La famiglia liquida e il padre evaporato

fusaroDiego Fusaro è personaggio noto ai più per le sue frequenti presenze televisive. Si qualifica come filosofo ed è famoso per esprimersi in un italiano antico. Onestamente non l’ho mai apprezzato, sia per la mediaticità del suo personaggio, sia per la forzatura insita nel suo modo di esprimersi (non sei colto perché parli come Ludovico Ariosto, al massimo fai il colto), sia per il suo posizionamento marxista un po’ tanto fuori tempo. Uno strumento di intrattenimento, insomma, più che un pensatore. Tuttavia mi ha colpito molto una sua breve riflessione relativa ai noti fatti di bullismo avvenuti in una scuola di Lucca a danno di un professore.

Com’è nel suo stile, Fusaro esprime i concetti sublimandoli in principi molto generali, parlando di “Desiderio” che ha superato e schiacciato la “Legge” anche e soprattutto a causa della trasformazione della figura paterna, da sempre simbolo appunto della “Legge”, in qualcosa di inconsistente che, riprendendo lo psicanalista francese Jacques Lacan, viene definito “padre evaporato”. Un concetto suggestivo, che sicuramente si attaglia bene a molte realtà genitoriali odierne, dove il padre, nel giusto equilibrio fra l’essere temuto e l’essere amato dai figli, tende in modo naturale a preferire il lato affettivo, più facile e rassicurante.

steam on panNel concetto di Lacan, così come nelle osservazioni di Fusaro, però manca qualcosa. In natura, per far evaporare qualcosa occorre prima metterlo sul fuoco e portarlo a ebollizione. Chi e cosa ha operato in questo senso sulla figura paterna? A mio avviso si tratta del combinato disposto di più elementi. Il primo è sicuramente la diffusione di quella cultura edonistica e iper-consumistica che ha preso il posto delle ideologie, ed è dilagata sulle ali del World Wide Web. Senza più il freno, deteriore per altri aspetti ma pur sempre un freno, dei paradigmi ideologici di riferimento, è prevalso il mercato e la necessità del profitto che alimenta se stesso. Per riuscire in questa operazione, il sistema è passato sopra, come un rullo compressore, a tutto ciò che poteva rappresentare un limite alla pulsione al consumo. La prima a finire nel mirino è stata l’istituzione-famiglia.

Tradizionalmente essa è un’agenzia normativa e protettiva. Famiglia significa risparmio, oculatezza, trasmissione di regole, auto-tutela, alleanza di individui in un piccolo nucleo riservato, che tendenzialmente coopera con altri nuclei simili. Una rete di difesa che il sistema aveva bisogno di smembrare nelle sue componenti individuali. Operazione riuscita agganciando il versante emotivo ed empatico di essa, ovvero il lato femminile e quello infantile. I due depositari assoluti della fantasia, dell’emozionalità e dell’affettività più istintiva, donne e bambini, sono diventati il bersaglio, allo scopo di lasciare solo e desacralizzare il depositario prevalente della razionalità, l’Amministratore Delegato dell’istituzione-famiglia. Quel ruolo che oggi viene derubricato e disprezzato come “patriarcale”, e che è rimasto spiazzato sentendo provenire dai suoi complementari e alleati rivendicazioni di autonomia, libertà ed emancipazione declinati essenzialmente su principi di mero consumo.

imageCosì è stato acceso il fuoco sotto la pentola che conteneva l’istituzione-famiglia. Che poteva in quel momento indirizzarsi verso una modernizzazione utile e positiva, determinata dal mix tra la rinnovata figura femminile, arricchita dalle vittorie del primo femminismo, e la ugualmente rinnovata figura maschile, che in reazione a quelle vittorie aveva abbandonato volentieri il ruolo di mero produttore di reddito per reinterpretarsi come parte attiva del processo di evoluzione familiare, ovvero come padre. Un impasto promettente, che però il surriscaldamento attivato dal sistema post-ideologico ha finito per liquefare, come ha notato perfettamente il compianto sociologo Zygmunt Bauman.

