Parte la mia denuncia all’Ordine: basta impunità per i giornalisti faziosi

indottrinamento

Leggete, per favore, questo articolo pubblicato su La Stampa, edizione nazionale, autore Nicola Pinna. Leggetelo con estrema attenzione. Perché è importante cercare di cogliere in esso tutti gli aspetti di una narrazione deviata della realtà, secondo una tendenza ormai sistematica nel giornalismo italiano, quando tratta tematiche del genere. Mestiere del giornalista, fino a prova contraria, è descrivere fatti e riportare notizie, magari aggiungendo proprie opinioni o chiavi di lettura. Non rientra nei suoi compiti suggestionare il lettore attraverso una narrazione emozionale, cosa riservata ai poeti e ai romanzieri. Se lo fa, distorce la realtà due volte: la prima ingannando chi legge attraverso una forma espositiva inappropriata; la seconda trasmettendo, attraverso quella forma, una sostanza che falsifica la verità. In pratica non è più giornalismo ma propaganda.

La propaganda… è sempre esistita, dacché esiste l’uomo. E ha sempre funzionato con una regola non scritta, se non in accenno da qualche coraggioso analista, che solo Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda del Terzo Reich di Adolf Hitler, ebbe il coraggio di dichiarare apertamente: “una bugia ripetuta molte volte diventa realtà”. Uno sdoganamento definitivo che ha segnato lo spartiacque tra informazione e indottrinamento; tra verità, mezze verità o falsità spacciate per verità. Queste ultime possono essere imposte in mille modi, uno più astuto dell’altro. Con le immagini a corredo della “notizia”, ad esempio. Nel caso dell’articolo de La Stampa abbiamo questo:

bimbascarpe

Una bimba bionda, su uno sfondo fantasioso. Simboli di innocenza, bellezza, purezza. Sta indossando una scarpa troppo grande per lei, quella di mamma probabilmente. Con ciò si suggerisce il suo destino a diventare una donna adulta e il suo attuale stato di “piccola donna”. Il non detto di questo messaggio è un vittimismo di base fondato su una falsità: in quanto futura donna è destinata a essere svantaggiata in un mondo dominato dagli uomini e dalla loro sopraffazione. A sottolineare il concetto è il colore della calzatura. La scarpa rossa da tempo è stata assunta come simbolo della violenza sulle donne, dei soprusi maschili contro il genere femminile. In sostanza la foto da sola è già di per sé propaganda.

gendarmi-a

E che dire del titolo? “Portatela via anche con la forza. Oristano si ribella per aiutare la bambina contesa dai genitori”. Esordire con una citazione del tutto inventata, che simulerebbe la frase di qualcuno (chi? Il magistrato? Il Comandante dei Carabinieri? Chi???), e che suona così rude, quasi violenta, roba da Collodi, di nuovo è già propaganda. Così come ipotizzare che un’intera città si stia mobilitando su una questione privata. Qualcuno ci sarà sicuramente, ma di sicuro non tutta Oristano. L’apoteosi è però nella frase: “per aiutare la bambina”. Non è il popolo, la folla, quand’anche ci sia (e non c’è) a decidere come aiutare una bambina di genitori separati, ma un giudice. La folla al massimo si schiera temporaneamente per qualche aspetto emozionale o campanilista. Stando ai fatti, come vedremo a breve, qualcuno a Oristano si sta mobilitando per aiutare la madre della bambina, e non la bambina. Che non è contesa dai genitori, ma dalla madre stessa, che la vuole tutta e solo per sé, a dispetto di ogni diritto della piccola, come sancito dalla legge, fatta rispettare (coraggiosamente) da un magistrato. Dunque, immagine e titolo, da soli, i due elementi su cui ogni lettore si sofferma anche quando poi passa oltre, sono pura propaganda e indottrinamento.

