La verità di Giuseppe – Denunce strategiche

separazione-mantenimento-affido

Il caso della bimba di Oristano che rischia per decisione del giudice di vedersi riportata di peso a Viterbo, non è l’unico, non è il primo, e non sarà l’ultimo caso di improvvidi allontanamenti di padri con l’unzione dello spirito della denuncia. Incredibile il coro di commentatori che di fronte ad un chiaro caso di sottrazione di minore dal padre, preceduta da una strategica denuncia di violenza, vede difendere a spada tratta l’operato di una sciagurata che decide che per lei è meglio trasferirsi in Sardegna vicino alla sua famiglia, dopo la separazione, e nottetempo prende il volo con la bambina, mettendo il mare tra questa ed il padre.

Incredibile l’invito di alcuni ad impedire, invitando il paese alla sommossa, forse grazie ai pentoloni di olio bollente dall’alto delle mura, che le forze dell’ordine riportino, su ordine del giudice, la minore al suo paese, a Viterbo, vicino al padre, e visti vani i tentativi di indurre la madre a rientrare. Intanto il tempo passa, ed il parroco di Oristano suonerà le campane, dicono, chiamando alla rivolta i compaesani della signora che poverina non aveva abbastanza clienti, come avvocato, a Viterbo, e soffriva di nostalgia materna. Evidentemente le sentenze si rispettano solo quando di chiara matrice filomaterna o pseudo femminista. Ultima novità che qualche giornalista mercenario tenta di inoculare nel popolo beota grazie ad una politica compiacente. Povero quel giudice, mi viene da dire, pagherà caro, mediaticamente e non solo, il suo tentativo di far rispettare la bigenitorialità, principio sacro in nome della sanità mentale e fisica delle future generazioni.

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Mi incuriosisce, per analoga significatività, un altro caso, uno dei tanti simili reperibili in rete o sui quotidiani. Arezzo, 6 giugno 2016. “Un’altra storia di violenza sessuale nascosta dalle mura domestiche” (!?), così titola il giornale, condannando già senza appello l’accusato. Una storia che inizia nel 2010 tra una ragazza aretina, all’epoca poco più che trentenne, e il compagno. I due hanno una bimba piccola. La coppia vive a pochi chilometri dalla città ma i rapporti si incrinano, i litigi abbondano. Un bel giorno, secondo la denuncia presentata dalla ragazza, avviene lo stupro. Dove? All’interno dell’abitazione dove i due risiedevano ormai da “separati in casa”. Condizione già di sospetta continuazione della convivenza, con la coppia costretta a condividersi ancora i servizi e in ovvia promiscuità nell’intimità della stessa casa.

Ma attenzione, la denuncia parte non subito; l’episodio di aggressione sessuale viene descritta con brutalità, ma solo 20 giorni dopo, giorni nei quali si desume che la coppia con la bambina continui a vivere sotto lo stesso tetto. Come se non bastasse, quindi, oltre all’ovvia considerazione che vivere “separati in casa” non essendo una condizione di separazione giuridicamente rilevante, equivale a dire che il marito ancora convivente ha stuprato le sua compagna, in assenza di qualunque testimonianza del diniego di questa, avviene che la signora madre accarezza da tempo il progetto di trasferirsi, cui il compagno pone ostacoli. A questo punto dovrebbe far testo una certificazione medica prontamente procurata dalla donna presunta vittima di violenza! Seconda falla. Manca ogni riscontro medico, nel senso che l’aggredita non si è mai presentata al pronto soccorso per farsi refertare e per fare in modo che i medici accertino le eventuali anche piccole lesioni riportate. Quindi la sua parola contro quella dell’ex compagno.

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Ora, un dubbio sorge spontaneo. Forse la donna in questione ha chiesto un consiglio legale, su come far uscire di casa il compagno, riottoso e ostinato padre? La vicenda si sposta poi a Rimini, la città nella quale si incardinerà il processo di primo grado e dove la donna si era trasferita certo non improvvisamente dopo la denuncia. A quel punto le accuse della donna sono quelle che riempiono le cronache dei media: minacce, appostamenti, insomma tutto quanto fa stalking. Lo stupro viene ben accompagnato, alla faccia della convivenza da “separati in casa”, da persecuzione fuori casa durante la convivenza. E c’è da scommettere, nel caso, che l’uomo semplicemente paventasse una partenza della donna con la bambina. Parte il processo e per l’uomo non c’è scampo, dalla corte arriva la stangata e una condanna pesantissima a sei anni e mezzo di reclusione.

