10 – Il minestrone del lunedì: mala tempora currunt

donnamattaIl manicomio rosa – E ci risiamo. Due anomalie in un evento solo. A San Giustino, vicino Perugia, una signora di 47 anni decide di tormentare la vicina di casa, e viene denunciata la bellezza di quaranta volte dalla vittima. Non per molestie, lesioni, minacce o altro, ma per stalking, naturalmente. E’ un’anomalia perché difficilmente l’una era invaghita dell’altra e riteneva doveroso essere ricambiata (che è poi il profilo standard del persecutore), anche a costo di risultare molesta. E’ la riaffermazione di quella scemenza chiamata “stalking condominiale”, cui di recente si è aggiunta anche la fattispecie dello “stalking bancario“. Ormai chiunque rompa le palle in qualche forma viene definito “stalker”. Il che non sarebbe un problema se poi non ne seguissero reali procedimenti giudiziari (dunque i giudici stanno avallando queste sciocchezze). La seconda anomalia però è più grave: la donna, sebbene palesemente colpevole, viene assolta perché incapace di intendere e di volere. Terza volta (che se ne sappia dai media) in tre settimane. Delle due l’una, dunque: o si sta cercando di affermare che tutte le donne che commettono reati sono temporaneamente matte (ma questo teorema per gli uomini non vale, naturalmente), e dunque sono sempre innocenti; oppure, per garantire una giustizia equilibrata, è il caso di internare l’intero genere femminile italiano in appositi manicomi rosa, permettendo l’uscita solo dietro dimostrazione di un equilibrio mentale solido. In quest’ultimo caso ci sarebbe al massimo una decina di donne in circolazione in Italia, ma per lo meno si avrebbe certezza di giustizia.

cina3Femminicidio o no? – Non ha approfittato di questo andazzo la donna che a Palmi (Reggio Calabria) ha pensato bene di arrotare con l’auto l’amante del marito, spedendola all’ospedale con lesioni gravissime da cui, per fortuna, si è salvata. Con una sentenza che a questo punto diventa storica, la fast and furious nostrana si è presa otto anni (il PM ne aveva chiesti 12) per tentato omicidio. Dico che è una sentenza storica perché alla fine, a pensarci bene, la colpa è dell’uomo: si era fatto un’amante, dunque è un po’ lui la causa di tutto. In questa Italia dove l’essere maschio sospende il brocardo dell’innocenza fino a prova contraria, poteva starci benissimo un’incriminazione a lui invece che alla moglie. Ma soprattutto la domanda che mi tormenta è questa: dato che alla fine la colpa è di lui, se per caso la moglie avesse ucciso l’amante, la morte di quest’ultima sarebbe stata conteggiata tra i femminicidi? Cortocircuito femminista in 3… 2… 1…

woman-turning-to-camera-and-laughing_qy-yghiy__S0001Il solito copione – Pensava di aver capito tutto della vita e dell’andazzo generale la donna di Montesarchio, vicino a Benevento, che in fase di separazione ha denunciato l’ex marito per stalking. In gioco c’erano, al solito, l’affido dei figli, il mantenimento e quant’altro. Così la signora ha seguito il solito copione. Che come accade nel 45% dei casi, però, non ha retto al dibattimento in aula: l’uomo è stato mandato assolto perché il fatto non sussiste. La donna cioè ha raccontato un sacco di balle. E se per caso l’uomo in questione legge questo blog, lo prego in ginocchio, se ce ne sono i termini, di contro-denunciare l’ex consorte per calunnia e simulazione di reato. Non dica “ma sì, chi se ne frega, chiudiamo tutto e andiamo avanti”. Per favore, amico: portala alla sbarra, andrai avanti dopo… In ogni caso, quello avvenuto a Benevento è ormai la norma: procedimenti fondati sul nulla, che però impegnano la Magistratura (risorse dello Stato, cioè nostre), distogliendola da questioni più importanti (ad esempio i veri reati), che impongono ai cittadini coinvolti spese legali folli, e procurano all’innocente ingiustamente coinvolto una sofferenza psicologica e sociale gigantesca. Perché, come sosteneva il famoso giurista Costantino Mortati, per una persona per bene il procedimento penale è esso stesso già una pena. Dunque in casi come questi un sistema funzionante dovrebbe a mio avviso massacrare il falso accusatore, con risarcimenti pesantissimi a favore della persona falsamente accusata, e penali economiche ugualmente pesanti a rifondere lo Stato per il connesso spreco di risorse.

