Persecutori d’amore (una storia vera)

vigilessa– Di mestiere faccio la vigilessa. Sì, esatto, una di quelle che si notano quando sono fasciate dall’uniforme, corrucciate in viso per intimorire gli automobilisti, che alla fine più che darsi una regolata rischiano il tamponamento per guardarmi le gambe e il sedere. Non è semplice essere carine e fare questo mestiere. Pochi ti prendono sul serio, a meno che non prendi la penna e il taccuino delle contravvenzioni. A quel punto sono tutti agnellini. Per il resto è un continuo squadrarmi, di solito di nascosto. Una roba a cui sono abituata, che mi lusinga, da un lato, e dall’altro all’inizio un po’ disturbava l’adempimento del mio dovere. Poi mi ci sono abituata. Cuore in pace e faccio il mio lavoro serenamente. Alla fine, sarebbe peggio se nessuno mi guardasse del tutto…

Per molto tempo ho temuto che qualche brutta situazione si sarebbe prima o poi creata con qualche automobilista. Gira di tutto nel traffico della città. Mariti che ti denudano con gli occhi mentre la moglie è al fianco al cellulare, vecchi un po’ viscidi, gruppetti di extracomunitari e, sì, anche donne che mi guardano con odio. Qualcuna anche con ammirazione, ma soprattutto con odio. Ce ne sono persone disturbate in giro… Quando sono alla guida poi è ancora peggio. Hanno tutti un’arma in mano e lo sanno, si sentono onnipotenti. Insomma che più volte ho temuto qualche aggressione, qualche molestia durante i miei giri di controllo sui divieti di sosta. Mai mi sarei aspettata, sinceramente, che invece il pericolo sarebbe venuto da altrove.

proiettiAlla centrale c’era questo uomo, vigile anche lui, più vecchio di me di cinque anni. Insopportabile, come più o meno sono sempre i superiori. E anche lui non mancava di fare battute, battutine, di allungare le mani. Niente di invasivo, per carità, ma mi stava così tanto antipatico che non sopportavo nemmeno le sue pacche sulle spalle. Mi guardavo intorno circospetta durante i turni in strada, per paura dei malintenzionati. In realtà avrei dovuto guardarmi da ciò che avevo accanto, da un collega. Sì perché a un certo momento, non so cosa gli sia scattato in testa, ha cominciato a oscillare nei suoi comportamenti: mi trattava male, mi dava turni terrificanti, e il giorno dopo era tutto una dolcezza, complimenti, caffè offerto e occhi languidi. Mi preoccupava. E ne avevo motivo.

Lo capii quando un giorno organizzò tutto per farci essere assieme durante un turno di pattuglia in auto. Cominciò a girare fuori città, in zone che in genere non sono soggette a controlli. E soprattutto cominciò a fare discorsi strani, personali. Mi chiese se ero single (lo ero), e raccontò di sé. Anche lui lo era, divorziato per la precisione. Poi ha fermato l’auto in un parcheggio deserto e ha spento l’auto, fissandomi in un modo che mi ha messa a disagio. “Mi piaci. Molto”, mi ha detto. La voce era calma, quasi dolce, ma avevo sentito pizzicarmi dentro un senso di pericolo. Troppo mutevole quell’uomo nei suoi comportamenti, troppo instabile, cosa aveva nella testa? Gli risposi, nervosissima, che in quella fase preferivo stare da sola, volevo concentrarmi sul lavoro e su me stessa. Mi aspettavo una reazione violenta, non so perché. Ma non ci fu. “Peccato”, disse semplicemente, rimettendo poi in moto e tornando in centro.

stalking-telefonoPensavo che sarebbe finita lì. Per un paio di giorni non lo incrociai più al lavoro, e questo mi tranquillizzò. Al terzo giorno, di sera, guardavo il mio reality preferito in TV, con un bicchiere di vino, i calzettoni di lana e il gatto in grembo. Mi squilla il cellulare. E’ un messaggio, un suo messaggio. “Mi piaci veramente molto. Credo di essere innamorato di te”. Mi infastidì. Non aveva forse capito o faceva finta? Non gli risposi. Due minuti dopo arrivò un suo altro messaggio, ugualmente melenso, e ancora non risposi. Insomma che trascorsi quella sera a leggere i suoi deliri amorosi, senza sapere cosa fare. Vedeva che li leggevo e anche se non rispondevo continuava, continuava. Nervosissima spensi il cellulare e andai a dormire, piena d’ansia e con la mente confusa. Come comportarsi al lavoro, adesso? Sai che imbarazzo? Come fare?

