La verità di Giuseppe – Europa, violenza di genere, famiglia e post-femminismo

elezioni-votodi G.A. – Mentre ci godiamo il teatrino dei veti, peti, sberleffi all’arsenico e vecchi merletti tra coloro che dovrebbero governare questo paese sulla base di un programma, dovrebbe essere costume e dovere di una classe politica inviata al governo dagli elettori prestare la massima attenzione agli indicatori sociali più significativi del benessere o del malessere della popolazione di un paese. E agire di conseguenza. Sembra, questa, una considerazione scontata, ma non lo è quando ogni tornata elettorale vede il risultato surrettizio di una propaganda pubblicitaria sempre più simile all’acquisto di un prodotto di consumo. Si cambia per non cambiare, e le leggi del mercato governano su forse sempre meno coscienti decisioni informate di un elettorato sempre più astensionista.  Quando gli accordi trasversali avranno ridistribuito il potere tra le forze politiche che si propongono come future guide e governo di questo paese, e quando esse si porranno a varare leggi per il governo degli emergenti fenomeni di insofferenza economica e sociale, si dovrebbe abbandonare la miope propaganda che spaccia la deregulation sugli antichi valori per moderne concessione di libertà progressiste, nascondendo la desolante realtà dei dati di fatto.

A cominciare da quei fenomeni che mettono a repentaglio diritti fondamentali quali la vita, la crescita di nuove generazioni, il loro inserimento come giovani risorse preparate, la difesa delle categorie più deboli e diseredate, con l’elaborazione per esse di vere opportunità, l’accompagnamento pacifico e con la migliore assistenza, infine, delle classi di anziani che la vita l’hanno già vissuta, in bene o in male, ma che tanto possono suggerire e consigliare, col loro bagaglio di esperienza storica ed umana, alle giovani leve, all’interno o fuori del loro obsoleto nucleo familiare.

Detto questo, dovremmo porre sotto controllo le derive propagandistiche di un potere abituato ad elargire e cavalcare le emozioni di massa per autosostenersi, e dovremmo dare uno sguardo a quei paesi che, un gradino più avanti a noi per motivi economici e nel progresso tecnologico, mostrano già quale sia il cammino irresponsabile del nostro, mentre arranca sulla scia illuminata del loro modello distruttivo del ruolo della famiglia.

OFF_QUOTE_ROSANessuna guida, pur eletta, è scevra da tentativi di fuga verso le vie più consone all’esercizio del potere puro, come il governare cavalcando acriticamente ogni impulso sociale emotivamente utilizzabile ai fini di una deriva propagandistica esplosiva che nulla ha a che vedere con la ricerca di una soluzione dei problemi di massa e di una vita migliore dell’individuo. Come l’attuale guerra santa contro il femminicidio propagandato falsamente come emergenza sociale, come la battaglia per una malintesa parità di genere e il ridimensionamento della figura maschile paterna, portata avanti da inviperite uterocentriche alla guida della riscossa universale della donna. Col placet della presente generazione politica e dei media fuorvianti ed ad essa asserviti.

Passando al concreto, esistono, a mio giudizio, degli indicatori che dovrebbero seriamente essere presi come altamente rappresentativi, e sui quali occorre riflettere per confermare poi il nostro giudizio sulla giustezza o meno degli orientamenti che si intendono imporre all’evoluzione sociale, per il raggiungimento di determinati obiettivi.

310px-European_Union_as_a_single_entity.svgEsistono al riguardo serie ricerche, non solo sui parametri economici fondamentali, che pongono l’Italia al primo posto tra i paesi che suscitano preoccupazione, ma anche sul consumo degli antidepressivi, sulle abitudini di vita più o meno improntate alla solitudine, sulle tendenze al suicidio, così come sulle tendenze autolesioniste e suicide dei minori, sui crimini contro la persona, sulla violenza che permea la società, e, dulcis in fundo, sulle meravigliose sorti e progressive della raggiunta parità di genere nel ruolo sociale, intesa solo come eguaglianza di ruolo nella rappresentanza economica e politica, per la sconfitta della, intesa tale, violenza sulle donne, e per la lotta ai “femminicidi”.