s-l300Ma… e i giudici? – Premetto che non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma certe notizie non aiutano di certo ad avere fiducia nella giustizia e nei suoi rappresentanti, ossia i magistrati. Si consideri che un giudice di Cassazione, quelli che emettono sentenze in teoria di riferimento per tutta la giurisprudenza italiana, guadagna all’incirca 14 mila euro netti al mese. Ebbene c’è di che essere soddisfatti e tranquilli no? Eppure c’è chi non ritiene sufficiente un tale riconoscimento economico, e decide, insieme alla moglie poliziotta, di investire nella propria casa di vacanza trasformandola in un bordello. Di fronte a questa accusa, un magistrato cassazionista di Lecce ha patteggiato la pena, e il patteggiamento è una forma di ammissione. La domanda viene in automatico: sono questi i giudici chiamati a decidere dell’affidabilità o meno di un padre? Sono forse questi che, con colpa o dolo, tengono bordone alla mania misandrica e accusatrice dei centri antiviolenza o all’impulso al sequestro di minore dato dal business delle case-famiglia? Sono costoro che si fanno paladini in tribunale della tutela della figura femminile? Quella di Lecce è una storia a sé, speriamo. Perché se non lo fosse, potrebbe coerentemente rappresentare un tassello decisivo nella comprensione del mosaico infame che sta avvelenando la giustizia italiana, nel momento in cui si trattano questioni e conflitti di genere.

1523635320489.jpg--casalinghe_italiane_a_caccia_di_africani_per_far_sesso__padova__scandalo_a_luci_rosse__come_le_hanno_beccateThe big black bamboo – Era già capitato di doverne parlare in passato, e pare che il trend non si sia interrotto, anzi stia dilagando: attempate e allegre signore si fanno promotrici di una nuova integrazione occidentali-immigrati attraverso il sesso. Si tratta di un fenomeno molto più profondo e diffuso di quanto si creda. Da un lato, questo approccio immaturo votato alla soddisfazione di curiosità inconfessate (“vogliono il negrone come nei porno…”, “ma come ti permetti? Io non guardo i porno!”, “seeeeeh…”) è la cifra caratteristica delle innumerevoli donne che hanno fallito nella loro vita relazionale, e che ora cercano soddisfazione con soggetti più deboli e soprattutto più giovani (anche se ogni tanto qualcosa va storto…). Dall’altro, si tratta di un andazzo diffusissimo soprattutto, so per certo, nei vari centri di accoglienza, dove allegrissime operatrici di quelle coop che prendono fior di soldi dallo Stato per l’assistenza ai migranti, vengono stipendiate e si appropriano appena possibile, forse come premio di produzione, dei vari torroni al cioccolato a portata di mano (e non solo), venendo poi vezzosamente e pubblicamente ringraziate dai baldi giovani d’oltre Mediterraneo con nomignoli teneri e umilianti allo stesso tempo, come “nonna”, “mamma” e simili. Insomma si tratta di una prassi sempre più diffusa, a molti livelli, che spiega anche perché il femminazismo contemporaneo sia anche quasi sempre pro-immigrazione e non emetta suono quando qualche reato contro le donne viene commesso da un immigrato. Una recente riprova viene da Padova. I commercianti attorno alla stazione da tempo notano un viavai di MILF, donne dai 45 in su, che come al mercato vanno a scegliersi carne giovane e nera con cui sollazzarsi. In cambio: qualche spicciolo o una spesa al supermercato. In linea di principio non ci trovo nulla di male: nella prostituzione, chi offre servizi, offre del proprio, scegliendo liberamente. E questo, nella mia ottica, vale sia per le donne che per gli uomini. Non a caso il mercato del ragazzo negro attorno alla stazione di Padova pare che attiri anche qualche uomo. Qui però è diverso: lo sfruttamento della prostituzione viene fatto attraverso la fame, prendendo vantaggio da una condizione di estrema debolezza del prostituto, sia per la sua condizione di povertà, sia per la grande concorrenza. Ma soprattutto, cosa che i commercianti attorno alla stazione purtroppo non sono in grado di rilevare, non si sa quante di quelle moralissime signore si impegnino quotidianamente a dare una visione esterna di sé sempre molto dignitosa, frequentando teatri sociali (senza capirci un’acca), mobilitandosi contro la guerra in Siria, impegnandosi nel sociale, mostrandosi lettrici di libri socio-educativi (di cui non capiscono un’acca), recitando da madri modello. Non è dato sapere, inoltre, quante di queste utilizzatrici finali siano separate e mantenute dall’ex marito, e magari attiviste dei movimenti per i diritti delle donne impegnati a urlare ogni giorno quando sono schifosi e perversi gli uomini. Sarebbe davvero interessante saperlo.

