22 – Il minestrone del lunedì: mala tempora currunt

gelatoNon usate certi termini. Anzi non parlate proprio… – Editori Riuniti, casa editrice ed ex house organ del defunto Partito Comunista, pubblica il libro “Brave con la lingua“. No, non è un libro erotico (purtroppo), bensì la raccolta di quattordici racconti-testimonianze di “quanto le parole abbiano determinato la vita” delle donne. Un esempio: “mamme, casalinghe, isteriche, maschiacci, puttane, belle ma solo belle, intelligenti ma inguardabili”. Tutte definizioni che, secondo le autrici, hanno condizionato la loro esistenza, naturalmente tanto negativamente quanto patriarcale è questa zozza società… Eppure la parola è uno strumento meraviglioso, utile a un primo livello per dare una riconoscibilità alle cose: “mamma” definisce uno status e un ruolo usualmente assunto in modo volontario dalla donna, vederci una forzatura significa avere le scoregge nel cervello o essere in malafede ideologica, e le due cose spesso coincidono. Idem per le altre parole, che vanno anche oltre la mera necessità definitoria, e si colorano di ironia, sarcasmo, talvolta disprezzo, come tali parimenti pronunciate da chiunque verso chiunque, a prescindere dal genere. Si tratta di cliché linguistici che nascono, si affermano, muoiono sostituiti da altri. E che valgono per tutti: le ironie sugli uomini bassi di statura (con la connessa regola della L), quelli poco abili a gestire la vita (gli sfigati), quelli che non sanno fare più cose contemporaneamente, che cadono moribondi con 37 di febbre, o più genericamente “casi umani”, come chiama Lucarelli tutti quelli che non le sono andati a genio… ce n’è per i poveri e per tutti insomma. Dire di sentirsi condizionati da normali definizioni generalizzanti, anche superficiali, è una strumentalizzazione ideologica che trova il suo fondamento nella dilagante personalità “snowflake”, così strumentale all’isteria femminazista. Dire di sentirsi condizionate, ferite, abusate, maltrattate, stuprate, sminuite perché qualcuno ti chiama “maschiaccio” è utile a porre la donna su un piedistallo che nessun essere umano di nessun genere merita. E’ utile a distruggere le relazioni umane, perché allora, se la sensibilità è così alta, se basta così poco per sentirsi feriti, tanto vale tacere tutti. Mettere a tacere il mondo, eccetto loro stesse, è uno degli obiettivi di Rosa Nostra. Che non accetta la soluzione tradizionale e alternativa: rispondere alla parola che “ferisce” tirando fuori il carattere per dimostrare che la definizione è infondata. Così le relazioni aiutano gli individui a evolvere. Reclamando protezione da tutto, incluse le parole, significa tentare di rinchiudere il resto dell’umanità in un bunker silenziato. Significa ricerca di privilegio.

