L’intervista: i centri antiviolenza sono un’anomalia(?)

interviewSettimana scorsa ho pubblicato uno dei miei tanti articoli molto critici sui centri antiviolenza. Nel suo diffondersi in rete, è finito sotto gli occhi di Raffaele Ferraresso. Qualificatosi come responsabile di un centro antiviolenza operante in Lazio, ha instaurato con me, su Facebook, un dialogo pubblico molto interessante. Con la sua autorizzazione, l’ho trasformato in un’intervista che credo opportuno proporre ai lettori di questo blog. Dire che è illuminante è dir poco.


Raffaele Ferraresso – Concordo al 100% con il tuo articolo. Il 35% dei casi di stalking e maltrattamenti in famiglia che ricevo, come responsabile di un centro antiviolenza domestica e di genere che copre la regione Lazio, sono strumentalizzazioni di questi due reati, che andrebbero rivisitati per quanto attiene alla verifica delle prove prodotte. Quanto ai centri antiviolenza concordo anche lì: chi lavora seriamente non ha bisogno di farsi pubblicità, si lavora in silenzio e senza clamore anche per la tutela della privacy e l’incolumità personale delle vittime che chiedono aiuto. Non è un caso che noi abbiamo elaborato, con i nostri professionisti un programma di recupero per stalker.

Davide Stasi – Quello che dici è molto interessante. Parlami di questi collaboratori, sono persone in organico al centro antiviolenza, intendo dipendenti diretti?

tribunaleR.F. – I professionisti sono interni alla Onlus e alle altre 27 associazioni consociate e gemellate. Si tratta di avvocati, psicologi, psicoterapeuti, criminologi, educatori professionali, medici legali. Con loro vengono stipulate delle convenzioni per cui l’assistito deve essere seguito, per i legali, con il gratuito patrocinio tutte le volte in cui è possibile, negli altri casi con le tariffe al minimo e possibilmente consentendo un pagamento rateale, se ci sono spese di bolli riducendo all’osso la parcella. Di quello che percepiscono devono rilasciare fattura e al loro buon cuore lasciare una donazione alla Onlus al fine di creare un fondo per chi non ha reddito ma non rientra nei requisiti del gratuito patrocinio.

D.S. – Fammi capire: quel tipo di professionisti non solo lavora spesso pro-bono o al minimo tabellare, ma addirittura paga l’associazione facendo una donazione? Ha del miracoloso… Oppure, come si dice che facciano tutti i centri antiviolenza, date patrocinio gratuito in cambio di una percentuale sull’eventuale risarcimento danni ottenuto per sentenza? Una modalità che per altro non so nemmeno quanto sia legale, sicuramente non è opportuna, perché induce a denunciare sempre, nella speranza che arrivi qualche risarcimento…

R.F. – Be’, quei professionisti lavorano così perché accettano il mio diktat: mi scelgo accuratamente i professionisti con cui collaborare. Sulla percentuale richiesta ai clienti ti posso rispondere tranquillamente: confermo che operiamo così, e la percentuale varia dal 5 al 10% in base all’importo del risarcimento. Ma siamo una Onlus non una SPA…

7723_35D.S. – Caspita, se i tuoi diktat sono così efficaci, ti do il numero del mio avvocato… Comunque conosco bene la realtà delle Onlus e so che spesso si tratta di una foglia di fico per coprire attività più che profittevoli. Personalmente continuo a considerare del tutto impropria la concessione di servizi gratuiti in cambio di percentuali sui risarcimenti. Immagino comunque che la forma giuridica di questa Onlus sia qualcosa di vincolante e trasparente, una SAS o SNC per lo meno.

R.F. – La nostra è un’associazione che ha la registrazione all’anagrafe nazionale delle Onlus presso l’Agenzia delle Entrate. Più che dipendenti abbiamo affiliati e/o soci, circa 78 in tutta Italia. Avendo dei protocolli d’intesa con associazioni, circa 27, presenti su tutto il territorio nazionale, possiamo anche indirizzare su altre realtà consociate.

D.S. – Un’associazione, dunque. Che sia Onlus o meno è irrilevante, quello è un carattere etico che si dà all’organizzazione. Mi preme sottolineare che il tuo centro antiviolenza ha una forma giuridica che, per legge, lo sottrae a qualunque verifica approfondita di natura fiscale o operativa. Non c’è obbligo di pubblicazione dei bilanci né di rendiconto delle attività e così via. E mi pare piuttosto grave, visto che probabilmente prendete fondi pubblici. In ogni caso, a quanto ammonta la quota di associazione?

