Le guerre giuste non sono mai invano

idealistaMi viene chiesto spesso perché mi sia interessato della questione atti persecutori, perché mi batta per il rispetto del diritto dei figli alla bigenitorialità, contro il fenomeno delle false accuse e, in una parola, in difesa di uno Stato di Diritto degno di essere chiamato tale. Al di là delle questioni personali, lo faccio semplicemente perché lo ritengo giusto, perché sento di doverlo fare. Fioccano a questo punto osservazioni tipo: “sei un idealista, le cose non cambieranno mai”. Cioè mi si oppone, prima ancora di un avversario strutturato attorno ai propri ampi interessi, un disincanto, uno scoraggiamento davvero grandi da quella parte teoricamente più interessata a una battaglia o a una guerra basata sull’affermazione (anzi ri-affermazione) di determinati principi.

Col tempo ho imparato che non esiste persona più disarmata dell’uomo spezzato. Intendendo con ciò l’essere umano di sesso maschile che abbia vissuto sulla propria pelle una violenta privazione del proprio progetto di vita o della propria dignità o dei propri affetti. Colui che ha dedicato ogni sforzo e ogni prospettiva alla costruzione di una realtà familiare, verso cui ha mostrato indefessa dedizione, e di cui viene poi privato, subendo a buon peso violenti latrocini istituzionalizzati e/o accuse infamanti e quasi sempre fasulle, atte ad alienarlo da ciò che ha di più caro (i figli). Costui vive il resto della sua vita con una frattura interiore mai più sanabile. Come nel film fantascientifico “Pacific rim” da una faglia nell’Oceano Pacifico escono mostri dediti alla distruzione della terra, così dalla faglia interiore di questi uomini escono fantasmi e demoni di ogni tipo. Ma soprattutto da quella faglia hanno origine lo scoraggiamento e il disincanto.

Orco_FFXIEppure a questa categoria di uomini, di cui anch’io ahimè faccio parte, non smetto di proporre quotidianamente l’ingaggio fiducioso in una guerra che, essendo palesemente giusta, non può non portare a risultati positivi. Magari non ora, non subito: la vittoria gioverà non a noi, ma agli uomini e alle donne del futuro, ossia ai nostri figli. Ed è questa una ragione bastante per non auto-disarmarsi, ma anzi gettarsi nella mischia con una volontà ancora più ferrea. Dice: sì, ma è frustrante, perché non si vede il minimo risultato. Per i media siamo tutti orchi feroci che hanno sostituito il calcetto con gli amici con una forma di “pugilato di genere”, diretto cioè solo verso le donne. Per i giudici non siamo mai in grado di fare i genitori, ma siamo solo dei bancomat ambulanti. Per i decisori non siamo mai una priorità. Ebbene, io credo che dalla faglia interiore stiano uscendo spiriti che rendono ciechi, e sarà il caso di ricacciarli da dove sono venuti. Perché, a ben guardare, a ben cercare, segnali di cambiamento ce ne sono eccome.

Ed è inevitabile. Il cambiamento viene spinto oltre che da noi, dal basso, anche da altri soggetti autorevoli che stanno in alto, e verso cui l’incancrenito sistema italiano non potrà fingere di essere sordo ancora a lungo. Il concetto di bigenitorialità come diritto del fanciullo, con il conseguente principio dell’affido condiviso, quello vero non la favoletta che si spaccia nei tribunali italiani, sta lentamente ma inesorabilmente prendendo piede. La Cassazione non fa che ribadire, con sempre maggiore forza, come se parlasse ad alunni un po’ duri di comprendonio, che non c’è più spazio per la vampirizzazione dell’ex marito. Ancora di recente ha formalizzato un bel marameo a una moglie che pretendeva il mantenimento dopo aver rifiutato diverse offerte di lavoro. Quella della Cassazione non è una decisione da poco: richiama al senso di responsabilità genitoriale, oltre che a quello di persona e cittadino. Oltre ad agganciarsi al superamento sempre più netto del principio del “precedente tenore di vita”, altra pietra miliare da non sottovalutare.

