“S.O.S. donne”: un’articolata esegesi del nulla

loquace1Di recente sul profilo Facebook dedicato al mio libro ho ricevuto due critiche. La prima è quella di essere prolisso. E’ vero. Per questo preavviso già da ora che quello di oggi sarà un articolo molto lungo: ho parecchie cose da dire (tutte importanti) e ci saranno molte citazioni. Siete avvisati. La seconda è che ciò che scrivo e tutto il mio blog “sa di misogino”. Vorrei dedicare l’articolo di oggi a questo argomento. E vorrei farlo utilizzando esempi concreti, per esplicitare meglio i concetti ed evitare fraintendimenti.

Non odio le donne. Così come non odio le persone di colore, quelle di un’altra religione, di un particolare credo politico o inclinazione sessuale, eccetera. Ho una forte antipatia verso gli ignoranti, specie quando si ergono a maestri, quello sì, ma comunque non è odio. Di fatto, l’esperienza e la conoscenza delle cose mi induce a essere molto “costituzionale” in questo senso, molto laico: trovo che solo una persona con molti problemi e molta ignoranza, ovvero vittima di schemi ideologici, possa odiare qualcun altro sulla base di caratteristiche specifiche. So, perché lo vivo ogni giorno, che ogni persona è diversa, una storia a sé. Al massimo possono esserci dei trend, delle caratteristiche “tendenziali”, che però bisogna prendere con prudenza perché usualmente diventano cliché. Tipo che l’uomo non sa fare molte cose contemporaneamente e la donna sì; tipo che i musulmani sono tutti sanguinari; gli omosessuali sono tutti pedofili, e così via, di semplificazione in semplificazione, una più sbagliata dell’altra.

autoecntratoEsattamente come non credo, contrariamente a quanto la narrazione diffusa vuol far credere, che gli uomini siano tutti mostri dediti alla sopraffazione della donna, ugualmente non credo che tutte le donne siano scorrette, calcolatrici, traditrici, pessime madri, pessime compagne e quant’altro. La realtà dei fatti smentisce l’una come l’altra cosa. Ma c’è una differenza sostanziale: dal campo maschile non arriva nessuna “versione ufficiale” autodescrittiva, che definisca e imponga a tutti il modo giusto o tipico dell’essere uomo. E se anche arriva, non trova diffusione in ogni caso. Diversamente, il campo femminile possiede questo complesso di elementi descrittivi: un misto di ideologia (quando si scade nel femminismo) e comunicazione di genere, atta a dire a tutti cosa è la donna di oggi. Un tipo di narrazione che sul mercato viene imposta a forza, per motivi che ho già spiegato nel mio libro e su cui non mi soffermo perché qui mi interessa ragionare sul perché e su come essa venga diffusa nell’ambito dell’autodescrizione femminile. E sul perché mi fa orrore.

La descrizione di cosa sia oggi una donna, fatta da donne stesse, ha un potere persuasivo che finisce per influenzare un numero molto grande di persone di sesso femminile, che a quel modello tendenzialmente vogliono o sono indotte a conformarsi. Ed è verso quel modello, ben sostenuto nelle sue forme più semplificate e deteriori dai media e da vari portatori d’interesse, che vanno le mie critiche più aspre. E non è misoginia. E’ un richiamo appassionato al campo femminile perché la smetta di nascondersi dietro una narrazione di comodo, discriminatoria, conflittuale, sterile, improduttiva. Un richiamo affinché le donne tornino a mettersi in discussione, ma non da sole, bensì insieme agli uomini. Perché, piaccia o no, uno non si dà senza l’altro. O meglio, si dà, ma con miserrimi esiti di solitudine e fallimento. Il punto è che l’autodescrizione femminile odierna è dotata di un’efficientissima “cassetta degli attrezzi” atta al reperimento di alibi di ferro e autoassoluzioni assortite. Il vissuto maschile non ha niente del genere, tende invece ad affrontare il fallimento per quello che è, dunque con disillusione, disarmo, rabbia e una quotidianità zoppa, perché mancante di una parte essenziale: un progetto di vita che sia portatore di senso.

padre-e-figlio“Progetto di vita”… Tradizionalmente, e ancora oggi, per l’uomo (con ciò intendendo ogni persona di sesso maschile per bene e sana di mente, ovvero la maggioranza) esso significa famiglia. Un’alleanza basata sull’amore dal lato sentimentale, e sulla cooperazione dal lato operativo. Fin dalla prima emancipazione femminile l’uomo si è adeguato a un necessario cambio di ruolo: non più solo distante produttore di reddito per il nucleo familiare, bensì soggetto partecipe attivo alle sue dinamiche, fino ad acquisirle come motivo dell’esistenza, tanto quanto, se non più, della realizzazione professionale. E questo grazie all’ingresso con pieni diritti delle donne nel contesto comunitario, a sua volta indotto dai cambiamenti economici degli anni ’60 e ’70. Insomma: l’uomo è stato capace di cambiare. Oggi il modello di oppressivo pater familias, signore e padrone, quand’anche sia davvero esistito, è tramontato, e l’esistenza di una famiglia o la presenza di figli rappresenta per il maschio una fonte di senso molto più che una carriera brillante.