Viene quindi il testo dell’articolo. La notizia è piuttosto banale: una coppia si separa, e si separa male. Di mezzo c’è una bambina, che finisce in mezzo alla contesa. La madre da Viterbo, dove si era stabilita con il compagno, torna a Oristano, dov’è nata, e porta con sé la piccola. Il padre la reclama e il giudice gli dà ragione, emettendo una sentenza che ordina il trasferimento della bambina a Viterbo, dov’è nata e cresciuta, e dove vivrà assieme al padre. A corredo, giusto perché le storie sono tutte uguali, non manca una denuncia della donna contro l’ex compagno per violenza. E’ ovvio, evidente e scontato che si tratta di una falsa accusa, ci mancherebbe. E non mi meraviglierei a sapere che la donna si sta facendo supportare da un centro antiviolenza. Bene, benissimo ha fatto dunque il giudice a ignorarla totalmente. Un plauso sincero al suo rigore e al coraggio di una decisione che, con la canea femminocentrica imperante, è davvero più unica che rara.

bigenitorialità

Questi sono i fatti. La sentenza mette al centro il benessere della bambina, impropriamente sottratta al suo ambiente di nascita e socializzazione da una madre che probabilmente la ritiene proprietà privata e per questo l’ha trasferita altrove. Non solo, la piccola ha diritto ad avere DUE genitori, una madre e un padre. Lo Stato ha il dovere di garantire che quel suo diritto venga rispettato. Ma, attenzione, questo del diritto alla bigenitorialità non è, come cerca di far credere l’articolo, un capriccio da educatori fanatici. Si tratta di un diritto affermato, oltre che dal buon senso, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti del Fanciullo, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, da una legge vigente dello Stato Italiano (L.54/2006) e da un’intera letteratura scientifica sulla psicologia e psichiatria d’infanzia. E scusate se è poco. Ma no, secondo Pinna, è solo un dannato capriccio da educatori.

E via allora a raccontare una realtà da strapaese, dove Oristano appare un piccolo mondo antico stretto a difesa dei diritti di una donna e madre vittima di un sopruso, cui opporsi con tanto di campane a stormo. Assieme alla popolazione locale si muovono i servizi sociali, di cui il tribunale “non si fida”. Quanta malafede in queste frasi. Quanta propaganda. Il giudice è sovrano nelle proprie scelte: più che non fidarsi, probabilmente ritiene i resoconti dei servizi sociali locali non conformi a un’applicazione corretta di una legge tanto vigente quanto sacrosanta. Poi c’è l’avvocato della donna (anch’essa donna): “Perché non deve essere il padre a raggiungerla in Sardegna?”, chiede. “Qual è il principio per cui una bimba cresce meglio a Viterbo?”. E perché, rispondo io, e probabilmente anche il giudice, non dev’essere la madre a raggiungerla a Viterbo, dove la piccola è nata e cresciuta e ha il suo ambiente d’origine?

bimbopicchiato

Ma soprattutto: perché la madre se l’è portata via in Sardegna? Dice: a Viterbo la donna, anch’essa avvocato, non aveva clienti. E in questo la bambina cosa c’entra? I clienti, con un po’ di promozione e una professionalità provata, si trovano, posto che dubito che a Oristano abbia la coda davanti all’ufficio. In ogni caso la bambina non ha nulla a che fare con la produttività professionale della madre: ad essa e al suo egoismo non si può sacrificare la sua crescita, il suo sviluppo e il suo diritto ad avere due genitori. Sullo sfondo di tutto c’è un preconcetto sessista e falsissimo: i bambini crescono meglio con la madre. A guardare i dati di Telefono Azzurro parrebbe che, al massimo, i bambini le buscano di più con la madre. Di contro, negare oggi ogni potenzialità accudente a un uomo significa ragionare come se fossimo ancora all’età della pietra.

Non c’è alcuna ragionevolezza né conformità alla realtà nell’articolo di Pinna. Leggerlo significa esporsi a una narrazione puramente emozionale indirizzata a commuovere e a indurre all’indignazione, al grido: nessuno tocchi la bambina! Limitarsi a evocare l’immagine dei Carabinieri che prelevano la piccola, senza specificare che si tratta di un ordine atto a garantire il rispetto di un suo diritto, significa non informare ma indottrinare il lettore verso concetti che non hanno corrispondenza con la realtà e la verità dei fatti, ma sono asserviti a una tendenza dominante volta all’ingiustificata iperprotezione della donna, al privilegio femminile, alla demonizzazione immotivata del maschio in quanto tale e all’attacco pregiudiziale alla figura maschile e paterna. In quanto pura propaganda finalizzata all’indottrinamento, La Stampa e Nicola Pinna conducono un’operazione illegittima, eversiva, deontologicamente non conforme alle regole del giornalismo.

