La verità di Giuseppe – I tabù

AMORIMODERNI_31-465x352di G. A. – Cosa hanno in comune l’omicidio, l’incesto, lo stupro, la violenza su essere vivente più debole o inerme, la morte per fame di milioni di esseri viventi, la pedofilia, il suicidio? Ovvero fatti molto diversi tra loro, anche se tutti più che spiacevoli, orribili? Sono dei crimini contro la vita umana, dirà qualcuno. Giusto. Ma sono più che dei reati. In realtà violano qualcosa di più profondo. Violano dei tabù. Cosa è un tabù? Viene definito come una interdizione o un divieto sacrale, una forte proibizione relativa ad una certa area di comportamenti e consuetudini, dichiarata “sacra e proibita”. Infrangere un tabù è considerata cosa ripugnante e degna di biasimo da parte della comunità. Infatti la prima emozione, all’infrangersi di un tabù, è un senso di disgusto, una forte repulsione, una emozione violenta che suscita un moto di ribellione. Al contrario delle emozioni positive, ampiamente sfruttate dalla pubblicità commerciale.

Non tutti i fatti dissacranti sopra elencati, suscitano emozione allo stesso livello o nella stessa direzione. Esempio, l’omicidio: se chi uccide non esercita tale esecrabile atto su un essere inerme, ma su qualcuno che attentava alla sua vita, o ingiustamente alla vita di altra vittima debole e indifesa, l’emozione non è più connotata da orrore, ma da soddisfazione. Quasi si gioisce o si esulta al verificarsi della legittima difesa. Se a suicidarsi non è un poveraccio afflitto da mali incurabili, ma un despota criminale che ha causato la morte di migliaia o milioni di vite, c’è da presumere che la notizia venga accolta da grida di giubilo. Ovvero non tutti i tabù sono sacri allo stesso modo. E la morte di un milione di bambini per fame, ormai suscita il nulla, ovvero la quasi indifferenza dinanzi ai messaggi di richiesta di un obolo individuale per combatterla. Mentre con un missile terra aria si consumano più risorse di quante ne abbiano bisogno 500 o più di quei fanciulli in un anno. L’incesto poi ha trovato spesso indegna ospitalità nelle narrazioni storiche o letterarie, anche nell’epica classica, cui si fa riferimento nella definizione del noto “complesso di Edipo”. Tanto si rammenta per sottolineare come le emozioni siano a volte capricciose, e governate, e governabili, infine, con metodi potenti, secondo le circostanze in cui viene inserita l’infrazione del tabù. C’è un tabu però in particolare che difficilmente, quando infranto, ha potuto trovare circostanze attenuanti o di indifferenza. Lo stupro.

trasferimentoE’ infatti un crimine del tutto ingiustificabile, che suscita ribrezzo, e ci sarà un motivo se neanche nel mondo animale è facile trovare un comportamento che infrange la regola della selezione da parte della femmina di un maschio cui mostrarsi accondiscendente all’accoppiamento. Si parla ovviamente del mondo animale, mentre tra gli esseri umani il meccanismo di selezione risponde a regole molto più complesse, e con profonde radici nell’essere socialmente accettabile che ognuno di noi si sforza di rappresentare ai propri sensi e a quelli della comunità.

Adesso si comprende facilmente come la possibilità, sfruttando i tabù, di suscitare forti emozioni sia stato sempre sfruttata da ogni forma artistica per manipolare, in bene o in male, i comportamenti e le reazioni di un pubblico sempre più vasto da orientare a vere e proprie adesioni di massa ad un comportamento. È interessante tuttavia notare che la manipolazione delle emozioni non sempre provoca rigetto e allontanamento dalla fonte delle stesse. Come ben si sa, dalle prime forme espressive nate per coinvolgere un pubblico, dal teatro al più moderno cinema, alla televisione ed infine a internet con il suo potere di penetrazione in ogni abitazione, non sempre le reazioni a un tabù infranto sono di repulsione, ma spesso acquisiscono un fascino morboso, un’attrattività che si cela dietro i commenti improntati al disgusto. Quanti ricordano certe battute all’uscita di un film? “E’ stato bellissimo, ho pianto tanto…!”. Oppure, “Che potenza, hai visto come hanno annientato quelli dell’altra parte? Mai visto tanto sangue.”. Ed ancora: “Cavolo che sporcaccioni, hai visto cosa combinavano mentre facevano sesso…?”. Il tutto con qualche risatella divertita. E fin qui è chiaro. Come è stato chiaro da subito agli inventori di quella fantastica macchina generatrice di emozioni e di sogni che è stata Hollywood. Che ha generato un vortice di denaro in tutto il mondo come forse nessun’altra attività umana.

