La verità di Giuseppe – Femminismo, calo demografico e famiglia

Man-vs-Womandi G.A. – Era ora che ci si occupasse di più di famiglia, in Italia. L’abolizione del Ministero delle Dispari Opportunità e l’apparizione del Ministero per la Famiglia, fa intravedere un barlume di speranza. Mentre ogni singolo padre combatte la sua battaglia individuale, istintivamente dalla parte del giusto, e sente di opporre una strenua difesa di un ruolo, a protezione di una progenie ostaggio di eventi familiari funesti, le separazioni dominano in un’ottica totalizzante il destino delle famiglie. Pure, istintivamente, si raccoglie ogni energia per la difesa della roccaforte, e sfugge, nel fuoco della tenzone, la base ideologica sul quale porre a riferimento ogni movimento di resistenza al massacro giudiziario e sociale insito in ognuna delle 100.000 separazioni annue.

Ex mogli/compagne denuncianti e mobizzanti, figli alienati, depauperamento di ex padri cinicamente accusati in fase di separazione e trascinati in giudizio per ogni malefatta concepibile, e in base a vecchie e nuove ipotesi di reato sfornate per l’occasione, configurano un quadro desolante e decadente di ex famiglie in crisi di esistenza.  Si possono fare delle riflessioni utili che inquadrino meglio il senso della voglia innata di famiglia, che solo uno sciocco femminismo estremista può trasformare sempre e solo come NON “accettazione della separazione”. La riflessione, insita nel mio desiderio di individuare le vere cause di certi fenomeni al di là di facili distrazioni, è la seguente.

XXXV16_III_2-pesi-e-2-misure-..effetto-errori-cognitivi-bias..-ODG16La vita umana è un bene che va salvaguardato sino al massimo possibile, e la sua perdita, sebbene ineluttabile quando per cause naturali, è da considerarsi con molto rispetto. Lo sgomento ci avvolge quando perdiamo una persona, e a malapena cerchiamo di capire dove possa essere andata. Al di là del nostro ineluttabile destino, ogni morte provoca una tragedia nell’ambito prettamente privato e familiare oppure sul proscenio della rappresentazione di un mondo ove impera il consumo di emozioni. Ma, da quanto presentato dalla narrazione collettiva dei media, alcune vite valgono molto ma molto meno di altre, qualche morto è più morto di altri non utilizzabili per scatenare emozioni vendibili, secondo mode e interessate tendenze del momento. Un morto vale mesi di cronaca, tutti gli altri no.

Qualche statistica ci dice che, in Italia, il 15% delle dipartite da questo mondo, circa 100.000, avvengono al disotto dei 69 anni, e non esattamente per cause naturali; quindi per altri tragici fatti. Sui morti per tumori vari e ischemie il senso comune dei media non ci dice nulla, dandoli per socntati, e sono circa 80.000; ma abbiamo poi:  4000 suicidi, 3300 per incidenti stradali, 1300 per morti sul lavoro, 700 omicidi, 450 morti per incidenti in montagna, 100 bambini per mancato uso della cintura di sicurezza in auto, etc etc., ed è strano che non faccia notizia un vero e proprio “boom di diagnosi di cancro del polmone fra le donne: 13.600 nel 2017 (+49% in 10 anni), dovuto alla forte diffusione del fumo fra le italiane”. E’ quanto si legge nel volume “I numeri del cancro in Italia 2017”. C’è traccia del rispetto di tali vite perdute sui media, di un allarme sociale ? Ogni categoria di tali stragi ha la giusta rilevanza sui media che meriterebbe come evidente statisticamente? No! Mi sono chiesto lungamente il motivo, prima di comprendere perché fa più presa un singolo caso di femminicidio che centinaia di morti non certo di vecchiaia ogni giorno, anche e soprattutto fra le donne.

40bcf3a5455e57cc1f404c0562a05f15-300x159Esiste un concetto chiave, che ha assunto un significato diverso negli anni, quello corrispondente al termine di “progresso”. Il progresso è qualcosa di ineluttabile, fa parte della natura della specie umana, se non dell’evoluzione darwiniana. E’ stato annullato, come privato di significato, il termine contrario: “regresso”. Il movimento storico delle ideologie industriali e mercantili ha deciso che ormai ci sarà solo progresso. La parola regresso non avrà un maggiore utilizzo di quanto ne avesse la maggior parte del vocabolario sul cavallo usato prima delle macchine, oggi scomparso con l’animale. Così le vittime del Progresso, del suo prezzo, e dei suoi danni, non hanno più parole per lamentarsi. Chi lo facesse sarebbe un arretrato difensore del vecchio. Il vero campo del male e dei maledetti, votati alla spazzatura della storia, sono coloro che valorizzano sempre e comunque ogni vita umana, parte di una famiglia prima di tutto, dalla nascita alla morte. L’avanzamento scientifico porterebbe frutti buoni se non ci pensasse il sistema di potere a spacciare per progresso non solo quello tecnologico, ma anche il depauperamento di vite umane. Ciò che fa sì che il progresso sia connotato sempre e solo positivamente è la sua alleanza col potere. E così che questo progresso non solo è responsabile di un centinaio di migliaia di vite umane dimenticate all’anno, ed elimina l’uomo dai rapporti umani (sessuali, sociali, familiari), ma si presenta nei connotati della distruzione dell’unità familiare, le cui conseguenze mortali vanno spacciate per qualcos’altro.