Per fermarci all’Europa, ma il metodo è estensibile, analizziamo cosa sta avvenendo nei principali paesi, in tema di tali indicatori, per rivelare una sconcertante realtà sulla finta battaglia contro la violenza sulle donne.

Il paese al comando della classifica della raggiunta parità di genere, in termini di possibilità economiche, rappresentatività nel lavoro a tutti i livelli, ecc. utilizzando i dati forniti dall’European Institute for Gender Equality,  fino al 2015, sembra essere la Svezia, con un ottimo 82%. Seguono la Danimarca col 76%, la Finlandia e l’Olanda col 73%, l’Inghilterra e la Francia col 72%, il Belgio col 70%. La Spagna raggiunge un buon 68% e la Germania il 65%. L’Italia si ferma al 62%, e Grecia e Portogallo al 56%. Bene, e qui è la conferma che i paesi nordici sembrano essere, oltre che un passo avanti nello sviluppo economico, anche il punto d’arrivo delle femministissime battaglie in favore delle donne, incluse quelle sull’antiviolenza di genere. O no?

17358953_1274205392633726_6344692609486259836_oVediamo infatti i dati delle statistiche sui tassi di violenza sulle donne, con tutte le loro limitazioni e banalizzazioni: Svezia: 30%; Finlandia e Danimarca 32,5%, Inghilterra e Francia 29%, Belgio 44,2%, Germania 27%, Italia 26,8%, Spagna 25,2%, Grecia e Portogallo 27,4% e 24,5%. Tombola! Più o meno la stessa classifica del raggiungimento della parità di genere! Che dunque non ha annullato, ma incrementato le violenze di genere.

Ora, occorre riflettere sul significato di tale indicatore composito utilizzato. Esso rappresenta una summa delle medie di varie categorie di violenza, e ne rappresenta una media. Ma se guardiamo, ad esempio, la violenza sessuale, abbiamo la presente rispettabile classifica: Svezia 46% di donne che hanno subito violenza fisica o sessuale dall’età di 15 anni; Danimarca 52%, Finlandia 46,7%, Belgio 35,6% di cui 73% con gravi conseguenze sulla salute, Inghilterra e Francia, 44%, Germania 35%, Italia 27%, Spagna 22%, Portogallo e Grecia 24 %.

Per incredibile che possa sembrare, i dati più difficili da ricercare sono proprio quelli dei “femminicidi” puri, quasi fossero stati censurati, per meglio sparale grosse. Ma da uno sguardo ai vari articoli della stampa e alle statistiche, si conferma che a fronte di un 1,2% (1,2 casi ogni 100.000 donne) della Svezia, e percentuali al top di Finlandia, Belgio, e Danimarca, con un rispettabile 0,6% in Germania, per contro abbiamo le percentuali più basse in Italia, 0,37%, Grecia, Portogallo e Spagna inferiori a 0,3%.

cq5dam.web.738.462E’ un bollettino rovinoso. Nei paesi ove la battaglia di genere è andata più avanti raggiungendo quasi il successo pieno, la violenza sulle donne è doppia e anche quadrupla rispetto ai paesi mediterranei, più tardivi e forse a maggiore influenza storica del sud del mondo, nella resistenza del ruolo basilare assegnato alla famiglia tradizionale. Appare prepotente la falsità del mito costruito con la propaganda alla liberazione della donna come raggiungimento di un individuale potere sociale ed economico, la conseguente distruzione dei ruoli tipici della famiglia, sostituita da atipici rapporti estemporanei estranei ad essa, e la maggiore violenza di genere e sul genere. Stiamo correndo verso il baratro. E le donne avanti a tutti, a milioni, mentre la battaglia mediatica presenta tutti i calciatori di serie A sui campi di calcio con la vernice rossa in faccia contro la violenza sulle donne, dichiarata prima emergenza sociale. E’ un vero e proprio imbroglio di massa, allora. Non è abbastanza chiaro?