Ma lo stupro no! Non esiste una forma artistica che abbia dedotto che infrangere il tabù dell’accoppiamento con la coercizione violenta tra esseri umani, deciso da chi detiene la forza fisica maggiore o una maggiore prepotenza morale, sia in qualche modo da lasciare impunito. Sicuramente qualche etologo o antropologo potrebbe spiegarcene le ragioni, ma è un fatto. È così. Le emozioni dinanzi alla violenza, vera violenza, sessuale, sono forti e intoccabili nella loro sacralità.

37679_2-266x300Mi viene in mente allora il primo “processo per stupro” trasmesso in TV, su un vero caso giudiziario per stupro, nel 1979. La trasmissione in tv del documentario fu sconvolgente per gli spettatori perché rendeva visibile come gli avvocati che difendevano gli accusati di stupro potevano essere altrettanto violenti nei confronti delle donne: inquisendo sui dettagli della violenza e sulla vita privata della parte lesa, puntavano a screditarne la credibilità e finivano per trasformarla in imputato. L’atteggiamento mentale che emergeva in aula era che una donna “di buoni costumi” non poteva essere violentata; che se c’era stata una violenza, questa doveva evidentemente essere stata provocata da un atteggiamento sconveniente da parte della donna; e fin qui niente di opinabile sulla antistoricità di tale atteggiamento. L’emozione fu forte, il documentario fu seguito da milioni di spettatori. Impossibile schierarsi dalla parte contraria al senso unico di tale emozione. Quel programma ha segnato un vero spartiacque sul modo di intendere la violenza sessuale, grazie all’allora avvocata Tina Lagostena Bassi, ma rimane indimostrato che in realtà non sempre si può parlare di stupro, ed evidente che forse un minimo di accertamento di prova si dovrebbe pure lasciare alla difesa degli imputati.

Certo è improponibile affermare che quando esiste dimostrazione di avvenuta violenza fisica o di ribellione, la vittima era consenziente. E non è affermabile che quando non c’è traccia di violenza sia da escludere comunque uno stupro. Non è detto che non sia avvenuto nulla di esecrabile. Forse no! Ma se fosse vero il contrario? Mi viene in mente un episodio narratomi da un legale. E’ a tutti noto il fascino esercitato dalle donne dell’est che si presentano nel nostro paese per accudire anziani e non, tanto da spesso convolare a giuste nozze od ottenere favolose prebende e testamenti contro ogni aspettativa. “Circonvenzione di incapace” è spesso il reato a loro contestato. Orbene, il mio amico legale mi narra che una donna assunta come collaborante denunciò, con l’appoggio del marito conterraneo, di violenza sessuale l’uomo per cui lavorava. Il processo accertò che la donna, dopo essersi consumata la violenza, si fece riaccompagnare a casa dal violentatore. E che giunta vicino casa, accortasi che il suo cellulare era rimasto sul luogo del reato, si fece riaccompagnare a prenderlo e poi di nuovo riportare presso l’abitazione dove viveva col marito. L’indomani, avendo rivelato forzatamente al marito l’avvenuto atto sessuale, scattò la denuncia. Un comportamento un po’ anomalo a seguito di una tale atto di violenza. Il presunto stupratore fu assolto in appello, e non mi è dato conoscere altri particolari, ma credo che la denuncia per la violenza sessuale lo abbia dissuaso per un bel po’ dall’abbandonarsi all’istinto senza ritegno.

tribunaleDal 1979 ad oggi si è fatta un bel po’ di strada. Nella definizione del crimine di violenza sessuale, quantomeno. Allargandone la portata ad ogni atto che sottintenda anche larvatamente una proposta di avvicinamento non del tutto ben accolta dal genere femminile. Difficile uscirne fuori. Da una definizione che tendeva a suscitare la repulsione per l’infrazione al tabù più sacro, si è giunti per un effetto di trascinamento a criminalizzare ogni atto definito improprio dalla parte lesa. E senza possibilità, ancora, di invocazione di prove a discolpa o di richiesta di attenuanti se violenza non sia provata. Mi sembra chiarito come ci si sia posti nella condizione, una volta utilizzato un tabù forse il più sacro per suscitare unanime ribrezzo e condanna, di rendere impossibile un giusto processo. Con buona pace della giustizia giudicante e uguale per tutti.