La mattina dopo mi svegliai con un lampo di speranza: era ubriaco. Non poteva essere che così. A volte agli uomini capita. Il cellulare, una volta acceso, mi smentì. Aveva continuato a messaggiare praticamente tutta la notte. Aveva smesso alle tre. E più la sua notte avanzava più passava il segno. Da un certo momento in poi non erano più solo messaggi d’amore, ma di erotismo, spinto talvolta anche oltre i limiti della pornografia. Mi avrebbe fatto questo e quello, avrebbe voluto che io gli facessi questo e quest’altro. Stanco, probabilmente scarico dopo essersi masturbato (il pensiero mi schifò tantissimo…), mi dava la buona notte, chiamandomi “amore”. L’ultimo messaggio era di un quarto d’ora prima. Mi dava il buon giorno, usando lo stesso nomignolo. In tutto questo io non gli avevo mandato una risposta, mai. Avevo deciso di affrontarlo di persona.

uomini-e-donneCosì feci, quella mattina stessa, tremando di tensione e paura. Non avevo idea di come avrebbe potuto reagire. E’ un uomo grande, con un fisico da paura, potrebbe stritolarmi in tre secondi. Ci incontrammo in un corridoio e per assurdo fui io ad abbassare lo sguardo, mentre lui mi fissava intensamente. “Nemmeno una risposta…”, mi disse. “A me non piacciono questi giochi via messaggio… e poi siamo colleghi… e poi ti ho già detto che non mi va, smettila di insistere per favore, mi metti ansia”, gli dissi in un fiato. Rise. Disse di non aver mai sentito che i messaggi d’amore generassero ansia. Gli feci notare che molti di quelli notturni non erano poi così tanto romantici. “Lo dici tu, cara”, mi rispose con una faccia tosta. “Il sesso esiste solo se è romantico, solo se c’è amore. Sono troppo vecchio per non viverlo in questo modo. E in questo modo l’ho immaginato con te”. Lo immaginai ancora a masturbarsi e mi girò la testa, forse per il disgusto, forse per l’assurdità della situazione.

Le mie parole non bastarono. Continuò a messaggiarmi e a metterci in turno assieme appena poteva. Non esagerò mai con i gesti, mai molestie fisiche o approcci violenti. Solo una volta cercò di baciarmi. Mi voltai di scatto e il suo bacio cadde sulla mia tempia. Avrei forse anche dovuto schiaffeggiarlo, ma non me la sentii. Quell’audacia mi aveva fatta sentire desiderata, non potevo negarlo. Ma l’invasione del mio spazio fisico comunque mi aveva disturbata. Andammo avanti così per un mese. Iniziai a dormire male, a perdere appetito, a camminare circospetta sempre quando ero da sola. Non era più vita. “Basta, davvero basta…”, gli dissi alla fine. “Mi stai facendo stare male. Mi sento una infame a dirtelo, ma vedo che le mie parole non bastano… insomma… se non la smetti ti denuncio”. Mi aveva risposto con un sorrisino sarcastico, sicuro di sé. Era certo che non l’avrei mai fatto. Invece l’ho fatto.

– E adesso vorrebbe tornare sui suoi passi signora? Ho capito bene?

– Ha capito bene, Signor Giudice.

– Ma lo sa che ormai le cose sono andate troppo oltre. Ormai si è agito d’ufficio, la querela non si può più rimettere quando si tratta di atti persecutori…

– Lo so, lo so…

– E se ritratta i contenuti della sua denuncia, io devo, ripeto devo incriminarla per calunnia. C’è obbligo di azione penale in Italia, lo sa.

– Sì lo so, ma le cose sono cambiate, Signor Giudice. Molto. Non ho mentito quando l’ho denunciato. Ero in ansia ed ero impaurita dal suo comportamento. Ma poi…

– Ma poi?

– Ma poi ci siamo innamorati. Ora viviamo assieme.

– Può ripetere, scusi? Non pianga per favore… Signor Pubblico Ministero…

Confermo, Signor Giudice. La parte lesa e l’imputato hanno stretto una relazione amorosa stabile due mesi dopo il deposito della denuncia per atti persecutori. Ma a quel punto la pratica era già diventata esecutiva, i messaggi inviati dall’imputato erano tantissimi… Attualmente parte lesa e imputato convivono more uxorio. A quanto mi è stato detto dall’imputato in fase di interrogatorio, progettano di sposarsi in autunno.

– Sono attonito… E ora che si fa, Signor Pubblico Ministero?

Per parte mia chiedo una condanna a due anni di reclusione per l’imputato, con sospensione condizionale della pena.

– Nooo, vi prego!

