19 – Il minestrone del lunedì: mala tempora currunt

cura-ludovicoLa “cura Ludovico” esiste – Si dice che i veri grandi artisti sono tali perché hanno una capacità visionaria interdetta ad altri. Vedono o prevedono in qualche misura ciò che sarà nel futuro. Non perché siano dei paragnosti: semplicemente la loro sensibilità e capacità di analisi del reale, passata al setaccio di una grande cultura personale, li fornisce di strumenti predittivi spesso più che verosimili. E’ il caso della “cura Ludovico” rappresentata da Stanley Kubrick nel suo film “Arancia meccanica” (tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess). Un giovane violento viene “curato” tramite iniezione di droghe che lo fanno star male e sotto l’effetto delle quali è obbligato ad assistere a immagini di grande violenza. In sottofondo alle immagini viene mandata musica di Beethoven, ecco perché il nome “cura Ludovico”. All’uscita del film l’idea fece orrore, in qualche caso suscitò risate scettiche, eppure Kubrick aveva visto lontano. Quarant’anni dopo alcuni ricercatori in quel di Barcellona applicano la realtà virtuale come strumento di cura per uomini accusati di aver commesso violenza domestica. Non ci sono graffette agli occhi (e non c’è nemmeno Beethoven) ma visori da realtà aumentata, grazie ai quali questi uomini diagnosticati come “malati per mancanza patologica di empatia con le donne”, vestono i panni virtuali di una donna e affrontano uomini ugualmente virtuali che intimano il silenzio o di guardarli in faccia mentre parlano (violenze terrificanti invero…). I poveracci sottoposti a questo esperimento crollano in breve, un po’ come il buon drugo Alex di Arancia Meccanica: si sentono in colpa e aumentano (stando ai ricercatori) il loro livello di empatia. Non mi meraviglierei a sapere che, usciti dalla “cura”, diventano realmente violenti, pur non essendoli mai stati… Nel film ciò che Alex subisce ci appare una tortura, e così sembra anche la terapia inventata a Barcellona, Spagna (paese che si contende con l’Italia il riconoscimento di patria del femminazismo, come vedremo nel prossimo futuro), Unione Europea, anno 2018. Pensiamo questa cosa all’opposto, in onore alle pari opportunità: si potrebbe impostare una realtà virtuale dove una donna, nelle vesti di un uomo, subisce le tante variegate umiliazioni e violenze psicologiche che le donne sanno concepire e mettere in atto con grande perizia. Magari simulando anche processi penali a suo carico costruiti su false accuse per abusi sessuali, stupro, maltrattamenti, violenza, stalking e chi più ne ha più ne metta, carcere ingiusto incluso. E poi si potrebbe far sperimentare loro anche una forma di empatia attraverso cure reali, non più virtuali. Ad esempio consentendo loro di vedere i figli qualche notte al mese, durante le quali riscontrare in essi una manipolazione psicologica dell’ex coniuge finalizzata a generare odio, con in più un bell’assegno mensile da versare all’ex, talmente sostanzioso da dover dormire in macchina o pranzare alla Caritas. Chissà se qualche scienziato metterà testa e risorse anche a un siffatto programma di recupero per donne. Sarebbe più che utile. Prima candidata: la donna sarda di cui ho parlato venerdì. Vistasi privata da un giudice dell’affido, dato in esclusiva all’ex marito, cosa più unica che rara, ha dato di matto, ha sottratto il minorenne portandoselo a chilometri di distanza, mobilitando parenti, amici e giornalisti a proprio favore. In attesa che la forza pubblica restituisca il bambino al genitore affidatario, verrebbe voglia di contattare la donna e, a nome di tutti i padri separati, sussurrarle all’orecchio, in modo che tutte le altre donne però possano sentire: “brutta sensazione vero, gioia?”. Non si contano i padri e gli uomini che in quelle sensazioni ci vivono. O, frequentemente, ci muoiono (due suicidi solo settimana scorsa). In conclusione: amici ricercatori spagnoli, capisco che qualcuno vi avrà dato un bel po’ di grana per il vostro esperimento, tuttavia, con il permesso dell’Accademia della Crusca accettate questo mio invito: i vostri visori per la realtà virtuale con cui torturare i vostri concittadini uomini ficcateveli in culo.