Eppure, se qualcuno ancora chiedesse: quali sono i paesi più felici del mondo, dove le battaglie civili sono vinte da tempo? Scommetto che tutti risponderebbero: Finlandia, Svezia, Danimarca, Olanda, Belgio, i classici paesi del nord Europa. E quali sono i paesi ove la donna ha conquistato più diritti? Citiamo il caso del 51% per cento di parlamentari donne della Svezia, e ancora si risponderebbe allo stesso modo.

molestieminorenneQualcosa non quadra. E conosco già la risposta femminista. In quei paesi le donne denunciano di più! Tutto qua, mentre da noi le donne ancora denunciano poco. Bene. Anzi, male. Ma anche le statistiche sull’assassinio di donne chiamato “femminicidio” ad opera di un uomo (devono mettersi d’accordo su cosa includere nel numero, forse anche le donne uccise da altre donne), risente delle remore alla denuncia? Credo sia un po’ complicato asserire che un cadavere femminile abbia remore a denunciare la propria apparizione sulla scena criminis. Eppure anche sui dati dei femminicidi la classifica non cambia di molto. Paesi nordici in testa, lo abbiamo visto. Percentuali quadruple in Svezia rispetto all’Italia. Quasi che la maggiore copertura di ruoli prima maschili abbia portato le donne a subire percentuali di omicidi prima riservate al sesso maschile. Altro che maggiore rispetto.

Rifacendoci ai discorsi iniziali, ma a qualcuno viene in mente di riflettere su questi dati per comprendere se la giustezza o meno di una espropriazione di massa violenta e ideologicamente totalitaria di ruoli fino a 50 anni fa ricoperti dai generi, porti veramente a migliore benessere generale, e a una società più rispettosa del sesso “debole”, e in generale del debole?

usa-e-urssNon abbiamo considerato inoltre, se non altro per motivi di minore vicinanza a noi, e di maggiore discutibilità, le percentuali apocalittiche di violenze sulle donne nei paesi nordici già sotto l’influenza del blocco sovietico. La Russia è stato il primo paese al mondo a riconoscere pieni diritti alle donne, incluso il divorzio e l’aborto, rompendo tutte le tradizioni, ma solo perché l’Unione Sovietica aveva vitale bisogno della efficiente forza lavoro femminile, non di famiglie. La deriva di tale riconoscimento dato alle donne nel mondo occidentale post-sovietico anche per i paesi oltre cortina, e ormai facenti parte delle democrazie mercantili e globalizzate, di ideologia europeistica, ha portato la stessa Russia e paesi come Lettonia, Estonia, Lituania, Romania, Bulgaria, Ungheria, a battere di due o tre lunghezze persino la Svezia in termini di violenza sulle donne. Maggiore benessere europeista e una tradizione di uguaglianza di ruoli anche sul lavoro, non corrispondono affatto a minore violenza di genere. Ma, per evitare ogni interpretazione ideologica, mettiamo sull’avviso i simpatizzanti dell’altro blocco, che gli USA in quanto a tassi di violenza, sulle donne e non, così come gli altri indicatori citati, non ha niente da insegnare a nessuno, ma semmai da apprendere.

Tornando ai paesi a noi più vicini, ci sarà poi un motivo se i maggiori consumatori di antidepressivi sono i popoli scandinavi (tra il 33 e 38 % di uomini e donne sono destinati a subire un trattamento sanitario psichiatrico). Col loro sistema scolastico unico riferimento educativo in luogo anche della famiglia, e reputato all’avanguardia, e l’indipendenza economica e abitativa assicurata dallo Stato, abbiamo in tali paesi le maggiori solitudini umane e morali, secondo le statistiche. Ci sarà un motivo se come sembra, in essi il tasso medio di partecipazione ai funerali è sceso al più basso d’Europa? Nei paesi felici a quanto pare si muore da soli.

