba prostituita sì, era su tutti i media nazionali, perché di mezzo c’era il sesso, quindi tirava di più. A queste logiche affidiamo la nostra conoscenza dell’oggi, è bene saperlo.

totti-roma-genoa-500x333Forza Roma, forza lupi! – Ben lontana dai circuiti nazionali, anzi ancora più ristretta nell’alveo riservato dei media che si occupano di tifoseria, la notizia di una gentile signora di Roma che ha accoltellato, preso a morsi e a randellate il marito, mandandolo all’ospedale. Colpa dell’uomo: è un fervente tifoso giallorosso, e voleva vedere la partita. Tanto per cominciare lei gli ha tranciato i cavi della TV, e ha gestito la lite che ne è seguita a colpi di coltello, mozzichi e randellate con un mattarello. «Questa volta ti uccido davvero», avrebbe gridato la donna, segno che forse le violenze erano la norma in quella casa. Le botte sono state talmente forti che il mattarello si è spezzato in due. L’uomo, malconcio, ha chiamato il 113, e gli agenti hanno avuto il loro daffare a calmare la donna, che ha ricevuto un divieto di avvicinamento dal giudice e… Provate a indovinare… E’ stata processata per direttissima? Messa agli arresti domiciliari o carcerari preventivi? Quando si tratta di un uomo di solito succede così. Invece no: il giudice ha solo disposto una perizia psichiatrica per la donna. Alibi già pronto, insomma, libertà già assicurata.

CassonettoAlla faccia della società patriarcale – Quando una donna si trova ad affrontare una maternità indesiderata, ha due soluzioni a disposizione, entrambe perfettamente legali. Una ex ante è l’aborto: una soluzione traumatica, ma pur sempre una soluzione. L’altra ex post è la possibilità di recarsi in un ospedale pubblico e depositare il neonato in quello che Elio e le Storie Tese tempo fa chiamavano perfidamente il cassonetto differenziato per il frutto del peccato. Aggiungo io, continuando la rima: il tutto in pieno anonimato. E tutto è perfettamente legale. E l’uomo? Esiste un “aborto maschile”? Sembra una battuta, ma che fare se la propria compagna ti inganna dicendo di essere coperta da anticoncezionali e in realtà non lo è? Capita assai frequentemente… E se ti tradisce e rimane incinta dell’amante? Questo invece capita spessissimo. Sono situazioni in cui l’uomo dovrebbe avere il diritto di “abortire”, cioè essere chiamato fuori da uno stato di paternità che non ha voluto o a cui non ha partecipato. Per lo meno per un fatto di parità. Invece no, non solo l’uomo non ha questa possibilità, ma addirittura se la sua gentile compagna si fa ingravidare dall’amante di turno, i figli che nascono, pure se comprovato dal DNA che non sono suoi, se li deve mantenere, punto e stop. Com’era quella storia sulla società patriarcale?

/vit-ti-ma/ – Definizione del termine secondo il vocabolario: “Chi perde la vita in una sciagura o calamità: le v. del terremoto; morire v. di un’epidemia, della droga; le v. della strada, della montagna”. Piuttosto chiaro, no? Se X uccide Y, quest’ultimo è una vittima. Se X uccide se stesso, X è vittima ugualmente, sebbene di un proprio atto deliberato. Eppure nella comunicazione mediatica essere “vittime” diventa un elemento qualificante, se la vittima in questione è donna. Una qualifica negata, se si tratta di un uomo. La mia è dietrologia? Complottismo? Valutate voi. Ieri Repubblica dava la notizia di un omicidio suicidio, così:

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Niente da dire, insomma. Due morti, due vittime. Qualche esponente di spicco della nota organizzazione criminale “Rosa Nostra” deve aver visto l’articolo, si è attaccata al telefono trasmettendo vibranti proteste al giornale, e ricordandogli da che parte deve stare, senza cedimenti, soprattutto senza pietà, anche nelle piccole cose. Ed è così che un paio di ore dopo il titolo dell’articolo viene editato. Così:

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Effetto ben diverso… Mie paranoie? Mia dietrologia? Mio complottismo? Sticazzi…

stalking-su-uomoUomini: i peggiori nemici di se stessi – Il mio recente articolo sulla vergognosa malafede di Pietro Grasso ha attirato molti interessanti commenti di tanti lettori. Uno in particolare mi ha colpito per la sua profondità e rappresentatività. L’ho collegato automaticamente al Patto per l’equità e la giustizia, ormai inchiodato a 733 adesioni (contro le centinaia di migliaia attese), e credo che colga quanto mai nel segno. Per questo vorrei estrarlo dai commenti, e dargli maggiore visibilità, copiandolo e incollandolo pari pari qui di seguito. Nell’augurio che solleciti un’autocritica e una reale volontà diffusa di unirsi e agire.

Anche io mi scuso. Come uomo. Non naturalmente per i motivi di cui parla grasso (volutamente minuscolo, e che purtroppo non è ancora ex presidente del senato – di nuovo, tutto volutamente minuscolo). Ma per la mia impotenza. La mia codardia. Il mio silenzio.

Confesso: sono uno di quegli uomini che non riesce a dire queste cose, a discuterne, a litigarci, anche se le penso, le so, ci ho ragionato sopra. Perché, soprattutto nel mio ambiente (piccola borghesia acculturata – almeno formalmente, abbiamo tutti il pezzo di carta – di formazione di sinistra, più o meno internazionalizzati, almeno in apparenza e nelle intenzioni), il femminismo, e tutto ciò che dice, foss’anche la barbarie più estremista (leggere il “programma” di nonunadimeno per credere), è intoccabile, intangibile, inquestionabile. Se lo fai, pur nel modo più civile e moderato possibile, magari limitandoti a qualche aspetto pratico, o tirando fuori i numeri più inattaccabili, sei deriso, insultato, provochi scandalo, indignazione, vade retro, ma dici sul serio. È più facile intavolare una minima discussione persino sul più patente razzismo (dico per dire, io sono agli antipodi del razzismo), persino lì ho visto conoscenti di sinistrissima concedere qualcosa (“beh, la paura è comprensibile”, “i fenomeni migratori vanno governati”, “stiamo attenti a non demonizzare troppo i ceti spaventati”), ma guai a questionare un qualsiasi dogma femminocentrico, anche i più assurdi e ridicoli.

L’uomo è oppressore, punto. Le donne sono migliori, punto. Se lo dice una donna è vero, punto. È in corso un genocidio di genere, punto. Gli uomini hanno sempre sfruttato, punto. Ormai il ginocentrismo è tabù. L’aspetto paradossale è che uno prova a dire che non odia le donne, non c’entra nulla il maschilismo, si parla solo di fenomeni ingiusti (padri separati, gender gap giudiziario – molto più vero di quello economico… – morti sul lavoro, demonizzazione del maschile su tutti i media) e, come altri fenomeni ingiusti a danni di altre categorie, vanno affrontati senza dividere il mondo in buoni e cattivi. Nulla da fare: se dici certe cose, ODI LE DONNE, per definizione, e quindi non si scappa. È tribalismo, irrazionalità, furore. E quindi, se non segui la massa, sei espulso dal gruppo. Isolato, evitato.

E allora confesso, non ce la faccio. Avevo provato a fare qualcosa, ma in una società già polverizzata, davvero non riesco a correre il rischio di essere escluso dai miei gruppi sociali o, peggio, esserne deriso. E di essere disprezzato o temuto dalle donne. Seguo questo e altri siti simili, ho firmato l’appello (senza far apparire il mio nome, of course), prima di disattivare il mio account facebook seguivo gruppi, commentavo in quelli chiusi, ma evitavo accuratamente di rendere le mie idee pubbliche.
E di questo mi scuso. Come uomo. Perché potrei contribuire alla causa ed alla sua accettazione, portare il mio granello di sabbia sperando che insieme a quelli degli altri possiamo raggiungere la massa critica.

Ma non ce la faccio. E chiedo scusa.

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