odgsardegna

Per questo denuncerò sia La Stampa che Pinna all’Ordine dei Giornalisti della Sardegna, a cui Pinna è iscritto. E così farò ogni volta che mi imbatterò in articoli dello stesso tenore. Non servirà a nulla, per carità, e di propaganda così sono pienissimi tutti i media, tutti i giorni, lo so. Be’, destino vuole che stamattina io mi sia imbattuto nell’articolo de La Stampa e di Pinna. E che io mi sia decisamente e definitivamente rotto di vedere il degrado dell’informazione italiana passare con tanta disinvoltura sulle vite dei bambini, delle coppie in crisi e degli uomini. Serva o non serva, io denuncio. Nel caso qualcuno volesse associarsi alla mia iniziativa, gli indirizzi di riferimento dell’Ordine dei Giornalisti della Sardegna cui invierò la mia segnalazione sono questi: segreteria@odg.sardegna.it, odgs@pec.it, presidente@odg.sardegna.it.


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17 commenti

    1. La stessa proporzione (vado a memoria però) risultava anche nel fatidico primo rapporto ISTAT sulla violenza “unidirezionale” di genere (uomo vs. donna). Tra l’altro un dato abilmente nascosto perché rispondeva alla domanda sugli autori delle violenze (che ovviamente erano solo maschi) se avessero subito violenza a loro volta in ambito famigliare. Ed erano in maggioranza le madri a “formare” questi individui violenti a suon di sberle. Silenzio assoluto, neanche a dirlo. Non so se Telefono Azzurro riceve sovvenzioni pubbliche, per esempio se paga per la pubblicità che manda in onda, ma ipotizzo che tutte le cosiddette Pubblicità Progresso siano state pagate profumatamente con le nostre tasche. Per “nostre” intendo proprio le tasche di quei muli da soma di sesso maschile che siamo noi, se è vero come è vero che al PIL contribuiamo per la maggior parte (e per merito nostro). Siamo stati condannati a pagare questo debito ingiusto e infame in mille forme diverse da qualche decennio e oltre. A questo punto direi che è stato ripagato abbondantemente e dunque adesso anche BASTA. Chissà cosa ne pensa il ministro Savona… Anche perché quando pago le tasse incomincio a sentirmi complice di questo sistema: l’idea che a quelle campagne diffamatorie abbia in qualche modo contribuito mi fa schifo. Non servirà a niente segnalare i dati veri allo IAP e condannare Telefono Azzurro a inserirli almeno in sovrimpressione, ma forse un tentativo si potrebbe fare. Anche una campagna STOP AL DEBITO MASCHILE sarebbe divertente, visti i tempi saremmo sul pezzo. Una goliardata ma almeno ci facciamo quattro risate.

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  1. La batteria di Pubblicità Progresso in onda in questi giorni e realizzata da Telefono Azzurro finora insinua che gli orchi sono solo di sesso maschile. La bambina che ha paura del suo papà e che si sente sporca… Il bambino che ha paura del nuovo compagno della mamma che lo minaccia e picchia…

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    1. Caro Blu, è storia vecchia, già ampiamente documentata da quell’eroe di Fabio Nestola: Telefono Azzurro raccoglie dati incontrovertibili, ma le sue réclame sono TUTTE antimaschili. Questione (spregevole) di marketing. O così, o la gente non piscia il grano…

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  2. Capirai, figurati se in Sardegna si fanno sfuggire un’occasione così ghiotta.
    Lo dico da sardo, fiero e orgoglioso di esserlo, ma perfettamente cosciente, consapevole, per esperienza e non de relato che il complesso di inferiorità che ci affligge (com)porta anche questi effetti che no, non sono collaterali, sono primari. L’ansia di volersi dimostrare all’altezza dei “continentali”, effetto patologico di un provincialismo duro a morire, pervade il nostro tessuto sociale e lo inquina, intossica le menti e le coscienze.
    Più realisti del Re. In teoria, perché in Sardegna vige da sempre, storicamente un regime matriarcale.
    Che pena.