mansplaining… e non spiegate nulla, per carità! – L’università di Adelaide, in Australia, pubblica un cartellone pubblicitario dove un ragazzo, probabilmente un insegnante, spiega delle robe a un gruppo di ragazze che ha intorno. Una scena che immagino si replichi costantemente in ogni scuola o università del mondo. Per altro anche in termini inversi, con insegnanti donne che fanno lezione e spiegano a platee maschili. Nonostante ciò (si sa, la normalità non piace al femminazismo), è scoppiato uno scandalo che è riecheggiato a livello internazionale, Italia compresa. Quel manifesto non va bene, è sessista, perché rappresenta il mansplaining. Tradotto significa: “la spiegazione maschile” e si tratta di quel viziaccio di noi maschi di dire a una donna: “no, aspetta, non hai capito…”, seguito da una spiegazione più chiara del concetto. E’, secondo il femminismo commerciale di oggi, una manifestazione dell’oppressione maschile sulla donna, perché presuppone che questa non abbia gli strumenti per capire alla prima, o comunque non sia attrezzata per sapre tanto quanto, se non di più, rispetto al maschio. La donna, in questa visione, capisce sempre alla prima, in ogni circostanza. Anzi, di base ha la scienza infusa ed è per natura superiore a quella dell’uomo. Che dunque non deve permettersi quell’atteggiamento odioso da maestrino con la penna rossa. E’ chiaro che siamo all’isteria uterino-patologica più totale. Nelle relazioni tra esseri umani capita che ci sia chi sa di più e chi sa di meno, chi capisce al volo e chi ha bisogno di più tempo, e quando le conoscenze sono analoghe, nel loro confronto risiede la crescita individuale e collettiva. Il tutto a prescindere dal genere. Poi è nella natura dell’individuo pensare di sapere comunque più degli altri e porsi “in cattedra”, e questo capita a donne e uomini indistintamente. Il deficit dunque non risiede nel genere, ma nella difficoltà individuale ad accettare sempre un atteggiamento umile, di incontro, dialogante. Quello che manca, ad esempio, al noto Prof. Burioni, che pure stimo molto. Ma attenzione: questa del mansplaining non è e non deve essere ridotta a mera nota di costume, a una delle tante follie femministe contemporanee. Ha, come per il precedente discorso sulle parole, ricadute concrete. Provate a confrontarvi con una femminista militante, ad esempio Murgia su Twitter. Nell’esatto istante in cui opponete vostre argomentazioni più efficaci e convincenti delle sue (che di convincente hanno davvero poco, quindi si vince facile…), lei vi scarica con un semplice hashtag: #mansplaining e interrompe così il confronto. Insomma che con una semplice paroletta in inglese si attua la fuga dall’interlocuzione, ci si ritira sull’Aventino di una supposta (in tutti i sensi) superiorità morale e intellettuale, sottraendosi al dibattito e rinunciando così alla crescita che sorge da un sano confronto reciproco condotto alla pari. Con il vantaggio aggiuntivo di appiccicare addosso alla controparte un’etichetta internazionalmente riconosciuta come una lettera scalatta di onta, vergogna e dileggio. Un altro strumento in mano alle femministe per rendersi unilateralmente torri d’avorio, alte, intoccabili, ipersensibili, disponibili solo al conflitto o alla ritirata sdegnosa. Alla fine, “mansplaining” è l’istituzionalizzazione del piccione sulla scacchiera. Una deriva che, se si afferma davvero, renderà i banchi di scuola o le aule universitarie luoghi di incomunicabilità e conflitto. A meno che il mestiere di insegnante non venga in futuro riservato alle sole donne. E non mi meraviglierei a scoprire che anche questo fa parte del piano.

paygapAncora tu – Dimostrato ormai quasi scientificamente a livello mondiale come fuffa priva di ogni fondamento, ogni tanto, forse per carenza di altre notizie, sui media salta fuori il problema del pay-gap, ovvero la “abissale” differenza di retribuzione tra uomini e donne. Ne ha parlato, con i soliti toni faziosissimi, Repubblica, riprendendo alcune rilevazioni dell’osservatorio JobPricing. Un’agenzia dell’ONU? Dell’Unione Europea? Macché: è una di quelle società private che fanno job consultancy, empowerment of human resources and enterprise enhancement for total reward. Cioé? Un cazzo. Fuffa. Ciaccole per vendere servizi e prendere consulenze i cui risultati non adontino i committenti… Ebbene questo mostro di oggettività dice che tra le retribuzioni delle donne e quelle degli uomini in Italia c’è una differenza di 3.000 euro lordi annuali, e che complessivamente il nostro paese è messo malissimo rispetto alle differenze salariali tra uomo e donna. Metodo di elaborazione: il solito. Somma di tutti gli stipendi degli uomini, somma di tutti gli stipendi delle donne, probabilmente con utilizzo della media, e loro confronto. E sticazzi? La verità è una e una sola: se ho un uomo e una donna contrattualizzati con lo stesso CCNL, allo stesso livello, con la stessa anzianità e le stesse mansioni, e al netto di eventuali superminimi o indennità particolari, e vi è un’eccessiva differenza nei loro stipendi, secondo il diritto del lavoro in Italia si commette un reato. Il lavoratore che prende meno può intentare una causa, e farebbe bene a farlo, perché vincerebbe a mani basse. Per questo nessun imprenditore si sogna di pagare meno le donne, a parità di inquadramento. Anche perché, se fosse possibile, ci sarebbe la piena occupazione femminile. Discorso chiuso una volta per tutte?