Ora, nessuno nega il benessere economico di cui godono gli abitanti di tali paesi, assicurato dalle riserva di petrolio del mare del nord, dalle ricche miniere, dalle risorse naturali, e dal gas russo. E sicuramente il livello raggiunto dal welfare è invidiabile. Ma basta questo per non guardare altri indicatori del benessere sociale, maggiormente legati ai ruoli e alla famiglia? E’ evidente che il welfare naturale da sempre assicurato dalla istituzione famiglia, abiurata dalle grandi socialdemocrazie europee, non è mai sostituibile, ma solo integrabile, con l’efficienza di uno stato assistenziale e super impositorio.

suicidio-1E, per un quadro completo, guardiamo i tassi di suicidio tra adulti e minori: oltre ai paesi nordici ex Unione Sovietica in testa, troviamo i soliti: Belgio 17 su 100.000 uomini e donne. Finlandia 16, Austria e Francia 15, Svezia Norvegia Regno Unito, 12, Danimarca e Svizzera 11,3, Spagna 7,6, Italia, 6,7, Grecia 3,5. In Italia, questo significa la bazzecola di 4000 suicidi l’anno. Ben censurati dalle notizie ufficiali, come neanche nel buio ventennio, per lasciare il posto a 70 femminicidi dichiarati emergenza. La morte, seppure inevitabile, andrebbe maggiormente considerata con rispetto, sempre.

Vogliamo osservare più da vicino ora il disagio esistenziale sui minori, a partire dal suicidio tra gli adolescenti, in paesi ad altissimo tasso di separazioni: c’è da piangere; in Europa, se consideriamo la fascia 24-35 anni, è la prima causa di morte. Ma in Russia si suicidano 20 adolescenti ogni 100.000, e del tutto analoghe le percentuali di Islanda, Finlandia, Svezia, Svizzera, Islanda, Norvegia; a metà graduatoria con tassi del 10-12 si collocano Francia Inghilterra e Germania. Fanalini di coda, come paesi dove in fondo sembra che i giovani soffrano meno di istinti autolesionisti, Spagna, Italia, Portogallo, ed ultima, la solita Grecia.

senzapregiudizi-empatia-vs-violenza-di-generePer inciso, come ulteriori segnali del disagio giovanile, osserviamo che i paesi nordici inviano la maggiore percentuale di giovani foreign fighters, mentre è molto elevata la percentuale di bambini che richiedono di cambiare sesso, sintomo di confusa identità sessuale, o di libertà di genere, giudicate voi. E la nascita di un bambino Down è considerata un errore terapeutico che avviene nel 3% delle individuazioni dei feti portatori del gene, mentre il 97% viene eliminato. Infine sulla dichiarata facilità di fare amicizia e di socializzare, ancora una volta viene da più parti sottolineata una vera tendenza all’asocialità nei Paesi Bassi e nella penisola scandinava. I rapporti umani sono più facili nel sud dell’Europa. Perché?

A questo punto occorre tirare le conclusioni. Non solo sui parametri economici, ma anche sul resto che ci sta a cuore.

laura-boldrini-sta-valutando-la-sua-candidatura-alle-prossime-elezioni-politiche_1613009La lotta alla violenza sulla donna, la guerra ai femminicidi, la battaglia per l’equiparazione dei ruoli nella società, la distruzione delle famiglie come cellula sociale primaria, così come l’indipendenza economica ottenuta a colpi di un welfare spinto sino alla deresponsabilizzazione dei soggetti tutelati, e infine la guerra dichiarata al genere uomo e del suo ruolo nella famiglia, divenuto portatore genetico di usurpazione e violenza nel confronti dell’altro sesso, dove trova le sue giustificazioni? Nella dimostrazione del raggiungimento di un grado maggiore di civiltà o nella cavalcata delle Valchirie assetate di sangue che col loro 51% elettorale divengono obbligatoriamente strumento temporaneo di un potere cinico permeato di violenza economica, del tutto estraneo al benessere generale? I dati, quelli veri, avranno pure un significato o no? Vorrà dire qualcosa se persino nella sconquassata, a detta dell’Europa, Grecia, vi sono molto meno violenze sulle donne, e meno suicidi di uomini e adolescenti, delle patrie di conquiste femministe quali Finlandia o Svezia? Siamo certi che la direzione intrapresa nella supina condiscendenza alle avanguardie femministe sia quella migliore, nell’interesse dei generi? E questo il futuro ambito dalla politica che la Boldrini & Co. intendono risvegliare e lanciare al potere?

