La verità di Giuseppe – Accoglienza e antiviolenza: stesso tipo di business

bloodydi G.A. – Chi potrebbe non essere d’accordo sul sostegno alle donne vittime di violenza? Chiunque, ma certo. “Violenza” è una brutta parola, ma ha il magico potere di adattarsi magicamente e praticamente a qualunque attività umana o animale senza scrupoli e ritegno. Ricorriamo al dizionario. “Violenza”: 1. Forza impetuosa e incontrollata. 2. Azione volontaria, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà. Sarà che anche l’obbedienza ad un principio di convivenza richiamato da un soggetto verso un altro è “violenza”? L’indefinizione del termine giuridico e la quasi impossibilità di discernimento oltre il buon senso porta ad una applicazione arbitraria del termine, abusato e strumentalizzato. E dove non c’è esattezza della scienza e delle definizioni interviene la forza della politica, ovvero del pensiero dei dominanti.

Direi che il mondo è abitato dalla violenza dai tempi dell’origine della vita, e il suo significato universale ben si adatta all’uso spudoratamente cinico su ogni forma di relazione tra esseri viventi; figuriamoci in fase di separazione delle coppie. E quindi via allo stanziamento di fondi per finanziare iniziative varie contro la violenza, indefinibile e indefinita, dai centri di ascolto alle case per ospitare quelle che a casa loro vengono spinte a non tornare.

soldiFondi dallo Stato per almeno 10.000.000 di euro all’anno, fino al 2017, triplicati a 30.000.000 di euro dal 2018, 90.000.000 di euro, e altrettanti nel sottobosco delle donazioni e dei finanziamenti occulti per istituzioni che si basano molto sul volontariato, e poi chiedono la tangente del 10-15% sui risarcimenti come danni civili delle donne aiutate a distruggere il loro ex. Tutto poi opera per il sostegno dei Centri Antiviolenza e l’apertura di nuovi. I bandi vengono emessi dalle regioni, chiunque può partecipare con una struttura e autocertificando la sussistenza di requisiti minimi, nessuno verrà a controllare. Per questo il numero di tali centri antiviolenza è raddoppiato nell’ultimo quadriennio a guida Boldrini, fino a 260 (mancano quelli del 2018). Da 10.000 a 20.000 donne ospitate, e loro figli minori ospitati e sottratti ai legittimi padri, sulla base di una denuncia. Siamo già al 20% delle donne coinvolte nelle 100.000 separazioni all’anno del nostro paese, e di altrettanti ex mariti/compagni/padri, coi loro figli minori. Ci rendiamo conto dell’entità del fenomeno?

Ed è tutto secondo la legge? No, per niente. Perché come rileva l’indagine realizzata da ActionAid in collaborazione con Dataninja sulla piattaforma open data #donnechecontano, «nessuna Regione italiana può dirsi totalmente trasparente nella gestione dei fondi stanziati con la legge 119/2013 per prevenire e contrastare la violenza sulle donne». In base a un indice di trasparenza pari a zero, la bocciatura riguarda più o meno tutte le Regioni: le delibere di regioni e province sono spesso irrintracciabili, on line e su richiesta diretta: non è quindi possibile verificare se contengano informazioni precise sulla destinazione delle risorse per tipologia di intervento e area territoriale, informazioni sulle strutture antiviolenza presenti sul territorio, dettagli sui fondi aggiuntivi stanziati. Impossibile perciò anche capire l’uso dei fondi destinati alla programmazione regionale e di quelli assegnati a ciascuna azione.

action-aid-logoPer le regioni più virtuose, che risultano essere Emilia-Romagna, Sardegna, Lazio e Marche, «il quadro è parziale, non solo perché mancano le informazioni su alcune amministrazioni, ma anche per la frammentazione delle stesse e per i tempi di rilascio e reperimento – dice Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia – ma possiamo rilevare che, benché vi siano amministrazioni che hanno fatto sforzi maggiori di dettaglio e trasparenza, tutte le Regioni devono fare di più per chiarificare l’azione complessiva sull’uso dei fondi».

