Quella mai rilevata sindrome di Medea

veronica-panarello-675Medea è una figura dell’antica mitologia greca, rappresentata in meravigliose opere teatrali di autori classici come Euripide e Ovidio. Dice una sua efficace descrizione: “è uno dei personaggi più controversi della mitologia greca, esistono numerose varianti ma in tutte le vicende essa rappresenta la madre assassina dei propri figli, che uccide non per odio diretto ai figli, ma semplicemente perché questi sono un ostacolo al suo vivere. Medea quindi uccide i suoi figli per sfogo e per vendetta. É crudele, gelosa e possessiva e l’unico sistema di cui è capace è uccidere“. Ed è anche la prima figura che mi è venuta in mente quando ho sentito la notizia della conferma in appello della condanna a 30 anni di reclusione per Veronica Panarello, madre di Loris Stival, ucciso a otto anni proprio dalla madre, come ha accertato la Magistratura.

La donna, secondo i giudici, ha tenuto “una condotta processuale deplorevole, reiteratamente menzognera, calunniosa, manipolatrice”. Tale da confermare la definizione che di lei diede il giudice del Riesame: “lucidissima assassina”. Nientemeno. E alla lettura della sentenza ha reagito coerentemente con questa definizione. Non ha pianto disperata professando la propria innocenza. Trattenuta dalla Polizia Penitenziaria, ha inveito contro il suocero, con cui pare avesse una relazione e sulle spalle del quale ha provato a caricare la responsabilità dell’omicidio, minacciandolo di morte una volta uscita dal carcere. “Ti ammazzo con le mie stesse mani”, ha gridato, delusa forse dal fatto che stavolta la giustizia non è caduta nel tranello dello scarico di responsabilità su un uomo.

bimbopicchiatoDi fronte alla morte di un bambino per mano della madre, ma anche di fronte a condotte del genere, è perfettamente inutile ribadire concetti già più volte espressi sul fatto che la violenza, la pazzia, l’omicidio non hanno genere. Sono abissi umani e basta. Concetti troppo palesi e validi per rendere anche solo minimamente fondata la definizione di “femminicidio”, che pure viene affermata a gran voce, con il sostegno di statistiche quantitaivamente meno che risibili. E proprio l’irrilevanza di quei numeri mi ha indotto ad aprire “il conteggio infame” visibile sulla homepage di questo blog, dove si contano le donne che hanno maltrattato, abusato o ucciso soggetti più deboli di loro, anziani o minori (e che per questo sono finite sui media, dunque il sommerso resta sconosciuto). I casi nel mio conteggio sono già ampiamente oltre i più larghi elenchi dei cosiddetti femminicidi tenuti dalle varie organizzazioni che basano il proprio interesse sulla bolla del maltrattamento delle donne.

Nonostante i numeri parlino chiaro, questa sindrome di Medea, questa spinta che colpisce così tante donne e madri a divorare i propri figli, non ha mai trovato né misurazioni né analisi un minimo approfondite (escludendo dal novero i testi accademici specifici di psicologia o psichiatria, ovviamente). Ho cercato tanto nelle statistiche ISTAT, del Ministero della Giustizia o dell’Interno, sotto la voce “infanticidi”, ma non ho trovato dati precisi e conclusivi declinati per genere sul fenomeno dell’uccisione dei figli da parte del genitore. Si sa, semplicemente dalla cronaca, che atti così orribili vengono giustificati, nei media come nei tribunali, con le varie crisi post-partum o più banalmente con l’incapacità di intendere e di volere, garantendo nella maggior parte dei casi una clemenza mai riservata ad autori di reati uguali e di sesso maschile. A meno che, come nel caso di Veronica Panarello, l’autrice non esibisca, o non riesca a trattenere, tutta la demoniaca bestialità di una donna che si volge al male assoluto. Allora, ma solo davanti all’evidenza e all’irriducibilità, la giustizia ci va giù pesante. Vivaddio.

baby-1178539_640-420x279Ci deve essere un motivo che, al di là delle crisi post-partum, spieghi perché così tante donne sentano la spinta a fare violenza e spesso sopprimere il frutto del proprio ventre. Cosa accade nella loro testa? Cosa nel cuore (sempre che ne abbiano uno)? E perché quel relè infame non scatta, o scatta molto più raramente, nell’uomo? Incominciare a misurare analiticamente e ufficialmente questo fenomeno in un’ottica antropologica e sociologica potrebbe essere utile anzitutto per evitare le morti precoci e violente di tanti minorenni, ma soprattutto aiuterebbe a dare uno spaccato della nostra società ben più preciso dei numerelli sui cosiddetti femminicidi o, ancor più, sulle stime ipotetiche basate su interviste a campione. Sarebbe materiale utile per studiosi e legislatori. Sarebbe una luce vera gettata su un fenomeno vero. Ed è forse per questo che nessuno lo fa, lasciando al mio modesto “conteggio infame” un compito più grande di lui.


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