– Signora, stia calma per favore! Non è grave, in fondo. Con la condizionale può presenziare al matrimonio…


sassariTutto questo è una storia vera? Sì, assolutamente: è accaduto a Sassari di recente. Non con tutto il contorno narrativo che ci ho messo io. Scusatemi per questo, ma quando ho letto la notizia, dopo aver riso per mezz’ora, è stato più forte di me, e ci ho ricamato sopra tutto quello che potevo. Non c’è nulla di vero  (credo) nel mio racconto, salvo l’ossatura essenziale, come potete leggerla nell’articolo qui linkato. Ho voluto riportarla così per cercare di fare ciò che il trafiletto de La Nuova Sardegna non riesce (e non può) fare: rappresentare e trasmettere da un lato tutta l’assurdità di una legge, quella contro lo stalking, che è una pura e semplice anomalia giuridica; dall’altro, gli effetti aberranti al limite del grottesco del suo uso scriteriato e sregolato, che innesca meccanismi volutamente e giustamente non umani ma puramente procedurali. Come nelle favole antiche, anche questa storia vera, che la mia ricostruzione sia verosimile o meno, ha la sua morale: non si gioca con le carte bollate, senza veri motivi, sulla pelle degli altri.

Sinceri auguri per un felice e fecondo matrimonio ai due vigili di Sassari.


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7 commenti

  1. Non mi piace commentare i giornali perchè spesso non veritieri o comunque sicuramente non completi nelle loro ricostruzioni. Voglio però fare un discorso teorico (solo teorico visto che per farlo pratico dovrei vedere le carte processuali). Visto che il codice di procedura penale dice che le prove si acquisiscono definitivamente in dibattimento (l’ha detto Davigo in TV pochi giorni fa), non capisco perchè le nuove prove non possano cambiare il reato (se c’è) in qualcosa come la molestia, visto che appare chiaro che la persona offesa non era nè spaventata, nè particolarmente ansiosa rispetto al suo stalker tanto da iniziare una relazione con lui. Ma se c’è veramente l’obbligatorietà dell’azione penale perchè la donna, visto che per denunciare ha evidentemente esagerato la sua avversione nei confronti dello stalker (una persona veramente in panico per uno stalker col cavolo che se ne innamora), non è stata rimandata a gudizio per calunnia? Infatti il reato di calunnia avviene anche quando il fatto, oggetto della falsa incolpazione, è diverso e più grave di quello effettivamente commesso dal soggetto incolpato (Cassazione 9874/2016),
    PS non sono un avvocato ma essendo come cittadino tenuto a conoscere la legge ed essendo questo un reato soggettivo e non oggettivo (quindi interpretato dalla persona offesa), la mia interpretazione ha valore come quella di una qualsiasi altra persona compresi gli avvocati (restando che l’ultima interpretazione la dà il giudice)

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  2. Partendo dal tuo racconto , desumo che una sorta di compiacimento nella donna possa esserci stata . e che non sapesse bene come fare . In verità credo che il problema sia sempre che le persone non sanno bene quello che vogliono e si affidano alla legge per farsi forti di un loro diritto che non corrisponde in verità a nessuna parte lesa . In se’ il comportamento dell’uomo che non “sente ” cio’ che la donna gli dice ma crede di sapere cosa lei voglia è fondante di ogni violenza relazionale.

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    1. La tua conclusione è una delle cazzate più grandi che abbia mai sentito. Precisando che la mia è una ricostruzione di pura fantasia, se noti, il “non sentire” dell’uomo è fondante non della violenza, ma di una storia d’amore. Piuttosto, il non avere le idee chiare su se stessa, sul mondo, su ciò che veramente vuole lei, quello sì che è fondante di ogni violenza relazionale, ivi incluse le false accuse o le denunce fatte a cazzo di cane.

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      1. La storia d’amore è successa dopo. In se’ l’atto è violento ed ogni cosa nata sulla base di un ‘assenza di scelta lo è . La responsabilità è di entrambi. Felicità per entrambi. Viviamo di illusioni, d’altronde. Sulle denunce fatte a cazzo di cane sono d’accordo. Ma se si parla di violenza occorre sapere dove essa risiede . Saluti.

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        1. Io credo invece che la storia d’amore fosse già in atto, lui lo sapesse bene, come sempre accade, lei non sapeva nemmeno di stare al mondo. Andare a convivere con il proprio “stalker” dopo averlo denunciato è grossa. Solo una donna può riuscire ad arrivare a tanto. Mentalmente confuse, interiormente irrisolte e tormentate, restano spiazzate da chi sa cosa vuole (e cosa vogliono loro). L’origine della violenza (che qui per altro non c’è stata) è in quel marasma di incoerente negazione/affermazione di sé stesse. È il caos a generare deviazione, non l’ordine. Che l’uomo corteggi la donna che ama, fa parte dell’ordine. Quello che si vuole sovvertire.

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  3. Ah ah ah, propriu i ra mé ziddai :))) .
    Me li immagino fermi ai parcheggi di San Camillo o nella zona dell’ex alberghiero. Chissà se è successo davvero così.

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