Non si trovano confronti statistici, ragionamenti logici, paragoni storici, possibili interlocuzioni di non squallida deficienza mentale, che riescano ancora a dimostrare come la modalità perseguita dalle professioniste dell’antiviolenza di genere si basi su obiettivi realmente vantaggiosi per il benessere della società occidentale. E non siano rivolti alla peggiore mascolinizzazione in pejus anche del femminile. Non uno slogan, dei tanti surreali e con effetto esplosivo, lanciato nella guerra di genere cavalcando la reazione a catena delle emozioni suscitate dai media, si basa su una reale ragionevole richiesta civile, mentre piuttosto si falsano spudoratamente tutti gli indicatori statistici, per una lotta che mai tanto fu più basata sull’ipocrisia mediatica e funzionale del più cinico dei sistemi economici.

Ci spieghiamo allora meglio il perché di tanti singoli fatti di cronaca, come degenerazioni di un sistema di valori che crolla spezzando i legami, quando non li trascina nell’orrore, in molte famiglie. Tali fatti costellano la direzione intrapresa.

padriMi rivolgo a quegli individui maggiormente in grado di intendere e di volere: quale futuro aspetta i figli proiettati nell’assordante propaganda della identità dei ruoli e tra poco anche di genere? Per cosa sarà ricordato forse, questo periodo storico, per la distruzione delle basi familiari di millenarie civiltà, immolate sull’altare della corsa ad un potere beffardo a colpi (bassi) di odio di genere? L’orientamento delle istituzioni dello Stato, parlamento, magistratura, e della società civile, contro un genere, non ha futuro. E’ illogico, irreale, simbolo di un dispotismo cui solo viene orientato il verso. E siamo solo all’inizio, perché le cavalcate delle amazzoni al grido di denunciamoli tutti, carceriamoli, e quando possibile uccidiamoli prima che uccidano noi, imperversano nel paese, come già avvenuto in altri in Europa. Immagino che nell’ideologia nazifemminista, al termine della distruzione dell’ex ruolo del maschio/padre, si pensi di lasciarne in vita qualche esemplare, di tale genere in estinzione, solo per scopo inseminativo, ma senza concedergli nulla, per carità, perché sono pronte le provette. Esemplari in cattività che dimenticherebbero persino che col loro seme potevano dar vita non solo a nuovi esseri della loro specie, ma ad individui equilibrati e pensanti, consci delle immense possibilità naturali insite nella differenza di genere.

Il nazifemminismo imperante e divoratore di risorse, risponde ad una logica di mercato politico, ed è destinato a estinguersi per cause naturali sotto i colpi di una visione giudiziaria delle separazioni a colpi di massacro economico e fisico di una parte. E’ inevitabile, se si pensa solo che il tasso di natalità è colato a picco, i bambini costituiscono il 10% della popolazione europea, tanto da far parlare di suicidio demografico dell’Europa. La propensione a creare nuove famiglie è quasi nulla per mancanza di materia prima: l’uomo, ormai spremuto al massimo. E quelle poche esistenti, destinate a restare monche, in assenza di una vera progettualità familiare e in tempi di boom delle separazioni (anche qui tassi elevatissimi nel paesi citati). Questi processi, se indisturbati, disegnano il futuro anche di questo paese, contro la sua vocazione mediterranea. Non guasterebbe una maggiore riflessione: forse solo nelle tenebre i ruoli ed i generi sono indistinguibili, tornare a distinguerli e credere ancora nella famiglia non sarebbe un danno. Anzi.


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