goldiggerLe donne invece sono incurabili – Nessuno finanzia invece ricerche sperimentali per capire l’origine, e magari trovare una cura, di alcune gravi manifestazioni di “mancanza di empatia” da parte delle donne verso determinate altre categorie di esseri umani. I bambini in primis, come ho più volte notato in queste pagine, ma non solo. Anche sugli anziani c’è un accanimento particolare, specie se manifestano problemi psichiatrici. E non è solo un fatto di abusi e violenze nelle case di cura, anche al di fuori di esse non mancano esempi. Come nel caso delle due donne che a Castel Volturno hanno costretto per più di un anno e mezzo un’anziana di 66 anni, disabile e con problemi psichici, a prostituirsi. Altro che mancanza di empatia. Per fare una roba del genere serve un’anima talmente sub-umana che Mengele spostati… Poi c’è la malafede professionale, che è forse una delle patologie più diffuse e dannose in termini sociali: se di mezzo ci sono un minorenne e un uomo accusato, non si va tanto per il sottile, le perizie compilate da donne sono quasi standard. Ultimo esempio a Salerno, dove la neuropsichiatra infantile Maria Rita Russo è stata rinviata a giudizio per false dichiarazioni al PM che indagava su un caso di pedofilia in famiglia. Semplicemente aveva scritto che l’uomo sotto accusa era un pedofilo, punto e stop. Cosa dimostrata poi non vera in tribunale, ma intanto l’uomo la galera se l’è fatta per un po’ e la sua reputazione non esiste più. La domanda retorica, a cui molti amici di questo blog potrebbero rispondere al volo, è: quante Maria Rita Russo si annidano tra le consulenti dei vari tribunali d’Italia? Ci sarà mai modo di toglierle di mezzo e mandarle a lavorare in una miniera in Cina, dove sicuramente sarebbero più utili? Infine c’è il male femminile incurabile per eccellenza: quello di fare commercio di se stesse. Al di fuori strenue sostenitrici della parità, dei diritti e dell’emancipazione, in privato vittime dell’irresistibile richiamo del denaro. Sistematicamente quando si tratta di una separazione coniugale, ma anche nelle relazioni promiscue. #MeToo è basato quasi esclusivamente su questo assunto. Così anche Sylvester Stallone si ritrova sul banco degli imputati dopo secoli, e pure Jamie Foxx, accusato di aver schiaffeggiato una donna col pene (vi prego non ridete, è stato denunciato davvero…). Ed è una realtà che trova applicazione sistematica anche tra le persone ordinarie. Tipo la bella barista senegalese che a Vicenza ricattava un facoltoso imprenditore, arrivando a estorcergli 30.000 euro. Ma anche tipo la ragazzetta che si fa una scopata volante durante l’università, rimane incinta e si fa viva dopo ben sedici anni con il padre per avere una “buonuscita” di 100.000 euro. Chissà, magari a saperlo prima quell’uomo avrebbe avuto piacere di esercitare fin dall’inizio la propria parternità, senza trasformarla, lustri dopo, in uno strumento commerciale. Ma si sa: il controllo sulla progenie, sulla sua continuazione o meno, è tutto in mano alla donna, che ne fa l’uso che vuole. Il tutto a norma di legge. E per tutte queste anomalie non ci sono cure, né fondi per sperimentarne alcuna, sebbene ce ne sia palesemente un gran bisogno. P.S.: a proposito di questa patologica attrazione femminile verso il denaro, mentre scrivo nella mia città è in corso un Gay Pride (con gli immancabili bambini fianco a fianco di esibizionisti della propria sessualità…), e mi viene in mente una ferocissima (perché verissima) vignetta che coniuga i due temi. Eccola:

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femminiciL’enigma femminicidio – Poco prima di mettermi a scrivere guardavo RaiNews24. Il mezzo busto, sullo sfondo di una sfilza di scarpette rosse, esordisce: “femminicidio a Verona“. Parte il servizio. Due anziani, lei single, lui sposato, hanno una tresca. Lei lo minaccia di rendere pubblica la relazione, lui la strangola, prova a inscenare un suicidio, la mattina stessa del misfatto si sente male e finisce in ospedale. Le forze dell’ordine lo sgamano all’istante. E’ omicidio, per altro forse pure premeditato, su questo non ci piove. Ma è femminicidio? Cerco su Google per l’ennesima volta “definizione di femminicidio” e ne trovo ancora almeno dieci diverse. Tutte con un minimo filo rosso che le collega: il movente del femminicidio è sempre il fatto che l’uomo (a volte è il compagno, a volte l’ex compagno, a volte anche un estraneo, a volte tutti e tre, le variazioni sul tema sono tante, a seconda della tesi che conviene sostenere…) ritiene la donna una sua proprietà e non ammette che essa esca da questa logica, per esempio lasciandolo o andando con un altro. In questo senso il femminicidio è quando un uomo viene privato del suo “potere” sulla donna e non si rassegna a questa perdita. Bene, che c’azzecca il fatto di Verona con questa definizione del femminicidio? Lei l’ha sottoposto a una minaccia, forse anche a un ricatto, lui ha perso la testa e ha messo in atto una forma estrema, penalmente sanzionata, di autodifesa. Forse ha più senso vista in questo modo, o no? In caso di risposta positiva, l’invito ai media è di fare con i loro titoli e annunci di “femminicidio” la stessa cosa che abbiamo invitato a fare i ricercatori spagnoli con i loro visori virtuali. E di farlo a prescindere, ma soprattutto in questo caso.

AlienLa mano tesa non conviene – Vorrei raccontarvi brevemente un mio incontro ravvicinato del terzo tipo con le extraterrestri del femminismo estremista italiano. Non metterò link o screenshot altrimenti andrei lunghissimo: chi è interessato ai dettagli si iscriva a Twitter e mi raggiunga là. Insomma che tutto parte con una lunga discussione sulla femminilizzazione di alcuni termini italiani (sindaca, ministra, eccetera), in cui mi sono infilato perché avevo tempo da perdere ed ero curioso di capire i vortici di pazzia ragionativa degli extraterrestri. Tiro in lungo il confronto, in cui entra anche, chiamata come rinforzo dalla sorellanza, nientemeno che l’Accademia della Crusca la quale, per aiutare le aliene, cita link ad articoli che non dimostrano nulla, anzi quasi appoggiano la visione “purista” della lingua di cui mi faccio sostenitore. Insomma si tira avanti per un po’, arrivano in molte, arpie, erinni e furie, ad attaccarmi, dileggiarmi, in qualche caso anche insultarmi, ma con prudenza. Finché una delle loro più attive kapò, Luisa Rizzitelli, si sbilancia scoprendo il gioco che portano avanti da tempo: “non ti faremo certo pubblicità commentandoti”, dice. Ecco perché entrano in polemica e conflitto praticamente con tutti tranne che con me. A parte la paura di far la figura delle fesse, c’è anche un disegno preciso per non “farmi pubblicità”. Non che non me ne fossi accorto, per carità, però sentirmelo dire così chiaramente mi ha fatto effetto. Quella di Rizzitelli è una voce dal sen fuggita, lo capisco perché da quel momento non si fa più viva, probabilmente messa zitta da qualche altra kapò. Il bello viene dopo però: alzo volutamente il tono della discussione, portandola al livello del conflitto. Nel momento in cui la falange extraterrestre si predispone a battere in ritirata, ammorbidisco i toni, li rendo volutamente pacifici e svelo il mio vero obiettivo: sederci tutti attorno a un tavolo, superare le cazzate ideologiche e iniziare a impostare insieme un futuro sostenibile e sensato per le generazioni future. Una mano tesa, insomma. Una mano di pace, sincera. Ne rimane una sola a discutere con me, che parte con una supercazzola che Conte Mascetti levati, il tutto per dire in sostanza che finché non ci convinciamo tutti a dire “sindaca” o “ministra”, non è possibile impostare un dialogo paritario. Una cazzata colossale insomma. Un pretesto per poter rifiutare la mano tesa. Perché non c’è nulla più di un confronto pacifico volto al superamento dei conflitti a spaventare le aliene della sorellanza. E’ dal conflitto permanente che traggono linfa vitale, senso di esistenza e appartenenza e, in molti casi, anche fama e denaro. Non sono interessate, per loro stesso statuto, alla pace produttiva tra generi. A loro interessa la guerra per la guerra. Lo sapevo già, e per noia ne ho cercato un’ulteriore conferma. Roba depressiva, più per la loro pochezza umana che altro. Mi hanno sollevato però i molti messaggi privati che mi sono arrivati su Twitter da tantissime persone, in maggioranza donne, che hanno espresso sostegno alle mie posizioni e un aperto disprezzo per quelle aliene. Ho avuto la prova che sono poche, rumorose, in malafede. Pericolose in ogni caso, ma davvero risibili di per sé. Buone per passarci un’oretta di divertimento di basso livello. Come quando da ragazzini ci si divertiva a far innervosire il cagnetto legato alla catena o chiuso dietro un cancello.