L’appello fu rivolto anche al passato governo, in particolare al Dipartimento Pari Opportunità, «che avrebbe dovuto provvedere a sua volta a pubblicare le informazioni ricevute dalle Regioni on line, possibilmente in formato aperto, proponendosi come primo vero esempio di trasparenza». ActionAid ha trovato on line le delibere di 12 amministrazioni su 21 (19 regioni e 2 province autonome), ha inviato richieste ufficiali via mail e Twitter alle 9 regioni mancanti ricevendo 5 risposte, di cui 3 con le delibere richieste. Ma anche qui le risposte dicono molto sull’incisività delle azioni contro la violenza: dall’analisi delle 15 delibere trovate, emerge chiaramente la diversità nella definizione delle modalità di spesa e nel dettaglio delle azioni delle varie Regioni.

goldiggerIn Puglia e in Campania, ad esempio, le delibere si limitano a creare capitoli di entrata e di spesa rinviando la decisione sull’utilizzo delle risorse a provvedimenti successivi, e chissà mai se saranno emanati. La maggior parte delle Regioni ha ripartito le risorse tra aree territoriali (Province o Comuni), tranne la Lombardia che ha presentato la ripartizione delle risorse per area di intervento. Varia il livello di dettaglio sull’uso dei fondi per la programmazione regionale: Umbria e Valle d’Aosta, ad esempio, esplicitano l’azione o il servizio che intendono avviare, mentre la Liguria rimanda la decisione alla Conferenza dei sindaci. Inoltre, in alcune Regioni il numero di strutture antiviolenza incluso nella delibera è diverso da quello contenuto nello schema di riparto approvato dalla Conferenza Stato-Regioni. In generale, le Regioni non hanno incluso nelle delibere i nomi delle strutture antiviolenza territoriali che beneficiano dei fondi, unica eccezione la Sardegna (370.789,89 euro il finanziamento del governo).

In molti casi, sono indicati i criteri minimi delle strutture per accedere ai bandi come, ad esempio, il numero di anni di esperienza nella lotta alla violenza sulle donne: ma a volte l’esperienza minima richiesta è di 3 anni e non di 5 come previsto dalla Conferenza Unificata. Dall’indagine risulta poi che la Lombardia (1.444.616,98 euro i fondi ricevuti), oltre a non fornire dettagli sulle strutture, cita i consultori pubblici e privati come strutture da coinvolgere nell’implementazione di azioni programmatiche. E ancora: molte Regioni hanno riorganizzato l’allocazione delle risorse senza seguire lo schema di riparto del documento approvato dalla Conferenza Stato-Regioni.

money-rainPiù Regioni hanno privilegiato stanziamenti a favore dei centri e delle case rifugio, forse a causa dell’esiguità delle risorse a loro destinate (5.800 euro per ogni centro e 6.700 per ogni casa rifugio). La Toscana (762.834,07 euro), ad esempio, ha raddoppiato le risorse calcolate dal governo per le strutture, la regione Marche (276.398,81 euro) ha messo a disposizione delle strutture anche la metà della quota riservata alla programmazione regionale, la Sardegna ha erogato l’intero finanziamento a favore di centri e case rifugio, il Lazio (853.048,22 euro) ha stanziato 30 mila euro per ciascun centro e calcolato le risorse per le case rifugio in base ai posti letto. Abruzzo (257.907,19 euro) e Veneto (747.532,20 euro) hanno mantenuto il riparto originario e messo a bando i fondi della programmazione regionale riservandoli a centri e case rifugio.

Ovvio che più si moltiplica il numero dei centri più occorrerà aumentare la spesa pubblica generale, pena lo strepitiò di quelle associazioni che scendono in piazza denunciando che un singolo centro alla fine riceve i bruscolini di qualche decina di migliaia di euro per sopravvivere. Vero o falso non lo sapremo ancora per un po’. C’è da meravigliarsi se in mezzo a questo girotondo di cifre e finanziamenti avvengano fatti anomali di pressione a fini speculativi sulla pelle delle donne adescate e arruolate per costituire la fonte dell’uso di risorse pubbliche che viaggiano a colpi di milioni e milioni di euro? E’ così che troviamo ad esempio notizie come questa:

interno-carcere-681x400Si era recata al centro antiviolenza per “cercare aiuto, sostegno psicologico perché vittima di violenza di genere e invece, dopo avermeli prospettati, mi ha offerto dei servizi investigativi e mi ha chiesto dei soldi per pagare quei servizi”. E’ da questa denuncia di una donna di 50 anni che si era rivolta ad un centro antiviolenza della zona sud di Rimini che è partita l’indagine dei carabinieri che ha portato alla perquisizione della sede dell’associazione e dell’abitazione della sua presidente, unica iscritta nel registro degli indagati.
Il pm Davide Ercolani, titolare del fascicolo, sulla base dei primi accertamenti da parte della sezione di pg dell’Arma presso la procura guidata dal luogotenente Luigi Prunella e dei carabinieri di Riccione, ipotizza il reato di truffa aggravata in relazione all’episodio contenuto nella querela.
Durante le indagini sarebbero state sentite altre dieci donne che si erano presentate all’associazione finita nel mirino e che avrebbero confermato il ‘modus operandi’ della presidente. Tutta la documentazione è al vaglio degli inquirenti. La presidente ha già dichiarato che darà le dimissioni dall’incarico.

