L’anomalia dei centri antiviolenza: ecco la prova del nove

17434893_1276219282432337_8487544658884145592_oE’ terminata, o sta terminando se è stata prorogata, una rilevazione dati da parte dell’ISTAT sui centri antiviolenza italiani commissionata dal precedente Governo. La rilevazione si appoggia necessariamente agli uffici statistici delle diverse amministrazioni regionali, che dovrebbero detenere la lista completa delle associazioni che gestiscono questo importante servizio a supporto dello Stato, e spesso in sostituzione di esso. Il tutto avviene attraverso un questionario apposito, la cui lettura rivela alcuni aspetti assolutamente interessanti, tutti parecchio critici e tutti ampiamente denunciati da tempo su questo blog (non perdete domani il bellissimo articolo del nostro G.A. in merito). Il questionario è reperibile qui e su di esso vorrei sviluppare qualche osservazione (nelle citazioni tutti i corsivi sono miei).

Già a pagina 1, ripetuta poi anche successivamente, c’è un’opzione che la dirigente del centro antiviolenza interpellato può scegliere per l’identificazione di eventuali enti promotori. Dice l’opzione: “Soggetto privato qualificato nel sostegno e nell’aiuto alle donne vittime di violenza”. Vengo quasi sempre contestato quando affermo che queste organizzazioni accettano solo clientela femminile. Spesso non basta sventolare l’accordo Stato-Regioni che stabilisce questa discriminazione anticostituzionale. D’ora in poi sventolerò anche questo questionario ISTAT, vediamo se basta.

indaginecavIl questionario prosegue poi con la richiesta di una lunga serie di dati anche molto dettagliati. La sua lettura, per chi come me da anni invoca un maggiore controllo su questi soggetti, appare confortante sulle prime. Quando si commissionano statistiche del genere di solito è perché si sta pensando a una regolamentazione e a un controllo più stretto, e questo non può che essere un sollievo. A tratti il questionario sembra assumere un rigore tratto direttamente dai suggerimenti che propongo da tempo per una subordinazione dei centri antiviolenza a un sistema di qualità del genere ISO, vista la potenziale delicatezza e gravità dei casi che possono trovarsi ad affrontare. Ma l’illusione dura poco, esattamente fino a pagina 7.

Lì si chiede di elencare ed enumerare i servizi erogati all’utenza, sulla base di una lista di tipologie, con la specifica successiva delle attività svolte a sportello. Tutto perfetto, peccato che il formulario non richieda di allegare alcuna evidenza di ciò che i centri antiviolenza dichiareranno. E’ tutto in autocertificazione, dunque ci sarà licenza totale di gonfiare dati e numeri, per mostrare che, caspita, il problema è gigantesco e ogni singolo centro antiviolenza deve poter continuare a operare! La stortura si replica da pagina 9 in poi dove, suddivisi per tipologia, si chiede alle diverse associazioni di autocertificare il numero degli accessi. Un dato del tutto irrilevante: non esiste un database centrale capace di attribuire il singolo accesso a un singolo centro antiviolenza. La signora Anna che si è rivolta ieri al centro antiviolenza X, se insoddisfatta o per puro sfizio, oggi può tranquillamente rivolgersi anche ai centri antiviolenza Y, J e Z. Tutti registreranno un accesso in più, anche se la persona è la stessa. E così i dati si gonfiano.

soldi-800x495Il punto 57 del questionario apre poi le danze sulla parte più importante della questione: i “piccioli”. Chiede il formulario: “è capitato durante il 2017 di non riuscire a inserire donne in una qualsiasi forma di ospitalità protetta a causa di indisponibilità di posti?”. Caro ISTAT, e cosa volete mai che vi rispondano: certo che sì, certo che è capitato. Le case protette vanno moltiplicate in progressione geometrica, le famiglie italiane, che non lo sai, si stanno spopolando per la fuga in massa, tipo profughe, di tutte le mogli e compagne italiane vessate dai loro mariti e compagni. Ma soprattutto, ISTAT, di’ al Governo di cacciare la grana per gestirle, quelle case protette. E se non ci sono gli immobili, cominciate a sequestrare gli appartamenti degli uomini accusati (anche se non sentenziati come colpevoli) di stalking: oggi il Codice Antimafia lo permette…

Questo assist dell’ISTAT prelude alla parte più gustosa, quella del rendiconto finanziario richiesto a ogni centro antiviolenza interpellato. Inizio a leggere e mi dico: “oh, ora sì che viene fuori il marcio!”. Povero illuso. Da pagina 10 in poi infatti si richiede di dichiarare i finanziamenti ricevuti da qualunque fonte, privata, pubblica, europea, con questa sequenza di domande:

– Il Centro ha ricevuto finanziamenti?

