Il bislacco conteggio di Michela Murgia

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Sta facendo notizia, fino a meritarsi una comparsata in radio, l’iniziativa che la turbo-femminista Michela Murgia da un po’ di tempo ha preso di contare ogni mattina quante firme femminili ci sono nelle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani, fotografandole, cerchiando gli articoli “al femminile” e mettendo il risultato su Twitter. Il tutto con una speciale attenzione per gli articoli di approfondimento o dove sono richieste opinioni autorevoli. La sua tesi, palesemente ignara delle risultanze del periodico Global Media Monitoring Project, è che “da lettrice” si aspetterebbe di vedere più donne occuparsi di temi importanti, per una questione di giustizia di genere, perché le donne sono il 51% della popolazione, perché la scarsa presenza di donne è indicatore di un maschilismo più o meno consapevole nell’editoria d’informazione, e così via.

Inutile farle notare che è una rilevazione parziale, dato che magari all’interno ci sono articoli di approfondimento illuminanti e autorevolissimi scritti da donne (chessò nella pagina interna della cultura?). Inutile farle notare che la maggioranza demografica non corrisponde per forza a una maggiore lucidità nelle analisi dei fatti. Né che il Corriere della Sera contiene in sé il bollettino femmista più estremista tra quelli reperibili in Italia, ossia la rubrica “La 27esima Ora”. Né che la decisione di porre un autore in prima pagina dipende tendenzialmente dalla capacità di analisi (ovvero dalla bravura) per come valutata dalla direzione del giornale, ovvero che sia banalmente una questione di merito e non di genere. Qualunque cosa le si faccia notare su Twitter, liquida tutto (se a scrivere è un maschietto) con un hashtag e basta: #mensplaining. Che è un misto tra la fuga dal confronto e il tipico atteggiamento che negli USA definiscono da snowflake. Risposte tutt’altro che serie e dialoganti insomma, un po’ come quelle di Anna Paola Concia che, messa da me alle strette su Twitter rispetto alle sue posizioni sull’affido condiviso, ha iniziato a inviarmi smiley, un po’ adolescenziali ma molto istituzionali, e dicendomi che sono fico…

Alla fine, un modo per capire se un metodo di analisi ha senso oppure no, è da un lato inquadrarlo nel complesso del fenomeno che viene misurato; dall’altro applicarlo in modo identico ad altre realtà. Sotto il primo profilo, Murgia analizza le prime pagine dei due maggiori quotidiani italiani, Repubblica e il Corriere della Sera. In una prima pagina ci sono dagli 8 ai 10 articoli, in genere. I giornalisti in Italia sono (dati 2015) 50.674. Questo significa che l’accesso alla firma di quelle due prime pagine è appannaggio dello 0,04% dei giornalisti italiani. Una minoranza che più minoranza non si può. Raggiungere la prima pagina, per quello che può significare quel traguardo, è dunque questione di una élite ristrettissima, talmente ristretta da configurare la “battaglia” della Murgia come puramente simbolica. L’assalto a un totem accessibile comunque a pochissimi. In quest’ottica è un puro esercizio ideologico, che vale quel che vale.

La riprova si ha applicando lo stesso metodo ad altre realtà. Se l’iniziativa della scrittrice ha senso, se è fondato, come dice lei, che una lettrice voglia trovare una donna in prima pagina a dire cose autorevoli… be’, allora è ugualmente legittimo che il padre di un bimbo piccolo esiga di trovare nell’asilo dove manda il suo pupo un maestro maschio. E invece, applicando il criterio di Murgia ad alcune foto prese a caso da Google:

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Perché? Non lo trovo giusto. Forse che le donne hanno più capacità accudenti dei bimbi piccoli rispetto agli uomini? Considerando che almeno una volta al mese esce una notizia di maltrattamenti di maestre (donne) sui bambini non direi proprio. E chissà quante non finiscono sui giornali… Questo nonsense accade applicando il metodo Murgia agli uomini. Ma proviamo ad applicarlo nel suo carattere “puro” ovvero alle donne. Ebbene, come una lettrice ha diritto di vedere una firma femminile in prima pagina trattare argomenti autorevoli, così quella stessa lettrice dovrebbe avere il diritto di vivere in una casa costruita con autorevole “tocco” femminile. O no? E allora perché:

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Per la precisione: la prima foto non è di operai edili al lavoro, ma operai in manifestazione, e lì le donne (una) appaiono. Ma di fatto il metodo Murgia, se applicato correttamente, ovvero su fenomeni ampi e non elitari, e in modo rigoroso, crea un cortocircuito non da poco. Se dalla sua analisi si desume che c’è maschilismo nel giornalismo di prima pagina dei due maggiori quotidiani nazionali, allora si desume anche che c’è discriminazione contro gli uomini nella professione di maestro d’asilo, e che una discriminazione uguale a quella della stampa c’è nelle profesisoni edili. Soluzione? Stando rigorosamente nei binari ideologici di Murgia, il 51% delle firme in prima pagina dovrebbe essere di donne, d’accordo. Ma allora anche il 49% dei maestri d’asilo dovrebbe essere composto da uomini. E il 51% degli operai edili, metalmeccanici, dei minatori, trasportatori, camionisti, asfaltatori, gruisti… dovrebbe essere composto da donne. O no?

Che dice, Murgia, potrebbe andare così? Se accetta le reali conseguenze del suo femminismo tossico immagino di sì. Quindi d’ora in poi quando le si tappa il cesso in casa mi attendo che scacci con ignominia l’idraulico maschio che le si presenta alla porta, ed esiga che a sturare il sifone venga una prode idraulicA, nuovo simbolo della vera, e non simbolica, parità di genere.


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3 commenti

  1. Parliamo della stessa Michela Murgia che partorì l’idea di “Matria” perchè Patria era un termine troppo maschilista?
    Grazie femminismo, hai reso il mondo un posto migliore!

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  2. La Murgia è una scrittrice mediocre che ha azzeccato (penso per culo, nel senso di fortuna) un solo libro degno di essere ricordato, quello (pur pieno di difetti) dell’Accabadora e siccome ha avuto un successo non solo letterario ma anche ‘simbolico’ ha cominciato a pontificare in lungo e in largo. Spesso facendo involontari autogol.

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