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  3. Non voglio infierire con altri articoli, però ricordo il sempre-valido (si fa per dire) articolo sulla Pettenello e il bambinicidio che ha fruttato l’assoluzione per incapacità di intendere e volere (però intanto pianificava…) a lei, e la condanna per ‘concorso esterno in omicidio’ (!!!) a lui (il marito).
    GROSSETO. Di fronte all’abisso che si stava spalancando sotto di lei non è riuscita a restare aggrappata a quel cavo teso che avrebbe potuto segnare il confine tra la vita e la morte, tra il sorriso di un bambino di 16 mesi e la pietra che ora porta il suo nome in un cimitero. Laura Pettenello, la commercialista romana accusata di aver ucciso suo figlio, il piccolo Federico Cassinis, tenendolo sott’acqua per otto lunghi minuti nel mare della Feniglia, non aveva visto che quell’acqua era colorata d’azzurro e che i raggi del sole ballerini disegnavano una danza sulla superficie. Vedeva l’abisso, lei. Vedeva un colore che non ha colore, vedeva nero. Ieri, in tribunale, si è consumato l’ultimo atto di questa tragedia che ha attraversato per mesi la Maremma come un brivido lungo la schiena.
    http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2014/02/07/news/uccise-il-figlio-annegandolo-assolta-1.8623420
    Notevole no? Fosse stato il marito, chissà come la giornalista Francesca Gori avrebbe cambiato registro, altro che ‘abisso’…
    Poi abbiamo un paio di notizie balenghe che fanno al caso nostro.
    Nadia $omma presente il FILM premiato a Venezia e indovina di che parla?
    ”L’affido – Una storia di violenza, promosso da D.i.Re, è un film che racconta in maniera efficace il fenomeno della rivittimizzazione secondaria delle donne che denunziano maltrattamenti e stalking nelle aule dei tribunali e vogliono proteggere i loro figli da padri violenti. Xavier Legrand, regista esordiente, ha ricevuto il Leone D’Argento per la migliore regia e quello per la migliore opera prima alla 74ma edizione del Festival di Venezia. ”’
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/14/laffido-una-storia-di-violenza-quando-padri-e-ex-mariti-diventano-una-minaccia-quotidiana/4421478/
    Poi abbiamo una novità tecnologica sensazionale: il metodo LUDOVICO in versione robotizzata. Dove? A Pisa:
    “L’idea è quella di individualizzare l’uso dell’ambiente immersivo – continua Morgante – Psicologi e psicoterapeuti che seguono l’uomo violento forniscono agli esperti di questa tecnologia immagini o video in ordine alla situazione da ricreare”. Una volta entrato in contatto con il suo aggressore, la vittima proverà su di sé gli stessi colpi e le stesse sensazioni della violenza che sono stati registrati da un software e mandati in tempo reale all’esoscheletro indossato. La tecnologia studiata dagli esperti della Scuola Sant’Anna di Pisa, infatti, ha registrato incontri di boxe o di lotta greco-romana così da trasmettere gli stessi colpi al robot. Per adesso la nuova tecnologia innovativa può simulare atti di violenza come uno schiaffo, un cazzotto e un inseguimento ma non uno stupro.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/14/violenza-sulle-donne-alla-scuola-santanna-il-robot-da-indossare-per-far-provare-i-maltrattamenti-agli-aggressori/4421659/

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      1. Ma sopratutto mi piacerebbe capire come simulerebbero lo stupro: perché per essere fatto bene dev’essere fatto in modalità ‘etero’, essendo rapporto donna-uomo.

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  4. Interessante intervista a Margaret Sullivan, columnist del Washington Post, sul Corrierone nazionale. Interessante perché annuncia la strategia narrativa che sta imbastendo il moribondo 4° Potere contro il giovane 5° Potere da cui – è nelle cose – presto sarà soppiantato.