Ora, il potere, per governare sui senza potere, ha bisogno di tranquillità sociale e di fiducia nel progresso, che oggi è sinonimo di consumismo globalizzato, orientando al meglio ogni insano istintivo impulso alla ribellione, come avvenuto con lo stesso femminismo. Ovvero un fenomeno storicamente radicato nella reazione allo sfruttamento non solo dell’uomo macchina, ma anche della figura femminile, che si affacciava al mondo produttivo, da parte di un potere sempre più vorace. Una ribellione ora governata e ricondotta nel gioco dei fenomeni di mode e tendenze massificate a tutto vantaggio di questo sistema. Una battaglia sempre più celebrata con fatti di cronaca abnormi da fomentapopolo medievali.

donnauomoFemminismo, oggi, NON nel nome di una liberazione del genere femminile, possibile solo insieme a quella dell’uomo, dallo strapotere, ma femminismo ricondotto alla liberazione del genere femminile dal vincolo della famiglia, e da un miserrimo micropotere del presunto capofamiglia maschio. Un ruolo familiare che ostacolava il progresso consumistico. Quindi non parliamo delle cause di morte, e del valore di ogni vita, ma solo di quelle morti funzionali a orientare verso una emancipazione che oggi significa demolizione della famiglia tradizionale. Ecco giungere, incentivato dai media asserviti, la specializzazione del femminismo radicale consistente di fatto nell’elencazione dei torti commessi dagli uomini e patiti dalle donne.

La vera spaccatura della complementare collaborazione tra le diversità dei due generi. Immaginando che tale enumerazione di torti un giorno si esaurisca nella noia, la specializzazione nazifemminista non sarà più necessaria e giungerà il momento di superare quelle elencazioni per arrivare a un vero tentativo di analizzare la natura dell’oppressione in generale, economica e sociale, e prendere delle reali misure ponderate per porvi fine. Qualcosa che ha a che fare con la giustizia sociale e nulla col genere maschile o femminile. Pertanto, il mantenimento di questa specializzazione radicalfemminista rende necessario che le nazifemministe ingrossino la lista dei torti all’infinito. In tal modo la battaglia femminista, che andava sradicata violentemente dalla sua natura antipotere contro l’oppressione delle famiglie, è stata ed è condotta in chiave perpetuatrice del rapporto tra potere e senza potere.

uomo-donnaAnche l’energia sessuale, che potrebbe avere un formidabile potenziale unitario tra i generi, è limitata alla denuncia mediatica della riproduzione dei rapporti di dominio e sottomissione, di dipendenza e disperazione. La miseria sessuale antigenere così prodotta ed il suo sfruttamento commerciale ci circondano. Il maschile e il femminile e la conseguenza della mancanza di analisi relativa a queste due concezioni, mostra quanto sia, il conflitto tra essi, un’invenzione sociale al servizio del potere. Se si volesse veramente distruggere ogni dominio, sarebbe necessario superare tutto ciò che sa di radicalfemminismo e superare la battaglia di genere, perché solo così troveremmo la capacità di creare una nostra indomabile individualità nella coesione tra i generi capace di ergersi senza esitazione contro ogni dominio.

Questo dovrebbe essere il nostro obiettivo minimo. Nel nome del “progresso”, occorreva invece far sparire ogni idea di regresso sociale, di cui le “vittime necessarie al progresso” di ben più numerose stragi chiedono conto e vendetta. Come la polvere sotto al tappeto, la massa di vittime che disturba l’alleanza tra progresso e potere va nascosta, lasciando in pasto al popolo come nei circhi dell’antica Roma solo e soltanto la categoria delle vittime di cosiddetti “femminicidi” sfruttati all’estremo della noia dal femminismo radicale globalizzato, voglioso di potere, come le violenze connesse al sesso che tanto effetto positivo ha sul commercio delle emozioni popolari.