Le donne invece non hanno saputo frenare. Ottenute le vittorie importanti sul lato civile, sono scivolate in modo naturale sul campo della pretesa di privilegi, a danno degli interlocutori maschili. Non è accaduto perché le donne sono “cattive” di natura, ben inteso. E’ accaduto sulla spinta duplice di un’ideologia che, ottenuti i risultati più importanti, ha perso di profondità e si è limitata a navigare in superficie, e di un modello economico che ha individuato nelle donne (e nei fanciulli) un motore potentissimo per il consumo. Indurre la donna a considerare l’uscita dal contesto familiare come una forma di emancipazione ha contribuito alla disgregazione dell’ultimo baluardo contro lo sfruttamento di un’economia priva di qualunque scrupolo: appunto la famiglia. Quella che se mette qualche soldo da parte, è per gli studi dei figli, per la loro salute, per il loro futuro, non per l’auto nuova, la borsa griffata, l’ultimo modello di cellulare o le scarpe alla moda. Ci hanno provato ad agganciare gli uomini, ben inteso, ma senza successo: il naufragio di riviste come “Men’s health” e simili ne è la prova.

donnasbarreE lì oggi siamo: il genere maschile ancora, forse un po’ ingenuamente, tiene botta rispetto alla necessità di riuscire a coniugare i diversi aspetti di uomo e donna, per costituire una realtà protettiva e produttiva, appunto la famiglia. Sa che tale realtà comporta rinunce e sacrifici, specie dal lato individuale, ma sa anche che la contropartita è grande, fino a diventare il senso stesso del vivere. Anche l’altro genere, quello femminile, mantiene inizialmente questa chiave di lettura. Non esiste donna che non voglia sposarsi e avere figli. Salvo poi sfogarsi con le amiche che il contesto familiare rende loro impossibile curarsi di se stesse, delle proprie esigenze, inquietudini, insoddisfazioni. Tutte criticità accettabili ponendo la produzione di senso attraverso la famiglia come priorità. Sbarre di una prigione declinata al maschile per come articoli di giornale, servizi televisivi e libri ancora raccontano la donna moderna e per come la donna moderna racconta se stessa.

Ecco allora che scatta la produzione degli alibi, fioriscono le autoassoluzioni, sulla base di un proprio inalienabile diritto a essere se stesse, autonome, a prescindere, anzi in contrapposizione all’interlocutore maschio e a ciò che con questo è stato costruito. Un interlocutore che però nel frattempo è stato coinvolto con tutta la sua esistenza in un progetto di vita in cui ha investito tutte le sue risorse interiori. E con lui spesso ci sono dei figli, il più grande miracolo di un contesto familiare, che come tali non investono nella famiglia, ma sono essi stessi il prodotto migliore dell’investimento. Eppure no, il falso concetto che passa è: sono soffocata, sono oppressa, non mi posso esprimere liberamente, non voglio che la mia realizzazione dipenda dalla presenza di un uomo. In quel momento le pulci nell’orecchio messe da un’autodefinizione narcisistica e distorta si ingigantiscono, inducendo la donna a leggere come dipendenza quella che, fin dall’inizio, doveva essere una alleanza basata sul sentimento. Un’alleanza che lei stessa solitamente ha promosso, ha contribuito a creare e ha sottoscritto.

donnasolaFerma restando l’esistenza di un numero maggioritario di meravigliose madri di famiglia, mogli dedite, leali e innamorate del progetto di vita costruito col proprio compagno, è in questa contraddizione che un altrettanto grande numero di donne cade regolarmente. La maggior parte delle cause di separazione è promossa dalle mogli. In esito alle separazioni la società oggi pullula di uomini spezzati, da un lato, e dall’altro di donne single impegnate a trovare consolazione alla loro solitudine e inutilità, al loro vuoto improduttivo, con la ricerca di alibi e di una narrazione “romantica” del loro essere indipendenti e autonome. Sono donne impregnate di tristezza e alienazione, che spacciano a se stesse quotidianamente il loro essere soddisfatte della vita, tra uno shopping e l’altro, tra un toyboy e l’altro, e che ottengono da altre donne una descrizione favoleggiante della loro esistenza miserabile e sradicata cui hanno costretto se stesse e un numero imprecisato di uomini. In quell’autodescrizione sono inclusi molti alibi ispirati e retorici: il prozac culturale con cui cercano, spesso senza successo quando gli capita a tiro uno specchio (interiore), di guardarsi serenamente invecchiare sole, inutili e dimenticate.