Fatto questo, il resto è stata una discesa rapida. Il processo è stato arricchito (o meglio impoverito) da una riedizione estremista del primo movimento per i diritti delle donne, che è stato trasformato in un’accolita dedida alla richiesta e ottenimento di privilegi, sulla base di una pregressa oppressione che in realtà non è mai esistita, per lo meno per come viene descritta. Nel frattempo si è installato il turbo al motore del consumismo, ovvero la pubblicità, che da quel momento si è rivolta quasi esclusivamente, qualunque fosse il prodotto da reclamizzare, a donne e bambini. Il padre ha cercato di mantenere il proprio ruolo, ma verso chi indirizzava l’essere il rappresentante simbolico della “Legge”? Verso un’interlocutrice sempre più conflittuale e sempre meno collaborativa, preda dell’ansia di affermare una nuova emancipazione fatta di happy-hour con le amiche e shopping libero, senza dover rendere conto a quel nucleo di cui magari era stata prima promotrice, per motivi più di conformità alle tradizioni che per reale partecipazione. E verso una prole che sempre più tendeva a percepire l’affettività attraverso le cose che per essa venivano acquistate, provando un fastidio sempre più netto verso la trasmissione di valori e di norme che contrastavano con i desideri di pancia, indotti o meno che fossero.

Father and his daughtersLa figura paterna, a quel punto, si è trovata a cercare condivisione di regole e valori in uno stato di ribellione e anarchia permanente. E ha cominciato così a evaporare. In un contesto, quello familiare, fatto di cooperazione, negoziazione positiva basata sul sentimento, e in quel momento liquefatto, non ha trovato sensato fare il predicatore nel deserto, e non ha potuto far altro che adeguarsi, infantilizzandosi anch’esso, diventando per i figli l’amico, il compagno di giochi, il confidente. Tutto meno che una persona da cui prendere esempio, da temere, rispettare e amare (in quest’ordine). I padri evaporano nel momento in cui, per cercare di non restare fuori dal processo, accettano di farsi bambini, dando buon gioco alle compagne per dire, con più disprezzo che tenerezza: “io non ho un figlio, ne ho due”. Con ciò auto-legittimandosi come depositarie anche del ruolo paterno, nonostante la loro natura non le renda assolutamente inclini a esercitarlo.

Tanti altri elementi hanno contribuito a portare la famiglia in ebollizione, con l’effetto di far evaporare la figura paterna. Si pensi alla non applicazione delle leggi sull’affido condiviso e il mantenimento diretto. Da garante e rappresentante della “Legge”, il padre si è trovato sotto lo scacco di una minaccia permanente, quella di venire spogliato di tutto, dal lato affettivo prima ancora che economico. In aggiunta i media, alleati di ferro del sistema iper-consumistico odierno, hanno preso a raccontare l’uomo e il padre con dileggio talvolta, talaltra demonizzando l’intero genere a cui appartiene, glorificando e santificando invece il perno del sistema economico generale, la donna, specie se con bimbo al seguito. La cultura dominante si fa così portavoce della necessità di privilegi su privilegi per il lato femminile, schiacciando in svariati e ingiustificati sensi di colpa e inadeguatezza quel poco che restava della figura paterna. Infine, non irrilevante, la diffusione di una cultura dove la provenienza di istanze “dal basso” è per sua stessa natura superiore a qualunque norma regolativa, quand’anche essa non venga dall’alto, ma dal lato, come avviene nelle famiglie.

aaaaa-010-kxNE-U43470706224206rnB-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443Trascinata giù dal piedistallo la figura del padre, nel contesto normativo che da sempre era stata la famiglia, tutto il resto cade di conseguenza. Il professore a scuola, l’allenatore in palestra, l’educatore al centro estivo, e così via. Il giovane appartenente alla comunità umana non ha relazioni, ma compra-vende relazioni. Non è figlio, cittadino, persona, ma è anzitutto, quando non solo, consumatore. Come tale ha diritto di reclamare se il prodotto non piace. Può restituirlo, chiedere un cambio e, di fatto, come ogni cliente, ha sempre ragione. Si sente, ed effettivamente è, sovraccarico di diritti senza più nemmeno la percezione di cosa sia il dovere. Coerentemente a ciò si sono comportati i ragazzi di Lucca.

Checché ne dica Michele Serra, la ribellione irrazionale di quei giovani contro il professore proviene da tutto questo, non da categorie marxiane ormai inapplicabili. Gridando “inginocchiati!” all’insegnante, quel ragazzo balla selvaggiamente sul cadavere ormai putrefatto e disonorato della famiglia patriarcale. Non intesa come sistema dove il padre-padrone spadroneggia per violenze e soprusi, sempre che tale modello sia mai davvero esistito, ma quello dove esisteva un’agenzia normativa, la famiglia, con ruoli complementari insostituibili, atti insieme a insegnare l’esistenza e il rispetto delle regole, per mezzo dell’esempio, dell’autorevolezza e, quando necessario, dell’autorità. Un contesto in cui il ruolo paterno rappresentava il machiavellico equilibrio tra l’essere amato e l’essere temuto, valido come viatico per un’esistenza futura votata alla preservazione della comunità e non a un egoismo autoreferenziale votato al consumo e al godimento di beni fatui.

telemaco-e-mentoreMio nonno atterriva figli e nipoti con una sola occhiata. Mio padre serrando la mascella. Il mio compianto professore di italiano alle superiori semplicemente togliendosi gli occhiali, posandoli sulla cattedra e restando in silenzio di fronte alla classe. Tutte persone che ho temuto tanto profondamente quanto le ho amate, e tanto ampiamente quanto mi hanno insegnato a vivere. Oggi riguardo le immagini della scuola di Lucca e penso che, se quello era patriarcato, allora manca. Accidenti se manca.