carcerefemminileSiamo donne, oltre la galera c’è di più – Sempre lucida, sempre in sé, prima e dopo aver buttato dalla finestra il figlio appena nato (da una relazione extraconiugale, ovviamente). Mentre si allenava per la disciplina sportiva in cui le italiane eccellono però no, non era capace di intendere e di volere dice la perizia. Questo non è bastato alla donna di Settimo Torinese per scamparsi il gabbio: quattordici anni di condanna. Condanna severa ma comunque attenuata proprio per le risultanze del perito. Che sono poi le risultanze solite quando a commettere un reato, specie contro l’infanzia, è una donna. Perché un po’ questo è il trend oggi: sollevare sempre di più, gradualmente, le donne, in quanto donne, anche dalle loro responsabilità penali. Non gli si può più parlare, non gli si può più spiegare niente, ma non gli si può nemmeno più attribuire la responsabilità dei reati. Obiettivo finale: raggiungere la situazione già in vigore in Gran Bretagna, dove d’ora in poi le donne (e solo loro) finiranno in carcere solo per crimini davvero gravi. Per robette tipo il furto (!!!) saranno spedite in case protette dove verranno gentilmente recuperate alla vita civile. Tutto questo perché si sono accorti oltre Manica che le patrie galere femminili si stavano affollando. Quelle maschili invece sono hotel a 5 stelle?

tasse2Le ciambelle talvolta senza buco – Forse è proprio per questo tipo di andazzo che le donne si stanno mostrando sempre più audaci e sfacciate nel loro modo di operare contro gli uomini. Tanto, per un verso o per l’altro, risultano incolpevoli. Questo il trend finora, che però dà segni, seppure timidi, di controtendenza. Ad esempio a Caserta una ragazza, furiosa per essere stata lasciata, ha dato fuoco alla moto dell’ex mentre era parcheggiata davanti alla stazione dei Carabinieri dove lui era andato a denunciarla per stalking. Infuriata finché vuoi, ma solo una che è pressoché certa di passarla liscia fa una cosa del genere. Però le è andata male: è stata arrestata, almeno per ora. O ancora a Salerno c’era una coppia che litigava spesso, si allontanavano e si riprendevano. Un balletto molto frequente in talune relazioni inquiete. Durante le liti lui eccedeva, sanguigno uomo del Sud, con insulti parecchio pesanti, in alcuni casi anche botte. Stranamente però la donna tornava sempre da lui. Lo denunciava poi ritirava la denuncia e ci si rimetteva assieme. Questo avanti-e-indietro è durato un po’ e alla fine hanno deciso di separarsi definitivamente, ovviamente male. Lei l’ha denunciato per maltrattamenti: viste le denunce precedenti si trattava sicuramente di accuse fondate. Ma il giudice, saggiamente, ha guardato la storia nel suo complesso, come si dovrebbe sempre fare: l’uomo è facoltoso, per anni ha garantito alla fanciulla un tenore di vita molto alto. Ed è forse questo che, in coerenza con la più diffusa natura femminile, induceva la compagna a tornare sempre da lui, nonostante le botte e gli insulti. Esito della causa: otto mesi di reclusione per lui (commutati) contro i tre anni chiesti dal PM. Un’altra ciambella venuta male (con l’ovvia indignazione pelosa dei media). D’altra parte, restando sui proverbi, non si può, solo “in-quanto-donne”, pretendere di potersi godere la botte piena ed esigere poi il marito carcerato.