Questo genere di donne, che sono davvero moltissime, e i cantori e le cantrici del loro modello sono il centro della mia critica più serrata. E non è misoginia. Derubricarla come tale significa scappare furbescamente da un confronto argomentato. Un po’ come dare del razzista a uno che voglia analizzare nel profondo il fenomeno dell’immigrazione. Io cerco di andare più addentro e sostengo che l’interruzione di quel tipo di autodescrizione femminile sia un passaggio fondamentale per la costruzione di un futuro dove non noi, ma i nostri figli, possano avere qualche possibilità di non essere nomadi affettivi, isolati e incompleti. Ed è un’interruzione che deve partire anzitutto dalle donne che, come durante il femminismo primigenio, hanno il compito di mettere in discussione se stesse e i modelli che vengono loro imposti, per porsi davanti agli uomini come sono oggi e trovare un campo d’intesa nuovo, ragionato, logico. Ciò significa anche che le donne dovrbbero smettere di farsi manipolare e strumentalizzare da una comunicazione autoreferenziale e sterile, per quanto fascinosa, mandando al diavolo chi pretende di descriverle, quando in realtà sta solo producendo delle scusanti che le sollevino, in linea del tutto teorica, dalle proprie responsabilità. Magari cercando di farci su pure un po’ di grana.

penny-about-cAvevo detto che per questo articolo avrei fatto esempi concreti. Ora è il momento. Perché il paziente lettore arrivato fino qui starà sicuramente dicendo a se stesso che questa mia è tutta teoria, come tale potenzialmente campata in aria. Dunque in sostanza di cosa si sta parlando, sono congetture o c’è qualcosa di concreto dietro a tutte queste teorizzazioni? Ebbene c’è molto di concreto, a mio avviso. Una parte l’ho illustrata nel mio libro, ma voglio qui prendere un esempio attuale, tratto da un blog che tra le donne, a quanto vedo, sta andando per la maggiore: S.O.S. donne. Metto il link ma è inutile che inviate commenti, ci ho già provato io, ma senza successo: il confronto con l’altro non è ammesso, specie se critico.

La titolare del blog è una mia concittadina, tale Penny, che si autodescrive come insegnante, madre, donna uscita da un doloroso divorzio. Di recente è stata anche promossa scrittrice di romanzi dalla casa editrice “Giunti”, che non si è certo fatta scappare il business legato a una narratrice così efficacemente autoreferenziale e per sole donne. Ho già parlato di questo blog nell’ultimo “Minestrone del lunedì“. Non torno sullo stile, che mescola esibita leziosità, retorica e romanticume a un atteggiamento ieratico da madonnina perennemente sofferente per ciò che ha passato nella sua tormentata biografia. Tanto meno mi interessa far notare, come ha fatto qualche commentatore maligno, come il suo blog sia inzeppato di pubblicità. Mi interessano i contenuti, che prenderò da due suoi recenti articoli: “Quando le figlie sono sistemate: un matrimonio, una casa, un figlio” e “Una madre ha il cuore sbavato, ma sa agire l’amore. Come nessuno“.

donnasvenevolePrima dell’esegesi dei contenuti, una nota sulla titolazione. Il secondo articolo è emblematico. Quanto romanticismo ispirato c’è nell’espressione “avere il cuore sbavato”? Non vuol dire niente, di fatto, ma sono parole evocative. Questo è l’obiettivo: non raccontare se stesse alla luce di una dura realtà, ma evocare il più poeticamente possibile concetti e modelli in realtà vuoti di ogni reale significato, ma che suscitano emozioni. Notevole anche l’utilizzo transitivo del verbo “agire”. Transitivo significa che la sua azione si estende su qualcosa. “Agire” è un verbo intransitivo: non si agisce qualcosa o qualcuno, si agisce e basta. L’utilizzo transitivo è tipico del linguaggio delle questure e dei verbali di polizia, laddove si dice: “ha agito violenza”. Una formula che è diventata un topos come direbbero i greci. E non c’entra nulla Mickey Mouse: vuol dire “luogo comune”, formuletta ripetuta per richiamare concetti precisi. “Gli uomini che agiscono violenza” è uno dei mantra dei centri antiviolenza. Astutamente Penny utilizza lo stesso topos romanticizzandolo in “agisce amore”. Così c’è contemporaneamente il richiamo alla violenza maschile, e alla contrapposta e del tutto teorica nobile natura della donna, specie se madre. Roba di classe, signori… Ma andiamo ai contenuti. Come la donna, madre, insegnante Penny racconta le donne? Ascoltate.