P.S.1: chiedo a tutti i lettori, all’associazionismo, ai gruppi organizzati come ai singoli di tenere sotto monitoraggio l’evolversi della situazione a Pergine (TN) per la manifestazione pubblica di cui ho parlato qui. L’occasione è propizia, quanto forse non si riesce a immaginare, e per questo ci sono movimenti istituzionali per bloccare la parte di manifestazione dedicata agli uomini. Riterrei opportuno stare fermissimi finché non si hanno notizie chiare. Intervenire e fare pressione ora può far passare per aggressivi. Attendiamo di capire come vanno le cose e magari coordiniamoci per un’azione congiunta se davvero cercano di bloccare tutto. Nel frattempo riterrei cruciale che TUTTI coloro che hanno qualcosa da dire facessero il test preliminare a quella manifestazione.

P.S.2: siamo agli sgoccioli dei tentativi di formare un Governo in questo paese. Salvo situazioni straordinarie (o inciuci straordinari), l’esecutivo attuale verrà prorogato col compito di scrivere una legge elettorale decente, dopo di che si tornerà alle urne in autunno. Non appena ciò verrà deciso, il Patto per l’Equità e la Giustizia, debitamente revisionato, tornerà disponibile alla firma. Stavolta il tempo c’è. E dovrà essere una slavina.


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10 commenti

  1. Caro Patercerto.
    1- Il padre-padrone è esistito. Era figura di maggioranza o di minoranza? Di grande maggioranza o di infima minoranza? Opzione non di poco conto, anzi decisiva. Nel primo caso il ruolo del padre si identifica con quello del padrone, ergo è bene che sia stato eliminato dalla storia. Cioè: è bene che il padre sia stato cancellato, visto che non può essere altro che padrone (salvo casi “patologici” in cui esso era solo padre senza essere padrone, sorta di minoranza deviante dalla norma della prevaricazione canonica).
    Achtung! perché questa è la versione femminista costruita ad uno specifico scopo.
    2- Nel secondo caso assisteremmo invece oggi all’attribuzione alla massa (dei padri) dei caratteri di una minoranza. I Crimini di pochi per la liquidazione di tutti.
    Achtung! perché la generalizzazione (ex uno …omnes) è uno dei metodi della manipolazione politica. Uno degli strumenti della guerra antimale femminista.
    3- Patriarcato. Accettiamo la definizione corrente (=femminista) o ne diamo una noi?
    Viene liquidata oggi come “patriarcato” ogni condizione collettiva nella quale gli UU – e perciò i padri – avevano ed hanno valore e prestigio (la cui parola conta). La fine del patriarcato si avrà perciò solo quando gli UU ed i padri non avranno più alcun valore. Quando saranno oggetto capillare, quotidiano e massiccio di canzonatura, dileggio, oltraggio. Quando finalmente si potrà imporre loro di inginocchiarsi. Quella sarà la fine del patriarcato. L’era dell’equità, della giustizia, del rispetto e – persino – dell’amore.
    Ci siamo.
    .
    Quanto a Fusaro… ne parleremo.

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  2. *Chi e cosa ha operato in questo senso sulla figura paterna?*

    Per me la risposta è molto semplice: il femminismo in genere, ma molto più specificatamente, la strategia neofemminista del dopo ’68.

    Ps.
    detto con molto rispetto per le idee di tutti, ritengo Diego Fusaro l’unico pensatore-filosofo dei nostri tempi che valga la pena ascoltare, a prescindere da come si esprime.

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  3. Volevo segnalare un illuminante articolo su repubblica, che essendo estraneo alla questione violenza mostra chiaramente quanto sia ferreo e incistito il bias che vede le donne come discriminate.