35283723_176273059705568_1385823583770509312_n#MeToo, pesi e misure – Ricordate l’insegnante torinese ripresa a insultare le forze dell’ordine durante una manifestazione? Come saprete, è stata licenziata per motivi disciplinari. Non so se c’è un collegamento tra il licenziamento e le sue urla bestiali in manifestazione, ma nel caso ci fosse, troverei il tutto un atto di autoritarismo. Oggi purtroppo i processi si praticano sui media e se basta una pressione per far licenziare un’insegnante, be’, che tutti si preparino a una caccia alle streghe… E’ una posizione che sostengo per gli uomini, da Weinstein in giù, ma anche per le donne, ci mancherebbe. Sorprende però che a sostenere questa idea, con le stesse identiche parole, sia il gruppo Facebook “Abbatto i muri”, uno degli house organ più attivi del femminazismo contemporaneo. Un gruppo che fa del #MeToo una ragione di vita, non solo uno schema di pensiero. Ebbene, pare però che quando la logica #MeToo viene applicata a una di loro, con gogna mediatica invece di equo processo, con conseguenze professionali prima di una sentenza, allora non va più bene. Ma quanto sono tragicomiche?

Salvini-AquariusIn quanto padre, finalmente – Come ho già detto più volte, non intendo entrare in questioni puramente politiche su questo blog, tanto meno affrontare argomenti che esulino dal suo punto centrale: i rapporti di genere e le anomalie connesse. Ugualmente non approvo né pubblico commenti fuori tema. Dunque si prenda la mia osservazione per quella che è: Salvini e la paternità. Più volte, nell’affrontare l’assalto critico per le sue scelte ministeriali ha fatto riferimento al suo essere padre. E’ accaduto così spesso e in sedi così diversificate, compreso il Parlamento, da suscitare inevitabilmente il fastidio di chi lo avversa. C’è così poca abitudine a vedere esibito il ruolo paterno come portatore di valori, che l’opinione pubblica e chi le detta cosa pensare rimane spiazzata. Una persona garantisce la propria buona fede “in quanto padre”? Ma non erano gli uomini quei mostri dediti alla pedofilia e alla violenza sulle donne? No, ben svegliati, non è così. Essere padre è un valore qualificante della persona. La si pensi o meno come Salvini, è apprezzabile che un politico di potere e che rappresenta un’istituzione utilizzi finalmente con orgoglio questa qualifica. Nel deserto e nella condanna a prescindere in cui noi maschietti viviamo perennemente è già qualcosa.

tavecchioC’è un giudice in Italia – Metti una signora di una certa età, che decide di denunciare molestie dopo un bel po’ di tempo, magari contro un signore potente e ricco. Metti un giudice, finalmente con le idee chiare in questo paese, che sentenzia: alla tua età la vedo dura farti intimidire da qualche avance, e comunque dovevi svegliarti prima, quindi falla finita che abbiamo altro di più importante da fare. Questo è accaduto al termine del procedimento per molestie contro Carlo Tavecchio, ex numero uno del calcio italiano. La notizia è che c’è un giudice in Italia.


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10 commenti

  1. Una “vergognosa abitudine maschile” che presto “diventerà un crimine punito con severità”.

    “Vergognosa abitudine maschile”.
    “Abitudine maschile”.
    “Abitudine”.
    “Maschile”.