5-il_triumpho_della_divina_giustizia_-_statut_de_la_justice_divine_c_drMa è nei singoli tribunali locali che si trovano segni di avanzamento che devono incoraggiare quel fronte umano, maschile e femminile, che desidera giustizia ed equità, non privilegi immotivati. Non richiamo, essendo ormai note e inflazionate, le linee-guida emesse dal Tribunale di Brindisi, ma leggo con ottimismo le parole di una sentenza emessa dal Tribunale di Castrovillari: “il contributo al proprio mantenimento chiesto dalla moglie a carico del marito non trova giustificazione”. Non è forse musica? Non diventa forse una meravigliosa sinfonia quando poco dopo sancisce l’affido condiviso paritetico? Una storia che si ripete a Salerno, così come in molti altri tribunali d’Italia. Il tutto secondo concetti che si stanno affermando sempre di più nella dottrina giuridica (esempi, tra i tanti, qui, qui e qui) e anche, seppur timidamente, nei media.

Resta la grande domanda: come faccio a ottenere quello che in alcune parti del paese altri hanno ottenuto? Ovvero evitare di mantenere una moglie che non è più socia della “cooperativa” che avevamo fondato assieme, ma soprattutto garantire ai miei figli la permanenza effettiva di una figura paterna indispensabile per la loro crescita? Al momento si direbbe che è solo questione di fortuna: trovarsi nel tribunale giusto, con i magistrati giusti. Affidarsi al fato è l’unica strategia quando si vive in un paese che non garantisce la giustizia. Ma la fortuna aiuta gli audaci. Dunque anche noi possiamo, anzi dobbiamo, metterci del nostro. Smettendo di avere paura a silurare un avvocato che ci spinge ad accettare condizioni capestro, e che non sembra incline a combattere con noi e per noi, per dare poi il mandato a persone agguerrite che credano nella giustizia prima ancora che nella propria parcella.

300Ma soprattutto serve che noi abbandoniamo l’atteggiamento vinto in partenza, quello cedevole, quello che “chiudiamola così e non pensiamoci più”, perché tanto poi ci si pensa per tutta la vita. Noi per primi dobbiamo esigere ciò che è giusto ottenere, senza timori reverenziali o paure di ritorsioni, davanti al giudice. Non si reclamano privilegi, magari giocando sporco, come si tende a fare dalla parte avversa. Si reclama giustizia, in piccola parte per noi, ma essenzialmente per i nostri figli. Se saremo noi per primi a dettare con audacia la linea di condotta, in un futuro non lontano, molto meno lontano di quanto si creda, la situazione potrebbe ribaltarsi. Capiterà allora che trovare una sentenza di affido esclusivo o non paritario diventerà come cercare un ago in un pagliaio.


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2 commenti

  1. Completamente d’accordo con te. Aggiungo che ciò che si lasci ai figli non sono le vittorie personali ma l’inclinazione a combattere con intelligenza. E non manca occasione per doverlo fare nella vita di ogni uomo.

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  2. Permettimi di citare un pensiero del premio Nobel per la letteratura Aleksandr Isaevič Solženicyn…

    “La linea di quei pochi che sanno scegliere sacrificando se stessi è la luce che illumina il nostro futuro. Impressiona sempre questa peculiarità psicologica dell’essere umano: nel benessere e nella spensieratezza, ha paura anche delle più piccole contrarietà che toccano la periferia della propria esistenza, fa di tutto per non conoscere le sofferenze altrui e le proprie future, rinnega molte cose, perfino ciò che è importante, spirituale, essenziale pur di conservare il proprio essere. Giunto invece alle ultime rive della miseria dove l’uomo è nudo e privo di tutto quello che sembra rendere bella la vita, ecco che trova improvvisamente in se stesso la risolutezza per fermarsi all’ultimo passo e sacrificare la vita purché siano salvi i principi. Per la prima peculiarità l’umanità non ha saputo mantenere nessuna vetta conquistata, per la seconda si è sollevata da tutti gli abissi”.

    Purtroppo il cervello reagisce stranamente alle difficoltà. A volte tenta di auto proteggersi convincendosi che può tirare a campare e allora “chiudiamola così e non pensiamoci più”. Salvo poi esplodere ritrovandosi già oltre le “rive della miseria”. Vale la pena lottare per i Principi, per sé e per gli altri, da prima.

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