Quante volte abbiamo sentito: “Mia figlia è sistemata”. Oppure lo abbiamo pensato: mi sono sistemata. Un matrimonio. O un amore. Un figlio. Forse due. Una casa. Cosa si sistema? Un oggetto su un mobile. Dei calzini in un cassetto. Non una persona.

da “Quando le figlie sono sistemate: un matrimonio, una casa, un figlio

Vero, quella è una frase sentita spesso. Dalle nonne. Ed è saggezza antica. Si riferisce a una “sistemazione economica”, laddove tempo fa per una donna era necessario trovare un uomo che avesse un buon lavoro, appunto per sistemarsi, ma non c’è solo quello. Le donne che pensavano e pensano a questo sono preoccupate per una futura buona vita della propria prole. Una vita fatta non di stenti, privazioni e solitudine, ma di sicurezza e senso. Non è un caso che le stesse madri da sempre auspichino le stesse cose riguardo ai figli maschi. Amandoli veramente, cosa si può desiderare per essi? Che abbiano la possibilità di trovare un alleato/una alleata d’amore, con cui sostenersi e completarsi a vicenda, insieme a cui costruire una realtà protetta e sicura. Dove sta il male in tutto questo? Non c’è. Ma Penny si appropria del concetto, lo volgarizza femminilizzandolo e avvicinandolo alla considerazione della donna come oggetto. Il tutto con un tono sottilmente rivendicativo: la donna non è una cosa! Da questo assunto ne discende che sposarsi, innamorarsi, fare figli, avere una casa è male. Non c’è traccia del concetto di coppia, se non in termini di condanna. Dunque la costruzione di una realtà di coppia deve andare male a tutte. O meglio: se va male non è mai colpa delle donne, ma di chi le ha considerate come calzini da mettere in un cassetto. Così una donna racconta le donne: appropriandosi di un fenomeno normale, logico, produttivo, descrivendolo come il male e leggendolo attraverso una lente distorta. Per demonizzarlo e per fornire a se stessa e alle altre un’autoassoluzione che le allontani dall’autocritica e dalle responsabilità. Il tutto ben sapendo che si tratta di frottole. Ma andiamo avanti.

Una persona, una donna, non si sistema. Non si colloca. Non è legittimata solo vicino a un uomo. Una donna, semplicemente, ce la può fare. Da sola. Innanzitutto.

da “Quando le figlie sono sistemate: un matrimonio, una casa, un figlio

innerbreakChe una donna possa sentirsi legittimata solo vicino a un uomo lo dice lei, Penny, e forse nessun altro. Ed è improprio (ma astuto) parlare di legittimazione. E’ improprio perché non si tratta di politica, dove qualcuno è legittimato a governare se prende la maggioranza dei voti. Non è un’azienda, dove qualcuno è legittimato a prendere decisioni se viene nominato Amministratore Delegato. Qua si parla di relazioni umane e affettive. Dunque la questione non è la legittimazione, ma la completezza. Sotto questo profilo la frase diventerebbe ancora più insensata: “una donna non è completa solo vicino a un uomo”. E invece sì. Esattamente come un uomo è completo solo vicino a una donna. Da soli sono soltanto la metà di un mondo che, in quanto tale, resta incompiuto. Come incompiute e irrisolte sono le donne che descrive Penny, o le donne a cui Penny si rivolge, o le donne come le vuole Penny. Sole al mattino, quando al risveglio l’altro lato del letto è vuoto e freddo; sole al desco durante la cena; sole nei loro pensieri e dentro di sé. Sole, decadenti e senza un senso dell’esistenza. Uguali uguali sono gli uomini soli, l’unica differenza è che non se la raccontano… Certo, entrambi ce la possono fare da soli, ma sono individui spezzati. Porre questa frattura come principio di riferimento (quanto tristissimo orgoglio in quel “ce la può fare”) significa ancora dettare un modello e proporre un’autoassoluzione. La donna che non si completa in un uomo, come l’uomo che non si completa in una donna, sono semplicemente dei falliti. Come ho detto nella mia lunga introduzione teorica, l’uomo tendenzialmente accetta il fallimento e convive con la mutilazione. La donna no, se la deve raccontare e deve imporre la sua versione a tutti, pur sapendo che si tratta di balle raccontate anzitutto a se stessa. Come fa Penny. Che in questo senso ammette anche di voler far danni, stritolando in questo meccanismo la prole:

Ora tocca a noi madri. Tocca a noi che parliamo alle nostre figlie e ai nostri figli. “Studia. Trovati un mestiere, possibilmente che ti piaccia, cercati una casa e sii autonoma”. Non dobbiamo più immaginare per loro solo un abito bianco. Una navata da percorrere. Un giorno speciale. Come se questo ci potesse rendere orgogliose o tranquille sul loro futuro. Dobbiamo immaginare che sappiano sistemarsi non per mano di un altro, ma da sole.

