Presente futuro plurale maschile

narrazioneMi capita spesso, nell’affrontare le questioni legate allo stalking e dintorni, di parlare di narrazione, un termine apparentemente colto il cui significato rischia di essere oscuro ai più. Ebbene per “narrazione” si intende quell’insieme di elementi che definiscono un luogo, una persona, gruppi di persone, eccetera, nel sentire comune. E’ ciò a cui si pensa in modo pressoché automatico quando viene attivato un argomento riguardante una realtà specifica. Esempi semplificati di narrazione sono: “genovesi e scozzesi sono tirchi”, “la filosofia è una materia complicata”, “il lavoro nobilita l’essere umano”, e così via. In questa forma semplificata le narrazioni tendono ad assomigliare pericolosamente a un’altra forma sempre di narrazione, ma degradata: il luogo comune.

Gli esempi di luoghi comuni si sprecano: gli italiani sono tutti mafiosi, i musulmani sono tutti terroristi, le donne svedesi sono tutte belle e disinvolte, e così via. La differenza sostanziale tra una narrazione e un luogo comune è che la prima ha una buona misura di fondamento, nella storia, nella tradizione, nella cultura, mentre il luogo comune è una generalizzazione semplificante, che rende comprensibile un fenomeno ai più banalizzandolo. E’ vero che in Italia c’è la mafia, ma questo non fa di tutti gli italiani degli affiliati a Cosa Nostra; ugualmente esistono fanatici musulmani e musulmani moderati; posso accertare che tra le svedesi vi è un numero significativo di donne tutt’altro che belle e disinvolte. Il pericolo più grande, dunque, si verifica quando i luoghi comuni vengono ripetuti così tanto da apparire come narrazioni. Tipo: gli uomini sono tutti violenti, le donne sono tutte sempre vittime incolpevoli.

luoghi comuniQuesti ultimi sono decisamente dei luoghi comuni, ovvero non supportati da numeri, da fondamenti culturali, storici o altro. Tuttavia si tratta di una versione dei fatti assurta alla dignità di narrazione diffusa. Fermate a caso una donna o un uomo della strada, chiedete loro un’opinione sulle relazioni di genere e, magari con diverse sfumature, la versione che vi daranno rispecchierà quei due falsissimi cliché. Segno che, appunto, sono divenuti una narrazione comune. E c’è un secondo pericolo insito in questo degrado concettuale: nel momento in cui un luogo comune diventa narrazione, esso finisce per influenzare anche le istituzioni, che si muovono attraverso persone che quel luogo comune hanno assorbito. Giudici, forze dell’ordine, operatori dei servizi sociali, non sono persone avulse dalla società: come tali si impregnano della narrazione dominante, e agiscono conseguentemente nella loro professione. Se a ciò si aggiunge chi fa profitti nello sfruttamento di una narrazione fasulla, e naturalmente parlo dei media, della politica o di anomalie come i centri antiviolenza, la frittata è fatta.

Si può cambiare qualcosa, vedendo il tutto dalla prospettiva maschile? A questa domanda tempo fa avrei risposto di no. Guardandomi attorno vedevo un panorama desolato, triste, fermo nella lamentela e nell’incapacità di elaborare e comunicare contenuti alternativi alla narrazione diffusa, capaci di contrastarla, metterla in discussione e, alla fine, rivoluzionarla. Oggi sono più ottimista. Perché qualcosa si sta muovendo. qualcosa di importante e tangibile. E’ vero, come ha sostenuto il commentatore di un mio recente articolo, che le fanfaluche femministe o femminocentriche tendono a crollare da sole, mostrano già la corda, contraddittorie e prive di fondamento come sono. Sono meno d’accordo sul fatto che sia inutile l’azione coordinata e unitaria, dal punto di vista culturale prima ancora che concreto, da parte di chi vuole contrastare la narrazione dominante, per affrettare il superamento della situazione attuale.

castelloNarrare gli uomini per come veramente sono, oggi, è un atto di ribellione che, coordinando gli sforzi, non può non essere risolutivo. Se il castello di forzature e spesso di menzogne della narrazione dominante già vacilla per sue contraddizioni interne, uno sforzo unitario volto a metterlo in discussione può rappresentare la spallata decisiva, quella che porta tutto all’anno zero, a quelle macerie necessarie per poter ricostruire. E in questo senso sono ottimista. Dal mio osservatorio comincio a vedere iniziative aggregative che si moltiplicano, persone dedite a una battaglia quotidiana di contrasto alle falsificazioni, insomma una ribellione che cerca con decisione di agire in modo coordinato, prima ancora che per cambiare le sentenze dei tribunali, per cambiare “l’idea” che del maschio e dei rapporti di genere si ha.