spopolamentoLa “regressione”, abolita anche nel vocabolario dei termini, dovrebbe invece allarmare una intera nazione, dedita alla soppressione dell’istituzione familiare. Segno del dominio cieco del potere. L’Italia è un paese in declino anzitutto demografico.  Ci occupiamo della mortalità, dando il massimo risalto soltanto a singoli casi, consolandoci nella sensazione di compiere tutto il nostro dovere cercando un singolo comune colpevole, ma non ci occupiamo del dirompente crollo di famiglia e natalità. Nel 2065, ovvero tra 47 anni, la popolazione italiana sarà pari a 54,1 milioni, con una flessione, rispetto al 2017 di 6,5 milioni. È quanto calcola l’Istat nel report sul futuro demografico del Paese pubblicato di recente. Nello stesso studio, si stima che in Italia la popolazione residente nel 2045 sarà pari a 59 milioni, con una flessione, rispetto al 2017 – quando era pari a 60,6 milioni – di 1,6 milioni.

L’età media, poi, è destinata ad aumentare di 5 anni, con un picco di invecchiamento tra il 2045 e il 2050. Nel prossimo futuro gli immigrati arriveranno a quota 2,6 milioni. La politica, che ha adottato l’orientamento della propaganda di genere, è tale che, anziché puntare sulle cause che distruggono la famiglia come cellula portante del costante rinnovo della società, punta il dito su ridicolaggini quali una presunta irresponsabilità del maschio del XXI secolo, chissà perché poco fecondatore per timore di accollarsi le responsabilità della famiglia (servizio andato in onda su canale RAI). Nessun accenno alla distruzione dei ruoli, grazie al nazifemminismo imperante, che rende antitetica l’istituzione familiare, per disgregarne le energie positive di resistenza in chiave antisfruttamento del potere. Un esercito di consumatori ormai indistinto e senza genere che corre come lemming verso il suicidio di massa della distruzione demografica

senzapregiudizi-empatia-vs-violenza-di-genereAllora, vi è sempre “progresso” nelle sorti del genere umano, oppure abbiamo licenza di definire “regresso” delle risorse umane e sociali l’involuzione che ha reso complice il nazifemminismo, come evidente nei modi e nelle conseguenze della propaganda contro il lurido maschio? Negli aspetti più mortiferi della pestifera assimilazione mediatica dei reati di genere, che contribuiscono però non poco a orientare comportamenti e consensi, si nascondono le grandi cause del depauperamento demografico. Un regresso la cui fase attuale non può che portare, ed è questo il dato positivo, logicamente, scientificamente, all’esaurimento del conflitto fermando la decadenza di una generazione, con buona pace dei signori della guerra di genere. Infatti non il “progresso”, quindi, ma il “regresso” vuole le sue vittime, fin quando lo spettro del riscatto da parte dei padri sarà così forte da rivoltare l’attuale tendenza. Fin quando la ribellione individuale organizzata in vero movimento contrario la fermerà e sarà il segnale dell’esaurimento di una fase e della rinascita di un’altra.

Il potere che si è assicurato, col pretesto della lotta alla violenza di genere in chiave manipolatoria del consenso, l’appoggio elettorale e la rappresentanza al potere è alla base del malessere vissuto dagli uomini prima ricchi solo di prole, ora privati anche di quella, grazie alla nuova figura dei separati con accompagno di denuncia. E’ funzionale ai soliti noti. Con poche eccezioni, le donne manipolate e manipolabili dai media non lo hanno ancora intuito. Ma come tutte le vicende umane, a dirla come Giovanni Falcone, tale fenomeno avrà una fine, forse quando la linfa del consenso al femminismo si arresterà, per naturale saturazione, e giunti al minimo storico dell’esistenza della famiglia.  Oppure, come vogliamo, fino a che l’anelito vero ad una giustizia sociale nell’interesse delle famiglie e delle nuove generazioni non prevalga con una pressione non più contenibile.

Carta-famiglia-2018-è-realtà-cosè-chi-può-richiederla-e-come-funziona-640x342Finché le migliori coscienze non si risveglino. Finché rappresentanti di ambedue i generi non si fermino a riflettere su ciò che li sta mettendo uno contro l’altro a discapito dei loro figli. Si accetteranno, allora, candidature di uomini e donne dotati e ancora coscienti, alla guida del cambiamento, col fine democratico di una riappropriazione della rappresentanza del vero interesse generale e della difesa delle nuove generazioni di cittadini. Figli non più strumentalizzati e usati come lubrificante del torchio di un sistema economico cinico e selvaggio, che opera il rapimento immorale dei di loro padri grazie a madri incoscienti e manipolate. Padri sequestrati e obbligati a pagare il riscatto da assegno di mantenimento, per qualche briciola di paternità, in attesa di liberarsi per tornare ad essere solo e sempre padri a tempo pieno dei loro figli.


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