da “Quando le figlie sono sistemate: un matrimonio, una casa, un figlio

Confondere il piano della propria realizzazione personale col piano delle relazioni affettive è quanto di più sbagliato, criminale quasi, ci possa essere. Il consiglio di trovarsi un buon mestiere, avere una casa ed essere autonomi è buono per tutti, da sempre, non solo oggi. Ma non ha nulla a che fare con l’amore e ciò che ne consegue. I due piani si confondevano, è vero, ma molti molti decenni fa. E’ da mo’ che non è più così, da quando le femministe della prima ondata hanno creato la giusta massa critica per separarli. Rimetterli insieme è un’operazione fuori dal tempo e sostanzialmente disonesta. Nessuno in buona fede e col cervello a posto può oggi pensare di “sistemarsi per mano di un altro”. Tutti pensano a sistemarsi per se stessi per poi o contestualmente trovare una propria completezza umana e affettiva nel rapporto con l’altro. Una cosa che non è riuscita a Penny, che non riesce più a un sacco di donne come lei, che leggono con entusiasmo le sue romanticherie criminogene, e che spesso non riescono proprio perché imbevute di tanto letame subculturale. Ai figli e alle figlie va insegnato a farsi un’esistenza autonoma, senza dubbio, per la propria sopravvivenza. Ma anche e soprattutto che le relazioni affettive vanno ponderate, richiedono sacrifici che a loro volta portano a utili straordinari. I figli devono capire che trovare una propria autonomia mette di mezzo solo se stessi, mentre trovare una dimensione affettiva coinvolge un’altra umanità: per questo gli va insegnato a ponderare bene le scelte. A figlie e figli va detto: se coinvolgi un altro o un altra nei tuoi sentimenti, sappi che stai giocando con un’esistenza che non è la tua. Se prendi scelte impegnative, fallo essendo il più certo o certa possibile. Se sai di avere aspirazioni incompatibili con una famiglia, non costruirla, non coinvolgere altri, figli inclusi, in qualcosa che rischi di non essere capace di portare avanti. Se sei anche solo minimamente incerto o incerta del partner, evita. Se la costruisci, fallo con coscienza, sapendo a cosa rinunci e fiero/fiera di ciò che guadagni in termini di senso. E per rispetto dell’altro, se decidi di uscire da ciò che hai costruito, alla base devono esserci motivi veri, forti, significativi, gravi. Perché non si coinvolgono i sentimenti degli altri per poi demolire tutto sperando che avvenga senza colpo ferire, esiste una cosa chiamata responsabilità. QUESTO va insegnato. Perché non per forza i figli o tutto il mondo femminile deve, per solidarietà, fare la stessa fine di chi ha fallito. E tentare di indurle allo stesso fallimento con parole come quelle di Penny è semplicemente sbagliato.

madrenarcisisticaViene da chiedersi, a questo punto, se l’autrice del blog sia una buona madre. Quel ruolo che lei espone come qualificante del suo essere, insieme all’essere insegnante e moglie divorziata, viene svolto bene? Nessun genitore, uomo o donna, da solo svolge bene il proprio ruolo. Un pezzo manca sempre. Ma non al genitore stesso, o meglio, non solo: manca ai figli. Per quanto uno cerchi di sopperire, l’altro lato dell’amore familiare non c’è, a causa di un errore di valutazione commesso a monte da una delle due parti. Fatto salvo che il numero di stronzi e irresponsabili è sempre alto, tra gli uomini come tra le donne, quello che riscontro io è un esercito di padri separati che, per quel poco che gli è dato di frequentare i figli, fanno tutto per loro, mettendo a rischio il lavoro, le relazioni sociali, la propria stessa integrità. Persone capaci di rinunciare a ogni cosa, purché i figli siano felici e crescano bene, senza trovare scuse a eventuali mancanze. E quando qualcosa va storto, gli uomini rimangono prostrati dal senso di colpa, di inadeguatezza, e si perdono in autocritiche anche eccessive. Le donne invece come si raccontano nei frangenti in cui falliscono come madri? Lo fanno come fa Penny, in un altro articolo, dove anche la grafica viene usata per sottolineare i concetti:

Una madre può dimenticare di firmare un avviso. Di partecipare all’assemblea di classe. Di pagare il bollettino per la gita.

Può dire qualche parolaccia, e sentirsi pessima pessissima.

Può annoiarsi quando gioca con i propri figli e scegliere di non farlo.

Può dimenticarsi di far lavare i denti dopo cena, l’apparecchio in tasca, la merenda nella borsa. I biglietti dell’autobus per la gita.