    L’articolo a firma di Rosita Rojtano meriterebbe di figurare nella pagina facebook “ah ma non Lercio”.

    http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2018/04/24/news/_i_social_network_discriminano_le_donne_meno_like_su_instagram_ai_profili_rosa-194681021/?ref=RHPPRT-BS-I0-C4-P1-S1.4-T1

    Una cosa del genere non merita neppure la dignità di un debunking serio. Dire che le donne sono discriminate nei “like” su Instagram è già di per se una scemenza… ma vedere che la discriminazione lamentata è del 52% contro il 48% (che statisticamente equivale al nulla cosmico) è sufficiente per bollare l’intero articolo come spazzatura.
    Scommetto che se la percentuale di like dati alle donne ad essere a quota non dico 52, ma addirittura 60 o 70% avrebbero parlato di grande vittoria delle donne e di “donne che sanno farsi apprezzare”.

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  4. Punto assolutamente centrato. Mi stavo chiedendo però perchè in un paio di punti hai messo in dubbio l’esistenza dei “padre-padrone che spadroneggiavano per violenze e soprusi”. Di certo l’errore tragico è che oggigiorno le femministe 2.0 associno quel tipo di figura in generale all’idea stessa di famiglia, al fare di tutt’erba un fascio, ma che non esistessero quel tipo di figure purtroppo è azzardato da dire. Erano derive, magari non la norma, ma c’erano. Miseria se c’erano.

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    1. Non ne nego l’esistenza allora, così come non nego che possano esisterne oggi ma, come dici tu, in termini di derive eccezionali. Di fatto mi premeva di più sottolineare che, anche in quei casi, ad eccezione naturalmente di quelli puramente criminali o psichiatrici, raramente si trattava di quelle figure terrificanti e opprimenti che oggi vengono descritte dal femminismo. A seconda del ceto e del censo (qui sì che Serra avrebbe ragione), si trattava in ogni caso di una forma associativa di mutua collaborazione, solo a regime particolarmente severo di cooperativa, dove l’Amministratore Delegato, nel garantire la sopravvivenza della cooperativa stessa, si assumeva responsabilità quasi totali, esigendo una centralità altrettanto totale. Era un equilibrio arduo, ma accettato da tutte le componenti, e commisurato al peso delle responsabilità di ognuno.
      Insomma, in quei casi limite sicuramente le donne di casa non venivano coccolate o corteggiate, tanto meno godevano delle libertà anarchiche di oggi, ma in cambio di ciò veniva loro garantita la partecipazione a un equilibro che dava loro protezione e benessere.
      E’ tutto molto più relativo di quanto non si racconti…

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      1. “Mio nonno atterriva figli e nipoti con una sola occhiata. Mio padre serrando la mascella. Il mio compianto professore di italiano alle superiori semplicemente togliendosi gli occhiali, posandoli sulla cattedra e restando in silenzio di fronte alla classe. Tutte persone che ho temuto tanto profondamente quanto le ho amate, e tanto ampiamente quanto mi hanno insegnato a vivere. Oggi riguardo le immagini della scuola di Lucca e penso che, se quello era patriarcato, allora manca. Accidenti se manca” – Parole toccanti ! Mi permette di leggerle alla mia classe terza media ? Penso che i ragazzi non riescono a dare una spiegazione al loro disaggio e vanno aiutati appunto da noi, grazie

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      2. Ecco la grande moderna eresia…: “equilibrio”.
        Oggi sostituita dal fantomatico concetto di “parità”.
        Eppure questo mondo non s’è mai basato (a cominciare dalla natura) sulla parità.
        Ma proprio sull’equilibrio.
        Il quale se viene perturbato oltre misura, determina il più che probabile collasso d’ogni sistema.
        Ma in effetti è proprio quello che si vuole.
        Un collasso pilotato.
        Le cui conseguenze (questa la tragedia) sono ancora tutte da comprendere…

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      3. Mia madre, femminista della prima ondata, guarda con stupore e tristezza le femministe 2.0. Si è partiti con una sacrosanta rivendicazione di uguaglianza di diritti e doveri, di uguaglianza davanti alla legge, per farla breve di uguaglianza come cittadini davanti allo stato e si è finiti a mettere in discussione le naturali differenze persino a livello biologico in nome di una totalmente inesistente e triste speranza che maschi e femmine diventino UGUALI in tutto e per tutto, confondendo forme e contenuti, semiotica e semantica. Le femmine che erano forti quando psicologicamente/interiormente/sentimentalmente equilibrate ora sono definite forti quando competono col maschio sul campo fisico (sono forti quando esercitano violenza fisica sul maschio, il ceffone, il calcio nelle palle che tanto fa ridere tutti, adesso nei film persino pugni e mosse di kung fu a livelli supereroistici), il maschio che era bello quando era affascinante/intelligente/carismatico ora è bello se si depila e si fa le sopracciglia ad ali di gabbiano. Se non fosse che anche i maschi ci stanno cascando con tutte le scarpe, l’avrei semplicemente chiamata “invidia del pene”.

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