carabLa legge è uguale per tutti – Ho parlato già diverse volte della vicenda della coppia, lui viterbese, lei sarda, separata e con affido della figlia piccola data dal giudice al padre. Lei per un po’ si è barricata nel suo piccolo paese in provincia di Oristano, rifiutandosi di consegnare la piccola, finché non sono intervenuti i Carabinieri. Ora la bimba è col padre. Per seguire tutti gli aspetti della vicenda, mi sono iscritto a una pagina Facebook a sostegno della donna, e mi sono indignato per gli undicimila e oltre followers che tifano per una persona oggettivamente fuorilegge (sottrazione di minore). Poi mi sono imbattuto in questo articolo, che aggiorna sulla situazione, dando un dettaglio delle disposizioni del giudice. Disposizioni tipicamente al maschile. Affido esclusivo accompagnato dalla citazione del diritto alla bigenitorialità per la bambina. La madre non potrà telefonare alla piccola, ma solo vederla in rari incontri protetti e registrati, sotto la vigilanza strettissima dei servizi sociali. Sì, lo so cosa state pensando: “una volta tanto tocca a una donna passare il calvario che passano sempre gli uomini!” Lo so che vi verrebbe voglia di contattarla e chiederle: “come si sta dalla parte del maschio eh?”, magari infierendo pure un po’. Anche io ho pensato a queste cose, nell’immediato. Poi ci ho riflettuto, e alla fine, ebbene sì, ho provato solidarietà per quel genitore. Per due ragioni. La prima è perché con la vendetta non si va da nessuna parte. Non è e non deve essere nel nostro stile commenti del tipo “una volta tanto è toccato a voi”, perché è esattamente il tipo di commento di donne e femministe quando avviene un “maschicidio”. Lasciamo a loro il monopolio di questa bassezza d’animo, noi ne facciamo pure a meno. La seconda, più importante, è che la legge sull’affido condiviso, di fatto, deve tutelare anzitutto il minorenne. Scrivo senza aver letto né la sentenza né le sue motivazioni, dunque esprimo un’opinione consapevolmente parziale, ma non si può in nessun caso parlare di bigenitorialità o condivisione conferendo l’affido di fatto a un genitore solo. Che sia padre o madre, poco importa. Porre a un genitore le condizioni che sono state poste alla donna di Oristano è giustificabile solo se questa è risultata da perizie approfondite oggettivamente pericolosa per la salute e la buona crescita della figlia. Se questo tipo di verifiche non ci sono state, le disposizioni della sentenza sono tremendamente eccessive. E, nel caso, verrebbe da pensare che forse qualcosa di anomalo in questa vicenda c’è. Poco importa che stavolta l’anomalia deponga a favore di un uomo. La legge è e deve essere uguale per tutti. E deve tutelare, nei casi di separazione, anzitutto i bambini. Mi auguro che il giudice Dr.ssa Scarpato abbia valutato a fondo tutta la vicenda e che non ci sia spazio per ombre sulla sua sentenza. E me lo auguro pensando essenzialmente alla bambina e alla sua necessità di avere due genitori, a meno che uno dei due non sia oggettivamente rovinoso per la sua crescita.

segno-di-legno-con-il-simbolo-del-maschio_1160-819Eppure qualcosa si muove – Mi capita di notare sempre più frequentemente alcune crepe nel muro #MeToo. Dal belloccio e inutile premier canadese, Justin Trudeau, paladino delle donne, ora sul banco degli imputati per una palpatina di culo di sette-otto secoli fa (ben ti sta, pirla!), fino alle critiche per la gretta e incoerente difesa della professoressa Avital Ronell, accusata di molestie verso un suo giovane studente, il cielo di #MeToo mostra più di una nuvola. Soprattutto nell’area dove questi fenomeni nascono e muoiono (o vengono soppressi). Più nel concreto, negli USA molti movimenti di uomini o avvocati impegnati per la vera parità di genere stanno facendo il culo a stelle e strisce a tutti coloro che organizzano eventi culturali o, peggio, di lavoro “riservati a sole donne”. Si parla di cause giudiziarie vere e proprie, vinte a mani basse. Qualcuno, oltreoceano, comincia a certificare l’ingiustificata disparità di trattamento e a mettere a segno con determinazione un bel po’ di precedenti giuridici. Da noi la stampa ovviamente deride questa reazione, ventilando quasi una “lesa maestà”, ma avrà poco da ridere quando, fra qualche anno (speriamo decisamente meno), la tendenza si invertirà anche qui da noi. E allora li convocheremo tutti, questi portabandiera di privilegi senza fondamento, per chiedere loro se ridono ancora.