Una madre può farsi prendere dai cinque minuti, e non avere cerotti o salviette sempre pronti all’uso.

Può avere pensieri poco educativi e non dirlo a nessuno.

Può bruciare la torta al cioccolato, può comprare il gelato prima di cena e le caramelle piene di zucchero quando frignano.

Può paragonare i propri figli con quelli delle brave bravissime, e sentirsi uno schifo.

Una madre ha un codice segreto per ogni porta chiusa, un cuore in borsa per ogni occasione, parole buone quando servono, braccia grandi, e impazienza da vendere.

Una madre buona può esserci ogni tanto perché c’è sempre.

Come il cielo che ci copre o la terra che ci sostiene.

Di lei non ci accorgiamo, è nell’incertezza dei giorni e nei sogni della notte. Sempre accanto anche quando non c’è.

Ha il cuore sbavato, ma sa agire l’amore come nessuno.

E i suoi figli lo sanno.

da “Una madre ha il cuore sbavato, ma sa agire l’amore. Come nessuno

egoCos’è questo se non un elenco, per altro abbastanza preciso, dell’inadeguatezza di un genitore da solo che abbia scelto di essere tale per mettere narcisisticamente se stesso al centro della propria vita, tornando indietro sulla decisione presa in precedenza di mettere al centro un “nucleo cooperativo” che coinvolgeva affettivamente altre persone? E’ un elenco che dice: sbaglio in questo, sbaglio in quello e in quell’altro, come madre. Perché al centro del mio mondo ci sono io, IO, IO e basta. Sono un fallimento totale nell’esecuzione di un ruolo molto più complesso che non sia il rendere conto solo a me stessa. Questo dice. Ma… lì viene il bello. Nonostante l’evidenza di tutto questo, lei ha un “codice segreto”, “un cuore in borsa”… Ma soprattutto lei può non esserci perché “c’è sempre. Come il cielo che ci copre o la terra che ci sostiene.”. Quale poesia… quale musica. Ma intanto i figli restano senza giustificazione a scuola, senza compiti fatti, senza un genitore con cui giocare (mentre l’altro è tenuto a debita distanza), senza torta al cioccolato, bruciata perché magari mamma stava chattando al cellulare o scrivendo stronzate sul suo blog per sentirsi lei speciale. Chissenefrega, ci sono io, IO, IO. Ma in ogni caso non c’è problema: di lei, madre, ci si accorge “nell’incertezza dei giorni e nei sogni della notte”. Perché “ha il cuore sbavato ma sa agire l’amore come nessuno”.

E I SUOI FIGLI LO SANNO

Ne sei così sicura, Penny? Dici di averli sentiti bisbigliare che erano contenti che ti pubblicano il romanzo. Anche di quel frangente hai dato una lettura autopromozionale e narcisistica. Avranno pensato, in realtà, ne sono certo: ci considera così poco e così male, almeno abbia il suo stramaledetto tornaconto, che forse finalmente si mette quieta col suo egocentrismo e inizia a considerarci un po’ come si deve. Comincerà a non bruciare la torta, a non lasciarci soli a giocare, a partecipare della nostra crescita senza mettere sempre se stessa e le sue inquietudini individuali al centro di tutto, ma mettendo finalmente NOI al centro del mondo…

Tutti i figli di madri o padri falliti, narcisisti e autocentrati, non sanno proprio un bel niente. Vivono nella perenne privazione di qualcosa, e basta parlarci e frequentarli per rendersene conto. Vivono spezzati anche loro, come spezzati sono i genitori, come spezzata è la madre che, inseguendo una propria egoistica realizzazione, pone loro, che sono ben più importanti, in secondo piano. La frase con cui Penny conclude il suo articolo è romantica, colpisce al cuore le lettrici, che leggendo si sentono legittimate (in questo caso sì) nel loro fallimento. Ma è un ALIBI. Ancora più grave perché consapevole. Un alibi con cui vengono assolte le tante donne che hanno sbagliato, hanno prodotto dolore e privazione in altri, magari a ciò indotte dal bombardamento subculturale della “donna sola e realizzata” o per motivi fatui. Penny partecipa attivamente a questo tipo di bombardamento, infettando di questo virus disperatamente deresponsabilizzante altre che magari vorrebbero lavorare su se stesse per trovare una dimensione completa, consapevole, equilibrata e produttiva.

pedinaMi rivolgo direttamente a Penny: ora non te ne rendi conto, perché sulle ceneri di chi è rimasto schiacciato dai tuoi errori e dalle tue inadeguatezze hai costruito qualcosa con cui alimentare il tuo ego narcisista perennemente insoddisfatto e inquieto, ma quando sarai più vecchia, ancora più sola (i figli a un certo punto se ne vanno), ancora più desolata nell’ammirare l’effetto del tempo, allora guarderai a ciò che hai scritto, e non ne sarai più orgogliosa, anzi forse un po’ ti vergognerai di aver fatto propaganda allo sradicamento invece che all’integrazione. Così accadrà a te come sta accadendo e accadrà a molte altre cresciute e indottrinate da articoli come i tuoi. E lo stesso accadrà a tutti gli uomini con cui avete perso l’occasione di costruire qualcosa di molto arduo, ma come tale di grandemente significativo. Tutti insieme vi guarderete alle spalle e vedrete cosa avete lasciato. Nulla.