Ora, la denuncia per violenza sessuale accompagna spesso la fine di una relazione, anche durata anni. Non credo che ci sia qualcuno che non sappia che nella complessa dinamica di un rapporto affettivo, si cade nell’atto sessuale spesso saltando qualche passo nell’avvicinamento e nel corteggiamento. Qual è la sottile distinzione oggi che dovrebbe discriminare un rapporto consenziente da uno non consenziente? E mi riferisco al genere maschile forse leggermente più sensibile alle avance. Siamo certi che ogni rapporto sia stato voluto anche prima del primo sfioramento all’inguine della mano femminile?

donna_privilegiataUn fatto è certo. La denuncia dell’ex padre/marito/compagno accompagna sempre più le separazioni. Ogni denuncia riguarda la trasgressione di un tabù, mica da poco. Stupro, pedofilia, violenza su donne e bambini. Ogni denuncia diviene una formidabile arma di manipolazione dell’organo giudicante come della pubblica o meno opinione. Ogni denuncia orienta a impedire che la parte lesa divenga a sua volta accusata. Come purtroppo inevitabile se si concedesse una giusta efficace difesa legale. Con qualche rara eccezione. Il risultato è una pletora di uomini impauriti dalle separazioni, e una altrettanto multiforme platea di giudicanti e boia, certamente del sesso opposto, ma anche dello stesso genere, che disprezzano compiangono e al più consigliano di patteggiare la pena al malcapitato. “Che vuoi fare, devi ingoiare il boccone amaro! Si sa le donne sono protette, non puoi farci niente!” Ecco che su 4.000.000 di uomini separati 800.000 vengono ridotti al di sotto della soglia di povertà. Dati Caritas.

Questo non costituisce però scandalo, come il fatto che la stragrande maggioranza di essi sia costituita da dotati di livello di istruzione elementare o media, salariati di basso livello, e appartenenti al basso ceto impiegatizio. Da un lato è nota la faciloneria di chi giudica mettendo in gioco la vita del prossimo e non la propria, dall’altro lato è nota la capacità stoica del genere maschio per la negazione della sofferenza, se sorretta dall’orgoglio indomabile di non sentirsi escluso dalla sua missione di padre protettivo della prole. Qualcuno reagisce come può. Nel 2006 a Roma i «padri senza diritti» manifestarono in mutande. E c’è il padre di 50 anni accusato di abusi sulla figlia che solo dopo 60 giorni di carcere può vedere cancellata l’infamia e s’incatena davanti al Tribunale, il papà Batman che si arrampica sui palazzi e quello che minaccia di darsi fuoco in diretta tv. Ma se qualche volenteroso tenta di ergersi a guida di un coagulo di consensi atto ad agire politicamente e mediaticamente, un fuoco di sbarramento fratricida gli dà subito il benvenuto, adombrando la sempiterna infrazione del tabù. Le ex mogli madri dei propri figli non si attaccano. E le loro avvocate continuano imperterrite l’opera di sciacallaggio. Così, si procede, in nome della protezione di una famiglia dissolta, ad accettare qualunque sacrificio, incluse le condizioni capestro nell’assolvimento dell’obbligo di sostentamento, e persino una condanna ingiusta, pur di non far troppo rumore, e non emergere pubblicamente come coloro che hanno infranto il tabù del dimenticarsi di essere un padre, il padre capace di proteggere la sua progenie e la di lei madre, fino all’estremo sacrificio.

Rapporto-Caritas-2015-in-Italia-a-troppi-e-negato-il-diritto-al-cibo_articleimageE’ così forte tale istinto, che non solo si nega una qualunque violenza di verso opposto al senso ormai comune, ma rimane la condanna all’inferno purificatore anche verso chi, e in non pochi casi, viene portato, certamente come ultimo gesto di un criminale, ad uscire di scena tramite apocalittiche gesta inconsulte, dinanzi al fallimento della suddetta missione. Si parla di 900 padri suicidatisi negli ultimi dieci anni, Il 97% dei suicidi a seguito di separazioni sono di genere maschio. E 160 bambini coinvolti ed uccisi. Non stiamo parlando di maschicidi, come non vorremmo sentire parlare di femminicidi. Ma di tragedie immani. Che nascono dall’attacco, anche larvato, anche sospetto tale, ad un tabù. Siamo sicuri che la denuncia, morale o giudiziaria, dell’infrazione di un tabù sia sempre utilizzata a fin di bene? A voi il giudizio.

P.S.: con questa notizia di ieri, il conteggio infame incrementa di sei.


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