La sentenza, che risale alla fine del 2016, è stata ovviamente appellata dal condannato. La difesa punta sulla mancanza di un riscontro obiettivo rispetto alla testimonianza della donna, sempre ricalcando per filo e per segno la prima versione resa davanti ai giudici. L’uomo molestatore e stupratore deve essere colpito senza pietà. Ma il fatto che manchi un esame clinico immediatamente successivo alla violenza è ritenuto dalla difesa un elemento da prendere in considerazione ed è per questo che l’avvocato ha chiesto nell’ultima udienza alla corte di appello di Bologna che il suo assistito venga assolto. Pesa ovviamente il precedente giudizio di primo grado, quando il collegio ha accolto in toto le istanze proposte dalla donna. Altra falla: lei, non si è costituita in appello come parte civile e nel frattempo ha rimesso alcune querele avanzate in precedenza con accuse di stalking all’ex compagno. Ancora una stranezza, sembra che il desiderio di giustizia si affievolisca tutto sommato in breve tempo. Quello necessario al trasferimento altrove e all’allontanamento della figlioletta dal padre.

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In questa storia è da rilevare soprattutto la ineccepibile valenza data dal giudice a quanto riferito in denuncia dalla signora. Che viveva sotto lo stesso tetto col compagno, che attende 20 giorni a denunciare, o riferisce in denuncia di essere stata oggetto di violenza sessuale 20 giorni prima. Quando lo sconcerto per la violenza subita ha lasciato il posto alla determinazione, o quando è impossibile ormai rilevare tracce della violenza, di modo da poterla supporre? Il compagno per intanto è bollato come violento, da subito subisce un allontanamento forzato a centinaia di chilometri dalla figlia, e attenderà i successivi gradi di giudizio con un marchio sul groppone. Mentre la ex avvicina il pollice al naso e mano aperta in sua direzione.


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5 commenti

  1. Qui la logica doppiopesista del femminismo si supera senza ormai più ritegno alcuno.

    Ditemi voi se si può continuare con questa stampa. Io sono senza parole.

    Ampio estratto dalla rubrica Lato Boralevi su La Stampa.

    “Io penso, magari sbaglio, che una condanna questa donna la stesse vivendo da molto tempo. Aveva sulle spalle, dice la cronaca, un matrimonio finito.

    Forse le era rimasto addosso il dolore, il senso di inadeguatezza, l’umiliazione, l’impotenza. Forse si era condannata da sé a vivere dentro la prigione dello sfinimento, del risentimento, della paura.

    Deve esserci una ragione, per cancellare dalla coscienza la consapevolezza delle proprie azioni. Questa donna ha usato un ragazzino per trovare requie alla sua angoscia. È vero, a noi donne capita di raccontarci la favola dell’amore, quando si tratta d’altro. Ma questa favola non è accettabile. A 13 anni, quando la vicenda ha avuto inizio, si è creta nelle mani di un adulto. E se questo adulto è la professoressa, sei succube a priori.

    Certo, l’amore ha infinite sembianze. La professoressa è innocente fino al terzo grado di giudizio. Ma questa specie di «amore» a me pare intollerabile. Perché anche i pedofili parlano «d’amore» alle loro vittime.”

    http://www.lastampa.it/2018/06/21/societa/la-professoressa-e-il-ragazzino-se-questo-amore-l4tr4TIeHgBdUAIWGzmvjJ/pagina.html

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  2. La verità è che la signora lavora a Oristano (cittadina di media grandezza, oltre 30mila) ma vive in un paesino di circa 600 abitanti. Posto adatto per la bambina, visto che i coetanei saranno appena una ventina.
    L’egoismo narcisista della madre rovinerà l’infanzia alla figlia. Di stronze che si prendono il mantenimento dei figli per poi scaricarli ai nonni ce ne sono troppe. A volte sono proprio questi ultimi che, incazzati, prendono accordi con l’ex per fargli vedere i ragazzi all’insaputa della snaturato. Cosa che succede molto più spesso di quanto si pensi, questo spiega perché molti/e figli/e di separati appena possono tornano col padre lasciando la mamma inc…ta.
    Ma stranamente nessuno ne parla.

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  3. Processo in svizzera in contumacia…perché nn tengo i “piccioli” x difendermi…allontanato dal figlio solo sulla base delle sue dichiarazioni…ad oggi sono 3 anni…mio figlio nn mi vuole più vedere e per il giudice tanto basta ..senza nemmeno farsi una domanda”se x caso avesse subito alienazione…”intanto lo stato svizzero che mi ha mandato tutti gli atti in tedesco…..mi ha chiesto zche soccombente 1980 euro di spese legali….

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