Questo è il modello di narrazione di donna, e le donne che conseguentemente ne risultano, che io critico aspramente. Non per misoginia, ma per le ragioni evidenti di disallineamento rispetto a ciò di cui ogni persona ha bisogno. Io mi pongo contro una narrazione avversa all’amore, a tutto ciò che di difficile impone e a tutto ciò che di meraviglioso può produrre. A una visione edonistica, individualistica, egocentrica, egoista, narcisista e autocentrata dell’esistenza, che così tanto fa presa nel campo femminile, e così tanto incomprensibile appare al campo maschile da generare sfracelli tra chi vi appartiene. A questa versione posticcia, retorica e fasulla dei fatti io, in quanto uomo, mi ribello, e chiedo scusa se lo faccio con una passione che talvolta diventa virulenta, non riesco a farne a meno. Dietro a tutto c’è il mio sogno di un mondo dove anche le donne vi si ribellino, gettando quei concetti e quelle parole là dove meritano di essere: in discarica. Per rimboccarsi poi le maniche e mettersi al lavoro, tutti insieme, con l’obiettivo di progettare un nuovo futuro di unione, di comunità, di protezione dal male. E dal nulla.


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35 commenti

  1. E magari si fermassero ad essere egocentriche, autoreferenziali e chiuse a tutto (a cominciare dalle necessità dei figli). Sono pure arroganti, avide e perfide. Purtroppo l’esperienza mia personale e quella di TUTTI i miei amici dice proprio questo. Certo ci sono donne sensate e uomini mascalzoni, ma direi che sempre più spesso troviamo il contrario. Nell’ottimo articolo manca un riferimento alla scempiaggine del femminicidio, altra frottola inventata per aggravare le accuse contro gli uomini. E un riferimento alle pretese uguaglianze sul lavoro, presentate solo quando fa comodo a loro. Grazie

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  2. @@
    Non è accaduto perché le donne sono “cattive” di natura, ben inteso. E’ accaduto sulla spinta duplice di un’ideologia che, ottenuti i risultati più importanti, ha perso di profondità e si è limitata a navigare in superficie, e di un modello economico che ha individuato nelle donne (e nei fanciulli) un motore potentissimo per il consumo. Indurre la donna a considerare l’uscita dal contesto familiare come una forma di emancipazione ha contribuito alla disgregazione dell’ultimo baluardo contro lo sfruttamento di un’economia priva di qualunque scrupolo: appunto la famiglia.
    @@

    Sì, Davide, ma se tale propaganda ha fatto così presa sulle donne, è perché le suddette erano più che predisposte a farsi “manipolare”.
    Uso le virgolette perché io non considero affatto le donne vittime del sistema capitalista.
    Anzi, son del parere che esse siano le principali artefici e responsabili dell’ odierno sfacelo.
    Inoltre, sempre dal mio punto di vista, le donne non hanno né possono avere giustificazioni perché si reputano intellettivamente e moralmente superiori agli uomini, nonché dotate di una marcia in più e di un fantomatico “sesto senso”, ragion per cui chi si reputa superiore non può essere manipolato da chi è inferiore.

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      1. Minestrone sempre più salato (per l’ex). Da igienista dentale a milionaria, e neanche basta. E la chiamano “equità”. Stesso giorno, stessa testata, stessa pagina. Appello per una Premier donna che garantirà “riduzione dei conflitti” e “attenzione ai diritti”. Sicuro. D’altronde le peggiori leggi anti-maschili sono state fatte dagli uomini.

        http://www.lastampa.it/2018/04/07/italia/i-tuoi-diritti/famiglia-e-successioni/lasci-tutto-per-la-carriera-del-marito-giusto-il-maxi-assegno-post-divorzio-kax7PRyM5Za4TTqOW9PvlK/pagina.html
        http://www.lastampa.it/2018/04/07/italia/cronache/per-una-riaffermazione-del-principio-di-equit-nella-regolamentazione-dei-rapporti-postconiugali-0TDrWp1C331Bxch53rGb0K/pagina.html
        http://www.lastampa.it/2018/04/07/italia/cronache/una-donna-a-capo-del-governo-lultima-chance-per-la-politica-mz5BBclTgBzsUXZRa5TLON/pagina.html

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  3. Senza parole…quante ne hai usate e come, mi lascia letteralmente senza parole. Al rispetto aggiungo la stima per la capacità di rendere chiaro ogni concetto. Bravo bravo bravo. Un testo che ogni donna ma anche ogni uomo dovrebbe leggere per poi riflettere.