La “fabbrica della pillola rossa”, come la chiamo io, lavora a pieno regime, oggi. E la sua capacità distributiva, comparto sempre dimostratosi debole, si sta rafforzando di giorno in giorno. Questo accade anche perché l’opinione pubblica è sempre più satura della narrazione dominante, della pillola blu. Ed è tangibile, l’ho verificato direttamente, il suo sollievo quando “l’altra campana” riesce a farsi sentire. Il che non significa che si convince delle argomentazioni alternative, per lo meno non sempre. Ma si innesca comunque un meccanismo cruciale di messa in discussione della narrazione dominante. Quando accade, si è già vinto. Questo è il motivo per cui occorre moltiplicare gli sforzi comuni per far sì che si smetta o meglio diventi sempre meno profittevole produrre film dove la protagonista donna diventa soldato e risulta più in gamba dei colleghi maschi; telefilm dove arriva un carabiniere donna e risulta più simpatica e astuta dei colleghi maschi; libri dove la donna esce sempre da una qualche forma di maltrattamento ed è eroica nel ricostruirsi la sua vita, e così via. Le persone sono stufe di questa solfa. Hanno fame di qualcosa di diverso, di alternativo, di più vero.

ftHo due prove da portarvi, in questo senso. La prima è un intervento televisivo, su Sky, dell’eroico Francesco Toesca, gestore dell’illuminante blog Il lucida mente, attivo da anni sul fronte padri separati, e che mi dà il privilegio della sua amicizia. Guardatelo e ascoltatelo: invitato a parlare dell’argomento, con la forza tranquilla di chi porta argomentazioni sorrette dalla logica e dalla giustiza, ribalta l’intero contesto informativo, che già scivolava, complici i giornalisti e l’altro invitato, verso una narrazione conformista, quella dei luoghi comuni privi di fondamento, quella dell’ingiustizia. Con parole misurate e una logica che non lascia scampo, Francesco lascia scivolare nell’etere la pillola rossa. C’è sgomento nei presentatori e imbarazzo nell’altro ospite: oddio, qualcuno dice le cose come stanno! Allarme, pericolo! Ma è troppo tardi. Il messaggio è passato e ha messo al muro la falsificazione diffusa. Cose del genere sono pietre miliari. Capitano raramente e sono deflagranti. Per questo bisogna fare in modo che capitino più spesso. Se esiste tra i lettori una persona che di mestiere fa l’addetto stampa e vuole dedicare a questa “causa” un po’ della propria professionalità, naturalmente pro bono, sarà accolto a braccia aperte.

mnvLa seconda prova è la pubblicazione e diffusione del cortometraggio “Mamma non vuole“. Invito tutti a guardare il trailer. Già quello, da solo, dà i brividi. E non solo per un Giancarlo Giannini come sempre monumentale nella sua performance, ma per tutto lo scenario, la costruzione dell’azione, la potenza delle situazioni e l’empatia degli attori. Non l’ho ancora comprato né visto: intendo farlo questo week end per godermelo appieno, e se il buon giorno si vede dal trailer, ho come l’impressione che siamo davanti a un’altra pietra miliare nella costruzione di una nuova narrazione del maschile, per il presente e il futuro, e declinata al plurale. Vero, è un cortometraggio, non lo vedremo nelle multisale e tanto meno in televisione. Ma che un film così sia stato finanziato e realizzato è già miracoloso. Cinema e TV non servono per la sua diffusione: c’è la rete e ci siamo noi, e persone come Amedeo Gagliardi che, oltre a essere uno degli attori del film, è da lungo tempo schierato nella battaglia dei padri separati. Noi siamo la mano che può imporre l’alternativa. Quella mano va mossa, con decisione.

E’ cruciale che contributi narrativi come questi vengano diffusi, condivisi, senza remore né vergogna. Anzi con pieno orgoglio. Ogni paio d’occhi e d’orecchie che si giovano di questi contributi è un foro nella cortina di ferro rosa che viene imposta a forza all’opinione pubblica. Sta a noi e solo a noi, oltre a ringraziare Toesca e Gagliardi, ficcare le dita in quei pertugi e operare ogni sforzo, magari isieme, per squarciarlo e dar termine alla guerra fredda tra generi, organizzandosi poi per un nuovo proficuo periodo di distensione.


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9 commenti

  1. Che ne pensi invece in termini di narrazione dello spot autopromosso e autoprodotto da Glenda Mancini? io purtroppo temo che siamo ancora lontani da un professionale e capace uso della comunicazione, e lo dico da art director.

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      1. Interessante come tentativo, ma purtroppo fallimentare e per due differenti ragioni.

        La prima, come fai notare anche tu, è la qualità davvero bassa a livello attoriale, registico e comunicativo.
        La seconda, molto meno evidente della prima, è sullo stile comunicativo scelto. Il video è sin troppo simile ai molteplici video su femminicidio e violenza di genere, e come tale si configura come una sorta di “clone” che tenta di scimmiottare l’originale.

        Dovendo scegliere un particolare stile, io punterei sul grottesco. Qualcosa di forte, ma al tempo stesso ironico e capace di illustrare la stortura di un paese in cui gli uomini hanno doveri e responsabilità, e le donne diritti e sono al tempo stesso deresponsabilizzate.
        E’ lo stile comunicativo che maggiormente resta impresso, e non colpevolizzando offre lo spunto per riflettere senza attivare meccanismi di difesa che portano ad ignorare quanto visto.

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  2. Grazie Davide per il tuo contributo, stai mascherando con i tuoi articoli lucidi e illuminanti questo lurido sistema e i suoi accoliti. Grazie!

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  3. Incredibile che non conoscessi il cortometraggio, eppure mi ritengo informato su questi temi.
    Magnifico, comunque.

    Sono felice che qualcosa si stia muovendo, tanto che ai lettori e alle lettrici di passaggio mi sento di suggerire di non essere più complici del sistema feminazi. E che anche il silenzio è complice.

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