    “Attaccare la stampa è una strategia che sta avendo i suoi effetti. Ormai mi capita sempre più spesso di incontrare persone che quando scoprono che lavori nel mondo dell’editoria giornalistica ti trattano con disprezzo, che ti fanno battute sulle fake news, una parola che da qualche tempo ho smesso di usare visto che ormai le persone chiamano così semplicemente le notizie che danno loro fastidio”.

    “Che spesso sono fake news o contenuti che incitano all’odio”.

    https://www.corriere.it/cronache/18_giugno_14/margaret-sullivan-con-populisti-potere-verita-sotto-attacco-623085b2-6fd6-11e8-b9b6-434f28412ff9.shtml

    In pratica dice che se non sei allineato sei un frustrato odiatore ignorante e via così. Chissà perché la gente che incontra la Sullivan mostra disprezzo nei confronti suoi e della sua categoria. Cadono sempre dal pero questi qui.

    A proposito di fact checking e istigatori all’odio.
    Ricordiamo a futura memoria quali opinioni sono ospitate sul giornale della Sullivan.

    “We have every right to hate you.” (Suzanna Danuta Walters)

    https://www.washingtonpost.com/opinions/why-cant-we-hate-men/2018/06/08/f1a3a8e0-6451-11e8-a69c-b944de66d9e7_story.html?noredirect=on&utm_term=.5b9d825419dd

    Ho scritto che il 4° Potere è moribondo, ma sembra avere ancora la forza di correre verso il burrone.

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  5. Aggiorno il mio precedente post.

    Il luogo della vicenda è Baressa, un comune di appena 600 abitanti. La bambina era stata affidata al padre in modo esclusivo, quindi c’è poco da fare.

    Notare l’ipocrisia della madre che dice :
    “Perché al di là del mio interesse, ovvio, a stare con la mia bambina, non viene tutelato il suo diritto ad avere due genitori. Spostando mia figlia a 600 chilometri di distanza, non a Cagliari o Sassari, ma dall’altra parte del mare, mi viene impedito di fatto di vederla, anche nei giorni previsti dall’ordinanza. Una modalità di affidamento esclusivo, insomma, in più con la facoltà per il padre di intraprendere le decisioni più importanti della vita della bambina. Alla resa dei conti, si tratta di un affido monogenitoriale blindato: io come mamma non ho nessun diritto, giuridicamente sono stata estromessa dalla vita della piccola e fisicamente non sono in grado di gestire il mio ruolo materno”.”

    Ovviamente per lei è assolutamente corretto che il padre non possa gestire il suo ruolo paterno e non vedere più la bambina perché LEI decide di andare a vivere da un’altra parte.

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  6. Io abito per l’appunto ad Oristano. Che per la cronaca non è un piccolo paese, bensì una piccola città (ed è persino capoluogo di provincia). E francamente di “mobilitazioni” sulla vicenda qui non ne ho visto neppure l’ombra.

    A quanto mi risulta il teatro di questa notizia non è Oristano, bensì un paesino della Marmilla, che per ragioni che non comprendo non viene mai menzionato negli articoli di giornale in cui si parla della notizia.
    Ciò che invece sembra accertato, è che la donna abbia letteralmente andata via portandosi dietro la figlia, e il marito l’abbia pertanto denunciata per sottrazione di minore.
    Da qui, la decisione della magistratura di imporre il ritorno della bambina a Viterbo.

    Perché se è vero che un bambino non è un pacco postale, è altrettanto vero che esso non appartiene alla madre (o al padre) ma è un individuo a se stante che è soltanto affidato ai proprio genitori sino alla maggiore età. Sottrarlo alle cure di uno dei due genitori è un reato.

    Bene ha quindi fatto la magistratura ad imporre il rientro coatto della bambina a Viterbo (e bene ha anche quando è stato il padre a sottrarla, come accaduto recentemente in una vicenda analoga proprio in Sardegna, senza che però nessuno si sia indignato).

    Male ha fatto il giornalista. Ma questa non è di certo una novità.

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    1. Da nessuna parte. Se condividi la mia iniziativa e se ritieni che sia utile supportarla, puoi scrivere anche tu qualcosa all’Ordine dei Giornalisti della Sardegna o copia-incollare il mio articolo… insomma, assumi tu liberamente le iniziative che ritieni più opportune.

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