R.F. – Non abbiamo molte entrate, in realtà, anzi ci autofinanziamo in pratica. La strutturazione come Onlus è quella che consente di operare con fini di solidarietà sociale per diverse categorie svantaggiate.

D.S. – Questo vi fa onore, ma che addirittura paghiate di tasca vostra per far funzionare il centro antiviolenza, senza prendere soldi pubblici, permettimi, è di nuovo molto poco credibile…

change-ideaR.F. – Vorrei precisare: non siamo un centro antiviolenza, abbiamo uno sportello antistalking-mobbing e di contrasto alla violenza domestica e di genere. Avendo ben 27 protocolli di intesa con realtà presenti in tutta Italia, compresi dei centri antiviolenza, fungiamo da filtro per l’invio di persone presso questi centri avendo personale formato adeguatamente per rispondere ai numeri verdi. Non abbiamo finanziamenti pubblici perché non abbiamo santi in paradiso e non siamo conosciuti. Ci reggiamo non solo sulla quote associative (anzi, sulle service card che forniamo per offrire diversi servizi compresi studi medici ed alberghi) ma anche sulle donazioni che fanno i professionisti per creare un fondo (già operativo) per i non abbienti e per autofinanziarci. Per quanto riguarda i fondi pubblici, ho partecipato presentando progetti innovativi per 4 anni di fila senza mai risultare idoneo e finanziabile, mentre i soliti “centri antiviolenza” noti escono sempre con il bottino pieno… Ribadisco però che non siamo un centro antiviolenza. Sono consociati con noi dei centri antiviolenza dove inviamo i veri casi in cui è necessario tutelare la vittima.

D.S. – Perdonami ma continua a risultarmi poco credibile che la vostra attività si regga su denaro che sborsate di tasca vostra, voi o i professionisti che collaborano con voi. Prendo atto che non siete un centro antiviolenza, sebbene all’inizio della chiacchierata tu ti sia qualificato come responsabile di uno di essi… ma quindi cosa siete?

R.F. – Abbiamo un campo di applicazione ampio. Riceviamo richieste per casi di stalking, maltrattamenti ed abusi in famiglia, casi di abusi dei servizi sociali che “deportano” in casa famiglia minori senza serie motivazioni, problematiche con agenzia riscossione entrate, problematiche per riconoscimento dell’invalidità civile, casi di responsabilità medica professionale, assistenza e consulenza per casi di racket ed usura.

D.S. – Una specie di “multiservizi”, se posso definirla così. Siete sottoposti a qualche tipo di controllo da parte dello Stato?

No control over situationR.F. – La Regione ci chiede ogni due anni di compilare un questionario delle attività prevalenti, ma non del numero dei casi, che rimane coperto dalla privacy. Noi abbiamo comunque un database in cui sono archiviate tutte le schede di richieste di aiuto compilate quando ci contattano al numero verde.

D.S. – Fammi capire… con le tematiche delicate che trattate, solo la Regione vi controlla e solo una volta ogni due anni? Niente verifica dei risultati, quanti i casi seguiti, quanti risolti… Compilate un questionario e tanti saluti. Quindi tutti i numeri che vengono sbandierati dai ministeri o dall’ISTAT da dove saltano fuori se il numero di accessi è coperto da privacy?

R.F. – Guarda, la media delle chiamate che riceviamo noi è di 40 chiamate al mese nel Lazio ma bisogna tenere conto pure delle telefonate che giungono ai centri antiviolenza pubblicizzati dai media, anche se un 5% poi li abbandona e viene da noi. Quaranta non sono pochissimi, anche perché c’è il sommerso di chi non ha la forza di chiamare anche per vergogna, mi riferisco soprattutto agli uomini: è molto difficile che chiamino e se lo fanno sono veramente all’ultimo stadio…

D.S. – Sono un po’ esterrefatto… la versione ufficiale è che sono le donne, non gli uomini, che si vergognano a chiedere aiuto. Di solito si dice che il sommerso sul lato femminile sia immenso… Dammi qualche proporzione numerica un po’ più chiara.