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  4. Grande Davide come sempre. Prolisso si, ma colpisci e spacchi i luoghi comuni come l’ascia il tronco, in un sol colpo. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

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  5. Non molto tempo fa, postai sulla bacheca FB di Monica Lanfranco (nota per i “seminari” di rieducazione maschile) una critica sulla falsa riga di quella che tu hai efficacemente reso nel tuo articolo.
    Con modi assolutamente garbati e dialettici, ponevo l’accento su una certa autoreferenzialità del pensiero e della prassi femminista.
    Nel giro di tre minuti tre…mi rispose lapidaria (testuale): “la storia siamo noi”.
    Oggi devo ringraziarla.
    Esattamente da quella sua frase è cominciato il mio tragitto verso la questione maschile, che fino ad allora era per me, niente di più che un sostantivo seguito da un’aggettivo.
    Paradossalmente…con me, la rieducazione le è riuscita.

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  6. Analisi della cosiddetta “Donna Moderna Occidentale” impeccabile, da tutti i punti di vista. In relazione alla critica dell’essere troppo prolisso, spero tu non voglia assecondarla, non smettere di essere prolisso, è un pregio.

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  7. Impressionante l’assoluta identità col mio ideale di essere pensante con intelligenza, e la corrispondenza perfetta con quanto io mi sforzo di esternare ma ben lontano dalla tua abilità. In quanto all’accusa di misoginia, che a me viene rivolta ormai ad ogni piè sospinto, è avvilente che provenga spesso da uomini che scrivono e danno consigli al cloroformio al massimo utili a crogiolarsi nell’autolesionismo.
    Grazie Davide, per esserci.

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    1. Caro Giuseppe, commenti come questo tuo sono linfa per la mia motivazione. Grazie del tuo grazie. Ma anche io ringrazio voi per tutto ciò che fate per portare un po’ di normalità in questo contesto folle, dando i vostri contributi o condividendo i miei.
      Quanto al discorso delle accuse di misoginia… mi fanno sorridere, perché è solo un modo per zittire l’interlocutore che dice troppe cose vere. E perché, quando non è così, si scambia per per misoginia quella che è solo violenta passione nel tentare di sopprimere la falsificazione della realtà. Sì, ho osato usare il termine “violenta”. Tale è la furia interiore che mi prende (e mi ispira alcuni articoli come questo) quando leggo certe cose in certi blog. Lo rivendico con orgoglio: quel modo falsificato di rappresentare la realtà va soppresso e represso con VIOLENZA. Argomentativa, naturalmente, non fisica né psicologica, ma puramente dialettica. La falsità in quanto tale merita solo una risposta violenta, nel senso che va smontata pezzo per pezzo (per questo la prolissità) e ogni pezzo disintegrato senza alcuna pietà, messo a nudo nella sua natura profonda. C’è chi confonde questo tipo di violenza e la interpreta come misoginia. Pazienza. Il giorno che leggerà un paio di libri in più e spegnerà la televisione e i social, forse capirà…

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  8. In pratica una madre è una grande donna, anche quando non agisce da madre, semplicemente in quanto madre. Come un uomo è un violento, anche quando non agisce violenza, semplicemente in quanto uomo.
    Complimenti per l’impegno di leggere e rispondere a tutti questi articoli con pazienza e determinazione, c’è bisogno di più persone come te.

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  9. E’ proprio come hai scritto, sono talmente auto-centrate che non riescono a vedere altro.
    Qualche giorno fa, facendo zapping per evitare la pubblicità, ho pescato per caso uno di quei canali dedicati a televendite, previsioni dei numeri al lotto, astrologia, eccetera (credo sia abbastanza chiaro di che cosa stiamo parlando). Bene, la televenditrice stava proclamando solennemente: “…perchè noi donne siamo i pilastri della società, e non lo dico perchè sono una donna, ma perchè lo siamo proprio…”
    Non ho difficoltà a dire che ho cambiato immediatamente canale, lasciando la società senza un pilastro!
    Scherzi a parte, complimenti per gli ottimi articoli!

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    1. Grazie Mario. I pilastri qui invece siete voi, con i vostri incoraggiamenti e le vostre condivisioni. Sta cominciando a passare la paura a mostrarsi con un’opinione “non conforme”. Ed è assolutamente un bene.

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