porno-femminista-654343Il porno femminista – Non solo la sinistra italiana è alla canna del gas. Allo stesso punto sembrano arrivate molte sinistre di molti altri paesi. Come chiunque sia lì lì per scomparire dalla faccia della terra, molte di esse si appigliano a tutto ciò che possono pur di sopravvivere. Qui in Italia è tutto un fiorire di “fascista” e “razzista”, richiami da cani di Pavlov che finiscono nel vuoto pneumatico e in un pregresso governativo da vergogna da parte della sinistra nostrana. In Germania, dove questi richiami hanno smesso di farli da tempo (bene o male hanno fatto i conti con la loro terribile storia), la sinistra del SPD, specie nei suoi ranghi giovanili, non sa più dove sbattere la testa. Allora cerca di corteggiare il femminismo d’accatto che va per la maggiore. E riesce a farlo in un modo che non so se definire comico, paradossale o tragico. In sostanza il futuro della sinistra, secondo i giovani del SPD, sta nel combattere gli stereotipi sessisti. Eccheppalle direte voi. Già. Però hanno pensato a un metodo speciale per portare avanti la propria battaglia: finanziare il porno femminista. Sì sì. Non si sa bene cosa sia… forse film dove la donna spiega le cose all’uomo, lo fa attendere fuori dal negozio per un’ora e mezza, salvo interpellarlo per la carta di credito, lo umilia perché ce l’ha piccolo o perché guadagna poco. Tutte rappresentazioni estremamente eccitanti per la donna media occidentale. Fatto sta che per i “compagni” tedeschi quella è la strada: disincentivare il porno “classico”, che è sessista perché vi si rappresentano “ruoli di genere ben definiti, con le donne che devono fondamentalmente solo dare piacere agli uomini e portarli all’eiaculazione”. Io ne ho visti, e pure parecchi. Ricordo bene che pure le donne, mentre davano del proprio, facevano mostra di godere parecchio (e in molti casi godevano davvero). Ma forse i miei ricordi sono annebbiati dall’età o forse già allora stavo diventando cieco… Insomma al porno femminista finanziato da soldi pubblici stanziati dalla nuova sinistra è affidata la rinascita della sinistra tedesca. Un’agonia politica più bizzarra non l’ho mai vista in vita mia.


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4 commenti

  1. a me è successo più volte di essere accusato di essere mansplainer quando mi permetto di non concordare sulle asserzioni di certi siti femministi tipo “depilarsi è un condizionamento patriarcale”, “la bellezza fisica è una imposizione culturale del patriarcato” ma me ne sono sempre fregato

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    1. E hai fatto male. E’ un modo per negare il confronto e il dialogo. Un esercizio di piccolo totalitarismo. Sommane uno, due, tre, cento, mille e alla fine non potrai più confrontarti, mentre loro potranno etichettarti mentre ti zittiscono.

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  2. Non usate certi termini. Anzi non parlate proprio…
    cosa altro può essere se non l’ultima tacca dell’asticella messa a segnare il nuovo limite raggiunto dal politically correct.
    alla fine come e stato scritto ci aspetta un mondo sostanzialmente impossibilitato a comunicare, e non solo per quanto riguarda le idee anti pensiero unico, ma credo alla lunga anche all’interno di loro stessi e tra loro stessi

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  3. Concordo con l’assunto della legge uguale per tutti.
    Anche sul fatto che la Murgia sia intellettualmente mediocre, anche se non ai livelli della conterranea Agus (che però non è misandrica).

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