grafico-line-su-e-giu-64_21131300R.F. – Al mese abbiamo almeno 150 richieste ai numeri verdi. Di queste viene fatta un’accurata scrematura dei casi “reali” escludendo i mitomani. Dalla scrematura ne rimangono non piú di 40 e da questi si deve ridurre ulteriormente per le situazioni che non richiedono assistenza legale ma solo psicoterapeutica, e ne residuano 20 che diventano accessi personali. Gli accessi sono distribuiti per regione: qui nel Lazio la media è quella che ti ho specificato, nelle altre è variabile con un incremento notevole per regioni come la Lombardia ed il Triveneto. La scrematura è sia sui “mitomani” sia su chi si rivolge a noi, per casi di stalking o maltrattamenti in famiglia, per ottenere solo un risarcimento e non per liberarsi della o dello stalker. Il discrimine è in questo, se una persona dice di subire veramente persecuzione molto spesso non ha neanche la forza, a livello psicologico, di denunciare. Se lo fa (vale sia per l’uomo che per la donna), bisogna indagare perché vuole farlo.

D.S. – Questo è estremamente interessante perché collima perfettamente con quanto sostengo in questo blog e nel mio libro: il vero persecutore, esattamente come la vera vittima e la falsa vittima, sono riconoscibili, con un approccio mirato e non affidandosi subito alle manette, fin dai primi momenti. Inoltre mi pare che non manchino i casi di abuso. Mi parli di venti-quaranta casi reali su centocinquanta chiamate e su una popolazione, quella laziale, di quasi sei milioni di persone. Siamo quindi su una percentuale di circa 80/90% di tentativi di strumentalizzazione, e su un fenomeno di proporzioni risibili, altro che “allarme sociale”…

R.F. – Sì, a occhio e croce. Per noi però contano solo gli accessi reali, nel nostro database registriamo quelli, gli altri lascio che li conteggino altre realtà…

D.S. – Colgo la tua volontà di fare dei distinguo. Stai suggerendo che molti ci marciano, se non sbaglio, come io sostengo da tempo, per altro. Ti chiederò a breve, se vorrai dirmeli, quali sono i “buchi neri” del sistema. Prima sono curioso di sapere qualcosa del vostro procotollo per gestire i persecutori. Come funziona?

cura-ludovicoR.F. – L’intervento sullo stalker è fatto con un protocollo ben preciso ed è sia sul detenuto che sul destinatario del solo ammonimento, e per chi si rivolge a noi rendendosi conto di avere comportamenti anomali. Tutto viene gestito in modo interdisciplinare con il responsabile del centro (io), il responsabile dell’ufficio legale e il responsabile del centro di psicoterapia sociale. Sulle attività di sportello non seguo da solo le pratiche, non sono un tuttologo: collaborano con me psichiatri, psicologi, criminologi e psicoterapeuti, oltre ad avvocati e medici.

D.S. – Tuttavia, permettimi la critica, il vostro protocollo si applica a chi è già finito nei guai (escludo quelli che “scoprono” di essere persecutori o violenti, un autoriconoscimento a mio avviso non credibile, che denota un ulteriore problema psichiatrico…). Non ha una natura preventiva, ma agisce ex-post, mentre sarebbe più utile intervenire quando comincia il problema, e prima che arrivino le manette… Tu che qualifiche e competenze hai, per gestire un servizio del genere?

R.F. – Sono laureato in giurisprudenza, ho esercitato la professione in questo settore per diversi anni, con diversi master e seminari, nonché convegni organizzati da me, sulla legislazione nazionale e comunitaria in materia di stalking, mobbing, violenza domestica e di genere.

D.S. – Un curriculum di tutto rispetto. Sebbene continui a suonarmi come un’anomalia che problemi psico-sociali vengano gestiti in prima battuta da un esperto in giurisprudenza. A dirigere un centro come il tuo vedrei meglio uno psichiatra esperto. Più che altro: l’accordo Stato-Regioni che regola le organizzazioni come la tua imporrebbe che vi lavorassero solo donne, dando servizi solo a donne. Il tuo mi pare un po’ fuori regola. Un po’ come tutto quanto il contesto, in verità…

OFF_QUOTE_ROSAR.F. – Be’, in ogni caso noi abbiamo la maggioranza di quote rosa. Hanno chiesto a me di essere il responsabile, non mi sono autonominato. Resta il fatto che se ci fosse un filtro maggiore, la vera vittima si confida senza problemi anche con un uomo. Anzi, spesso lascio che, in caso di uomini che subiscono stalking, sia una delle responsabili del centro di psicoterapia sociale a effettuare il primo colloquio.