    Così dice Enrico Franceschini (grande esperto?) su Repubblica (link in basso).

    Theresa May, sconvolta, ha espresso “rincrescimento”. Subito dopo, anche cordoglio.
    Il deputato “colpevole” di avere ostacolato la “approvazione immediata” del provvedimento ha fatto prontamente “mea culpa”.

    “Ha spiegato che anche lui è favorevole a una dura punizione” ma che “si è opposto al voto per acclamazione” per quisquilie tipo “che il parlamento debba sempre e comunque dibattere qualsiasi atto prima di approvarlo”.

    Vergogna!

    Lo (o il o la) “upskirting” è una deviazione sessuale che colpisce maggiormente le dipendenti del Parlamento inglese, ma non solo, inducendole ad appendere le loro mutande sulle maniglie delle porte.

    Il reato scatta quando i parlamentari inglesi maschi si fanno un selfie con le mutande.

    Non è reato invece indossare le mutande sopra le gonne (da cui up-skirt).

    Non è altresì reato indossare le mutande sotto minigonne inguinali.

    Io, dall’immagine, l’ho capita così.

    http://www.repubblica.it/esteri/2018/06/18/news/_upskirting_ai_comuni_arriva_la_protesta_delle_mutande_-199356301/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P31-S1.6-T1

    Magari non è la notizia più fondamentale dell’anno, però mi ha fatto molto ridere.
    Amo diffondere gioa e felicità 😀

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  2. Poiché nel minestrone di oggi si parla di “cura Ludovico”, non avendo noi i mezzi per permetterci una fem-virtual-empathy-nazi-machine, ci tocca fare alla vecchia maniera.

    Chi si ricorda la storia di Enzo Alberto Tana?

    Una storia agghiacciante, così simile a tante altre, purtroppo. Per chi non la conoscesse, qui una sintesi efficace: http://it.avoiceformen.com/falseaccuse/false-accuse-il-ruolo-di-avvocati-e-giornalisti/

    Riporto alcune frasi che il povero Tana si è sentito vomitare addosso:

    “Ricordati che se un giorno ti dovesse balenare nella mente l’idea di separarti da me, da quel momento tu non vedrai più tua figlia e non sarà mai il giudice a deciderlo, ma io soltanto”.

    “Caro Alberto, ti volevo dire che se non provvedi immediatamente a intestare a me la casa coniugale, andrò dai carabinieri e ti denuncerò per le violenze e gli abusi sessuali che hai commesso su tua figlia”.

    “Iniziò così il processo che mi vedeva accusato di aver abusato della figlia, di averla picchiata, costretta a vedere film e riviste pedopornografiche, di averla condotta insieme alla madre in giro di notte tra prostitute, travestiti. Appresi di essere alcolista e drogato, oltre che un maniaco sessuale compulsivo. Mi si attribuivano anche malattie neurologiche. Un mostro e uno psicolabile”

    E questa è la parte leggera.

    Esiste un libro intero fatto scrivere alla figlia, con accuse orribili e infamanti, tanto da essere stato giustamente ritirato dopo l’assoluzione piena del padre. La figlia si è poi pentita e di libro ne ha scritto un altro, questa volta in difesa del padre, incontrando stranamente resistenza a pubblicizzarlo. Un inferno anche per lei, due vite spezzate.

    I virgolettati di cui sopra sono presi da questo articolo di Repubblica di 3 anni fa a firma di Katia Riccardi: http://www.repubblica.it/cronaca/2015/03/26/news/alberto_tana_processo-110293702/

    Senza troppa sorpresa (per noi) si nota il consueto tentativo di far passare la vicenda come un fatto eccezionale, “effetto domino di un errore di valutazione”, un battito d’ali di farfalla sfociato in tempesta, praticamente un caso sfortunato.

    Ma…

    “Il resto sono una serie di particolari dettagliati, con tanto di prefazione di una nota avvocatessa (“Nel collegio giudicante c’è un amico di famiglia”, afferma).”

    Il riferimento è alla prefazione del libro ritirato. Ma chi è questa “nota avvocatessa” di cui volutamente Repubblica omette il nome? In realtà quel libro non è propriamente scomparso. Sembra resistere una copia kindle ancora scaricabile. E volendo si trova facilmente anche sulla rete Torrent.