MeToo-620x330Delirio #MeToo – Settimana scorsa riportavamo la ribellione dell’intellettuale spagnolo Vargas Llosa, che ha definito il movimento #MeToo e dintorni come “la nuova inquisizione”. L’ha fatto con generosità: l’inquisizione aveva alle spalle un solidissimo apparato organizzativo e un’ideologia di base (quella cristiana) consolidata da secoli. Il movimento #MeToo appare invece come un’accozzaglia di isterismi che colpiscono a casaccio secondo criteri mutevoli, legati in genere a interessi specifici, con ciò rendendosi dannoso per le donne stesse che vorrebbe difendere. E’ ciò che è accaduto in Svezia a Sara Danius, la prima donna a diventare il capo dell’esclusivo circolo dei lettori dell’Accademia che attribuisce i premi Nobel. E che finanziava il centro culturale di un fotografo, tale Jean-Claude Arnault, incidentalmente marito di una poetessa membro dell’Accademia. Qualche mese fa, 18 donne hanno accusato il fotografo di molestie, e sollevato un polverone contro l’Accademia, per non aver provveduto a punizioni esemplari (forse togliergli i finanziamenti per girarli a un’uguale organizzazione di donne?). A seguito di ciò, sono fioccate le dimissioni dall’Accademia, ultime proprio quelle di Sara Danius. La sua colpa? Ricostruiamo perché è complesso, come tutte le cose assurde: essere a capo di un circolo dell’Accademia di Svezia che finanziava un’organizzazione culturale in capo al marito di un’altra accademica che era finito accusato (chissà se con prove o meno) di molestie. La vedo solo io una follia totale, molto probabilmente interessata, in tutto questo? Tipo che l’hashtag #MeToo è in realtà un randello per togliere di mezzo gente e prenderne il posto o i fondi?

boldrini_arge-900x507#MeToo… col culo degli altri – Segnalo questo bellissimo articolo riguardante le due pasionarie nostrane, Asia Argento e Laura Boldrini, che si sono trovate d’amore e d’accordo (una faccia una razza) e insieme portano avanti l’opera demonizzante del maschio sul piano nazionale e internazionale. Intendiamoci: libertà di parola, anche se si tratta di falsificazioni e stupidaggini. Sta a chi ha argomenti sostanziali per smentirle fare lo sforzo di mostrare quanta malafede c’è in iniziative come quelle promosse dalle due fanciulle. In aggiunta a quanto di sacrosanto detto nell’articolo qui linkato sottolineerei come in particolare Boldrini si doti di una faccia tosta colossale nel tentare ancora di battere su temi che le hanno fatto guadagnare una trombatura elettorale di dimensioni abnormi. Un ex Presidente della Camera dovrebbe saper aggregare tali e tanti consensi da venire rieletto a occhi chiusi. Invece se non c’era il ripescaggio ora Boldrini forse sarebbe in un call-center a sbarcare il lunario. Ma più di questo conta l’approccio generale, un po’ tipico di certa spregevole gauche-caviar, come la chiamavano in Francia: ciucciare dalla mammella dello Stato e parassitare, pur non avendone alcun diritto. Liberi/e Uguali, il partito di Boldrini, com’è noto, ha mandato in Parlamento quattro gatti, un numero non sufficiente a costituire un gruppo parlamentare autonomo, e dunque ad acchiappare le spettanze economiche connesse. Invece di starsene, con dignità ed etica politica, e magari con un bel po’ di autocritica, LEU ha chiesto una deroga, prontamente concessa. E così i paladini della libertà e dell’uguaglianza, Boldrini in testa, si sono garantiti, senza averne alcun diritto politico né etico, tutti i finanziamenti e i vitalizi connessi. Così la pasionaria dal foulard copri-tette può andare tranquillamente negli USA, portandosi appresso quella maitresse à penser di Asia Argento, a raccontar palle sugli uomini e le donne italiani. Tanto paghiamo noi contribuenti. Appunto: #MeToo col culo degli altri