– Indicare l’ammontare in euro dell’importo ricevuto nel 2017

– Qualora fosse impossibile individuare la cifra esatta, indicarne l’ordine di grandezza

ombra_aNo, aspetta un attimo… che vuol dire “qualora fosse impossibile individuare la cifra esatta”??? Qui, proprio qui sta, oltre agli altri, il punto dirimente. I centri antiviolenza operano come primo accesso su situazioni potenzialmente gravi, da segnalare alle autorità pubbliche. E lo fanno in gran parte finanziandosi con denaro pubblico e anche privato (dalle donazioni, ai servizi a pagamento, alle percentuali sui risarcimenti o rendendosi parte civile nei processi penali). Uno scenario che richiederebbe un controllo ferreo, in mancanza del quale la possibilita di fenomeni di corruzione, malversazione, appropriazione indebita e quant’altro sono più una certezza che un dubbio. Anche in questo senso andavano le recenti critiche della Corte dei Conti. Il problema è che soggetti con una mission potenzialmente così importante e con accesso ai fondi pubblici sono gestite tutte, tranne rarissime eccezioni, da associazioni. Come tali non obbligate, per legge, a tenere bilanci né rendiconti; non soggette alle normative sulla trasparenza o sulla responsabiltà amministrativa. Niente di niente.

Ecco perché è prevista l’opzione qualora fosse impossibile… Considerato che per questi soggetti il Governo precedente ha stanziato una cifra triplicata di fondi rispetto al passato (le cifre esatte nell’articolo di domani a firma G.A.), quel “qualora fosse impossibile…” è un’ammissione del danno e della beffa che queste realtà, fondate e fatte prosperare su una bolla (la sovrastima dei maltrattamenti e delle violenze sulle donne), stanno perpetrando ai danni dell’erario, delle procure saturate dalle loro denunce facili e della comunità tutta, con speciale riguardo per il genere maschile, trascinato in tribunale in sede penale quasi sempre con false accuse anche per poterlo strizzare come un limone in sede civile.

chiuso-2Non mi consola che in chiusura di questionario le opzioni facciano indiretto riferimento a un codice etico o deontologico, con un riferimento nemmeno troppo nascosto alla Legge 231/2001, a cui questi soggetti parassiti dovrebbero come minimo essere obbligatoriamente soggetti. Tanto meno mi consola la domanda sull’autovalutazione, che di nuovo strizza l’occhio ai sistemi di qualità ISO. Quel “qualora fosse possibile…” collegato agli aspetti finanziari è un’ammissione di colpevolezza palese, che chiama alle proprie responsabilità tutti, dalla Convenzione fuffa di Istanbul in poi: politici, attiviste del femminismo commerciale, governi, sindacati, avvocati, tribunali, mass media. Davanti a quell’ammissione resta solo da attendere che il Governo attuale la smetta di trastullarsi solo con il problema del business dell’accoglienza dei migranti, e cominci ad ampliare il proprio raggio d’azione, aggredendo fenomeni truffaldini analoghi. Ci sono parecchi giri di vite da dare. E visti gli interessi coinvolti servirà un avvitatore elettrico di quelli parecchio potenti.


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Un commento

  1. Valentina Furlanetto è arrivata alle sue stesse conclusioni, quando fece la sua inchiesta sulle ong e le associazioni del settore non-profit. “E’ un fatto però che le Ong non subiscono gli stessi controlli delle aziende profit, pur somigliando loro sempre di più. Del resto, il resoconto della Corte dei Conti del luglio scorso mi pare sia abbastanza chiaro. Sono stati passati al setaccio 84 progetti, dal 2008 al 2010, in 23 paesi. E’ emerso di tutto: soldi mai arrivati a destinazione, progetti fermi, rendiconti spariti, responsabili di progetti fantasma, irregolarità varie. L’unico strumento di controllo è l’Istituto Italiano Donazioni composto da una sessantina di organizzazioni non governative, onlus e associazioni, che rilascia un certificato di fiducia e trasparenza, segnalando i comportamenti etici. Ora però, si converrà nel dire che ci troviamo di fronte ad un organismo che controlla i controllati? O no?”

    Ottimo e necessario il lavoro che anche, lei, Stasi, porta avanti.

    Piace a 1 persona

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