D.S. – Un’ultima domanda, quella da un milione di euro… tu che vedi il sistema da dentro, sapresti individuarmi ed elencarmi i “buchi neri”, le anomalie? Io da un po’ ne denuncio alcune, ma una voce interna al sistema può essere fondamentale per smentirmi o darmi ragione. Che ne dici, te la senti?

R.F. – Non è un solo “buco nero” ma diversi, a cominciare da come sono individuati i centri antiviolenza e dalla gestione della rete. Qui nel Lazio, ad esempio (ma vale per tutto il territorio nazionale), c’è una società di cui evito di fare il nome che gestisce a livello provinciale quali sono i centri che devono operare sulla base di alcuni non meglio precisati requisiti. Ho chiesto più volte di essere inserito ma non ho avuto risposta e ho preferito rinunciare continuando il mio lavoro. Una volta inseriti in questa rete, l’elenco completo viene inviato alla Questura che, a sua volta, lo dirama ai diversi commissariati e alle stazioni dei Carabinieri. Lo scopo, lodevole sulla carta, sarebbe di mettere a disposizione delle forze dell’ordine una serie di strutture (case di accoglienza, case rifugio, centri antiviolenza e cooperative varie) a cui rivolgersi nei casi di urgenza, quando la vittima è in pericolo di vita o è a rischio la sua incolumità e/o quella dei figli. Molto spesso, portando vittime presso il commissariato, mi è stato chiesto se ero nell’elenco provinciale dei centri antiviolenza, ricevendo risposta negativa, in quanto non incluso. Non mancano le lamentele per questa prassi che crea una concorrenza non proprio leale tra i diversi centri… Questo è un primo aspetto da modificare effettuando un reale e rigoroso controllo dei requisiti anche professionali di chi gestisce i centri. Poi c’è la questione degli operatori addetti allo smistamento delle richieste di aiuto: nel 70% dei casi sono dei tirocinanti che stanno 6/8 ore a turno al telefono limitandosi a chiedere il nome delle persona e il motivo per cui chiama, redigendo una relazioncina che poi costituisce la base su cui lavoreranno i “professionisti”. Rispondere al telefono per casi di violenza, stalking, maltrattamenti in famiglia ed abusi sessuali richiede una preparazione professionale con corsi specifici per imparare a gestire i momenti critici in cui si trova la vittima quando deve esporre ciò che le è successo. Questo vale sia per le donne che per gli uomini. Nel nostro piccolo sportello imponiamo ai professionisti e agli operatori di effettuare due corsi teorico-pratici sulla scienza delle persecuzioni e sulla gestione, organizzazione e procedure standardizzate per l’acquisizione delle richieste di aiuto in uno sportello sociale multidisciplinare, insegnando anche come bisogna rispondere e come gestire i casi più difficili. In questo modo la scrematura dovrebbe essere fatta a monte

D.S. – Ma da nessuna parte si fa, come ho sempre detto… Finora ciò che dici mi mozza il fiato, non foss’altro perché collima alla perfezione con le mie posizioni di sempre. È tutto?

lente_ingrandimento_prova_processo_giudice-id26111R.F. – No, c’è dell’altro. Le prove… dimostrare l’esistenza degli atti persecutori ex Art. 612 bis e l’applicazione del divieto di comunicazione e frequentazione dei luoghi abitualmente frequentati dalla vittima ex Art. 282 ter… sono norme monche per ciò che riguarda le prove e passibili di strumentalizzazioni estreme nel caso di separazione, quando il padre viene estromesso da tutto e diventa un “bancomat” ambulante… Ebbene sì l’acquisizione delle prove è il punto cruciale di tutto, secondo me. Se non vi è un controllo molto approfondito, con riscontri effettuati con tutti i mezzi che potrebbero avere a disposizione le forze dell’ordine, il rischio di creare “delle vittime innocenti” è molto elevato. Ho visto casi in cui sono stati creati ad arte testimonianze, certificati medici di ospedali falsi, perizie inventate per dimostrare lo stato di ansia ed il timore per la propria incolumità. Precostituzione di eventi tipo rose secche lasciate sull’auto a testimoniare la presenza costante dello stalker… che magari abitava a 50 km di distanza. Andrebbe riscritta la legge n.39 del 2009, totalmente per la parte che riguarda l’acquisizione documentale delle prove. Non basta che una persona entri in commissariato e dica “mi stanno perseguitando” per scatenare l’inferno contro un uomo che magari ha appena conosciuto al bar la “presunta vittima”.