Il mercato della lotta alla violenza di genere deve essere alimentato. Come? Similmente al mercato dell’assistenza agli immigrati che dal Nord Africa sono stati pilotati alle nostre coste, a centinaia di migliaia, bisognevoli di strutture e finanziamenti in nome di una solidarietà mercantile, e facendo leva sulla generica “solidarietà” o con il pretesto del soccorso in mare dei naufraghi (che dovrebbero essere definiti come superstiti di navi regolari che affondano accidentalmente, non come masse di individui che partono da una costa già naufraghi nei loro barconi). Nel caso che ci riguarda il mercato delle strutture destinate a ospitare donne sedicenti vittime di maltrattamenti e violenze viene alimentato attingendo dal mercato delle centomila separazioni annue, sulla pelle di ex famiglie, destinate a coltivare l’odio giudiziario, e dei loro figli minori.

shushing-1240x681E’ da Lecce che nasce un’altra denuncia choc: anomalie concentriche. Una dentro l’altra. Dei contorni torbidi avvolgerebbero, innanzitutto, la vicenda legata a una convenzione relativa al 2013 che la struttura dovrebbe (avrebbe già dovuto) sottoscrivere con l’Ambito territoriale e sociale di zona, di cui è presidente Paolo Perrone. Ma la questione più inquietante, segnalata dalle volontarie del centro, è un’altra. E riguarderebbe  direttamente le “utenti” dell’associazione. Quelle donne, cioè, vittime di violenza di genere che prende forma in sfumature di varie intese umiliazioni psicologiche, fisiche, sessuali ed economiche.

Almeno cinque di loro, infatti, nel corso degli ultimi mesi, sarebbero state avvicinate da persone vicine al settore pubblico ed esortate ad abbandonare il centro “Renata Fonte” Esortate a cambiare struttura perché ritenuto debole,  ininfluente “nelle alte sfere” (queste le parole riportate da alcune delle cinque donne). I casi, tutti slegati tra loro, hanno però un filo invisibile che li riannoda. Un gioco di potere, una sorta di braccio di ferro che sarebbe stato in atto tra il centro stesso e un altro soggetto, inteso come ente, o come istituzione, che sta spadroneggiando e lottizzando il campo femminile rendendolo un business. Da parte del centro antiviolenza in questione si urla (Maria Luisa Toto, portavoce): “chi sono i nemici delle donne? Fuori i nomi. Chi si nasconde dietro quest’operazione pianificata per screditare il nostro lavoro?”. E ancora: “Quali interessi si celano? E a chi potrebbe risultare scomodo il nostro centro?”.

lottafangoSiamo alla guerra intestina tra bande per accaparrarsi i numeri del mercato di donne urlanti e denuncianti, dallo stupro fino al peto rumoroso da parte dell’ex marito compagno padre. Per finire alla violenza economica (tipo: “ma che ti sei messa in testa di spendere 1000 euro per un vestito firmato?”). Tutto definito come “maltrattamento e violenza contro la donna”, che diviene così portatrice di fondi e denaro. Più o meno il valore economico di businness di un immigrato, ma riportato all’ospitalità di un centro di servizi contro la “violenza sulla donna”. Mi sembra di vedere già le economiste specializzate al lavoro per calcolare quanto frutta ogni donna ricoverata, quanto ogni “femminicidio” in lievitazione del prezzo sul mercato, quanto ogni minore sottratto ai padri e rilasciato a piccole dosi dietro pagamento del riscatto.

Come si vede, si tratta di un mosaico composito e variegato in cui risulta complicato orientarsi. Cifre, elenchi, delibere e provvedimenti nel burocratese più stretto: ma dietro ci sono le storie di centinaia di migliaia di coppie spinte a separarsi in modo cruento, ignare della fine delle loro speranze di ricominciare serenamente, all’ombra di una concorde bigenitorialità. Dopo le difficoltà della convivenza, giungono le violenze e le vessazioni giudiziarie ed economiche di una pletora di avvoltoi che si cibano dei resti delle famiglie distrutte da una vera violenza separativa indotta. Una situazione esplosiva. Ma chissà se dietro le scrivanie i funzionari preposti se ne rendono conto, come ce ne rendiamo conto noi. Chissà.


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