    La nota avvocatessa è “Tina Lagostena Bassi”. Qualcuno se la ricorda per questa vicenda? Direi di no. Ma non è tutto. In un articolo del 2000 su “Il Tirreno” si scopre esistere anche un sito internet così costruito:

    “Il sito di Carolina è semplice, azzurro, appena un gabbiano lo abita: qui Carolina parla di sé, e la aiutano le dichiarazioni di Tina Lagostena Bassi, Danila Bonito, Lidia Ravera, Alessandro Meluzzi. Nomi della cultura e del giornalismo si sono stretti solidali attorno a questo progetto. L’avvocata Lagostena Bassi ha anche scritto la prefazione a «La Bugiarda»: nota per il suo impegno politico e civile, nonché coautrice della legge contro la violenza sesuale approvata nel febbraio del 1996, ha preso a cuore il caso di Carolina T.: «mai le leggi – scrive – sono state applicate in maniera tanto distorta come quando la vittima è un bambino che ha subito il più grave di tutti i delitti: gli sono stati uccisi, e per sempre, i sogni».”

    http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2000/07/02/LT101.html

    Purtroppo neanche il sito c’è più. L’indirizzo citato nell’articolo (carolina.com) è evidentemente sbagliato, non so se volutamente o meno, comunque non corrisponde alle istantanee che ho verificato su Web Archive dal 1996 in poi. Ma non dispero ancora di trovarlo. Un vero peccato perché sarebbe stato utile conoscere le parole di quelle cime di “intellettuali”, e magari anche chiedergliene conto.

    Ma c’è qualcosa di più profondo in questa vicenda (che a questo punto se non vi ha causato un attacco di empatia devastante, allora significa che siete proprio spacciati come essere umani) e sono le conclusioni del padre.

    “Se un solo lettore riceverà aiuto da queste pagine per superare un momento difficile, il mio obiettivo sarà stato raggiunto” scrive nel libro Il buio negli occhi – La colpa di essere innocente (Sovera edizioni, 2013, 171 pp. 14 euro)”.

    E ancora:

    “In realtà – continua Tana – dentro di me avevo già rinunciato da un pezzo a Carolina, mia figlia era morta per me l’istante stesso in cui mi chiamò ‘il Tana’. Ucciderla dentro di me e contro di me, la più atroce crudeltà che ho mai commesso ai miei danni, fu quella la vera impresa”.

    Immaginatevi a sopravvivere a tutto questo.

    Per me, Alberto Tana, è un Gigante.

    PS: Mi scuso per la lunghezza del commento, ma ho riflettuto fosse meglio riportare ampi stralci delle fonti. Visto che misteriosamente diventa sempre più difficile seguirne le tracce…

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  3. La Rizzitelli era relatrice al convegno…”La ripresa è donna”, organizzato a Roma nel novembre 2017 a Montecitorio ancora sua maestà Boldrini sedente.
    Arduo pensare che con questa capacità d’infiltrazione istituzionale, queste “antagoniste” siano interessate a cercare collaborazione col maschile (qualsiasi cosa significhi).
    Più facile pensare che ambiscano a schiantarlo.
    Il loro orizzonte è il conflitto. Il loro obiettivo è la spallata.
    Lecito?…certo che si.
    Basta però che questo pensiero sia reso chiaro ed esplicito, divulgato.
    E questo a mio avviso ancora non è fatto a sufficienza.
    Mistificazione e ambiguità sono ancora i suoi tratti salienti, sapientemente ammantati di progressismo.
    A dire il vero questa corrente virulenta del femminismo è largamente minoritaria.
    Ma sa bene (conoscendolo a fondo) d’avere dietro di se uno sconfinato bacino di femminile “interessato” e poco propenso al filosofeggiare.
    Un femminile accaparratore.
    Di qualsiasi tornaconto.
    Avuto in qualsivoglia modalità.

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      1. Per questo io sono fermo!!!! Non posso accettare organizzazioni di chi crede di sapere ma in realtà ha perso caparbiamente l’orientamento !!!!! Ciao gentile Amico Stalker Sarai Tu !!!!! Giovanni Pancari

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