L’aver trovato una persona operante nel settore, sebbene in un quadro organizzativo che a me continua ad apparire oscuro e sregolato, conferma alcuni assunti su cui picchio da tempo. Fatte salve eventuali eccezioni, che restano tali, nei centri antiviolenza non c’è alcuna professionalità, su di essi non c’è alcun controllo da parte dello Stato né sotto l’aspetto operativo né sotto quello economico o fiscale. Operano con il discutibile metodo del servizio gratis in cambio di una percentuale sul risarcimento danni del cliente, e dunque hanno tutti gli interessi a sporgere denuncia, anche quando non necessario. Le chiamate sono poche (150 al mese su una popolazione di 6 milioni di persone come quella del Lazio), e se vengono scremate dai furbetti e dalle furbette, si riducono a una forbice di 20/40 casi al mese. Praticamente niente, alla faccia dell’allarme mediatico. C’è un assalto da parte di molti di essi al forziere dei soldi pubblici, e la molta politica dietro di essi rende alcuni privilegiati rispetto ad altri nell’accesso alle risorse. Gli interventi sul “persecutore” sono a valle, quando il pasticcio è fatto (ovvero, nella maggioranza dei casi, quando la trappola della falsa accusa è scattata ed è diventata denuncia): nonostante si riconosca l’aspetto patologico del problema, si continua ad agire dopo e secondo schemi da ordine pubblico invece che da gestione e risoluzione del problema.cancro_proteine

Tutto come da sempre denunciato da me, in questo blog e nel mio libro. Ma sono le dichiarazioni finali di Ferraresso a far cadere dalla sedia. Sostiene quasi esattamente ciò che sostengo io da tempo. Le leggi sono fatte male. Lui, da esperto in diritto, la mette sul piano della raccolta delle prove. Io metto al centro più che altro la legge anti-stalking stessa. Quella andrebbe cambiata radicalmente.

Durante la conversazione su Facebook qualcuno si è inserito accusando Ferraresso di essere parte del gioco, di volersi fare pubblicità. Non so dire se è così. Per non sbagliare, ho omesso ogni riferimento al suo centro. Di fatto, però, è la prima volta che una persona che lavora all’interno di questa realtà si pone in modo così dialogante, aperto e critico. A me interessa ciò che ha detto, le sue riflessioni. Posso solo augurarmi che il suo centro non sia come tutti gli altri. Per lui ma soprattutto per chi vi si rivolge.

Resta il fatto che la risposta alla domanda del titolo è di nuovo, stavolta ancora di più: sì, i centri antiviolenza e l’andazzo che vi ruota attorno sono un’anomalia. Ma a dirlo non sono più io, bensì una persona che ci lavora dentro o ci collabora. Non mi pare poco.


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Un commento

  1. Ho letto con Interesse; non ne sapevo nulla. Al di là di valutazioni tecniche quindi che ovviamente declino, mi pare di intendere che anche in questo settore, vorrei sottolineare di grande impatto sociale da ogni punto di vista, la gestione dei trattamenti, venga rimessa alle buone intenzioni e capacità dei singoli operatori. Non proprio tutti d’altronde animati dagli stessi sentimenti di altruismo ed altro, indispensabili per svolgere un buon lavoro. Con ritorni positivi, sul piano sociale ed etico intendo.
    Le supervisioni stataliste appaiono inadeguate se non del tutto fuori luogo; probabilmente ispirate alle solite dinamiche politiche che governano i processi di ogni tipo, in questo Paese, allo stato, antidemocratico e molto lontano dagli interessi più concreti degli aventi bisogno di ogni genere.
    Pteferisco stendere in velo pietoso sui controlli fiscali alle Onlus, un’etichetta lasciapassare che può nascondere di tutto, dal traffico di migranti a quelli della droga( poco distante dal primo) etc.
    Il sistema d’altronde è protetto e non a caso: anche la chiesa intinge il biscotto nella zuppa!
    Buon articolo, facile da capire: il massimo.
    Ciao

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