Il Corriere perde il pelo ma… – E’ ad un tempo bello e angosciante sapere che certe cose non cambiano mai. Sostengo nel mio libro che i media, tra le altre cose, sono interessati all’isteria femminocentrica perché è un utile veicolo verso inserzioni pubbliredazionali (pubblicità camuffate da articoli) indirizzati alle donne. Nel libro riporto alcuni studi internazionali che confermano questa strategia immorale, e anche diversi esempi dal Corriere della Sera. Di tanto in tanto visito il sito del Corrierone per vedere se ha cambiato impostazione. Ed è appunto bello e angosciante riscontrare che no, è sempre tutto come prima. Ed ecco dunque, homepage del quotidiano di qualche giorno fa, una bella notizia di stupro data con toni indignati posizionata a fianco di una notizia di moda, che notizia di certo non è, bensì una pubblicità alle marche indossate da quei due  profittevoli fenomeni da baraccone della Ferragni e Fedez.

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parità-tra-uomini-e-donneMemento – Oh, qualcuno si ricorda ancora del Patto per l’equità e la giustizia? Riassumo per chi non lo conoscesse: prima delle ultime elezioni proposi alla firma pubblica un patto (dei cui contenuti, è bene ricordarlo, non sono l’autore, pur condividendoli in toto). Chi lo firmava rinunciava al proprio voto “ideale” o di “appartenenza” per darlo al partito o movimento o coalizione, qualunque fosse, che avesse incluso nel proprio programma elettorale e si fosse fatto portatore di una modifica di alcune leggi “maschicide” e “patricide”. Si trattava di una revisione radicale della 54/2006 e di altre norme e procedure. L’idea era, attraverso una sottoscrizione pubblica, di porre la politica davanti a una massa critica di voti disponibili in cambio di un impegno formale e ufficiale per un’iniziativa semplicemente dovutaindispensabile. Ebbene, mi piace ricordare quell’iniziativa perché è vero che la sottoscrizione è chiusa, con un bottino misero di circa 700 firme, ma, prendete nota, non l’ho eliminata. E’ sempre lì, pronta a ripartire. Perché dico tutto questo? Be’, in tempi non sospetti, appunto prima delle elezioni, ho ventilato l’ipotesi che dalle elezioni non uscisse un risultato tale da garantire un governo al paese, e che dunque la possibilità di un ritorno alle urne fosse possibile. E’ passato più di un mese da quando si è votato e, magie del sistema parlamentare, ancora non si sa chi comanda. I due galli, Salvini e Di Maio, si beccano stupidamente, mentre attorno al pollaio si aggirano volpi di ogni tipo. Il Presidente della Repubblica non sa che pesci prendere. E ancora, dunque, torno a ipotizzare che, a meno che la situazione internazionale non trascenda davvero, o a meno che la lobby degli eletti non si adatti a sostenere qualunque governo pur di arrivare a metà legislatura (cioè alla pensione garantita), non è fuori dal mondo ipotizzare un ritorno alle urne in tempi medio-brevi. Chissà, magari in autunno. Avviso ai naviganti: se ciò accade, il Patto, debitamente adattato, tornerà aperto alla firma. Con lo stesso scopo di prima: prendere la politica per le palle, promettendo il nostro voto, in cambio di leggi sensate ed equilibrate. State in campana, quindi perché, nel caso, mi attendo una mobilitazione ben più ampia e decisiva.


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