Toglietemi tutto, ma non l’identità (applausi alla Chicco)

chiccoI pubblicitari bravi li riconosci perché sanno cogliere, quasi a naso, lo spirito dei tempi. Quel qualcosa di impalpabile che risulta dalla somma dei desideri e delle aspirazioni individuali e che diventa desiderio e aspirazione collettiva. Una pulsione che il più delle volte non nasce da una visione proiettata nel futuro, bensì da ciò che costituisce la storia collettiva, quella più recente, i cui effetti si sentono ancora sulla pelle. I pubblicitari bravi sanno agganciare quel flusso che è insieme intellettuale ed emozionale, ed è al centro stesso del cuore di quel flusso che poi piazzano, con grande efficacia, il messaggio commerciale. In quest’ottica, chi ha concepito il nuovo spot della Chicco ha colto nel segno e ha fatto qualcosa di geniale.

Il massimo che superficialmente si possa dire della réclame è che è nazional-popolare: l’aggancio al calcio, alla passione italica, all’orgoglio nazionale ben celato sotto la purezza dell’atto del concepimento di un figlio, sono tutti richiami nazionali e appunto popolari. Analizzando meglio si trovano però agganci ben più profondi, così profondi da aver infastidito alcune parti della società italiana, che hanno fatto presto a etichettare lo spot come “fascista”, giusto per dire qualcosa di mai detto. Vero è che le campagne del “figli alla patria” hanno caratterizzato le politiche del MinCulPop di Mussolini, ma ciò non giustifica, dati i due o tre anni che sono passati da allora, una definizione tanto idiota per una réclame commerciale. Si tratta del solito tic verbale che scatta quando vengono poste questioni o troppo profonde per essere colte davvero, o che minano alle basi tutto il lavoro fatto finora dalle élite globalizzate e globalizzanti.

babeleUn lavoro da post-capitalismo finanziario e telematico, lo definirei, asservito alla necessità di annullare, cancellare totalmente, ogni segno identitario nei componenti della comunità, in modo da renderli più flessibili rispetto alle necessità di quel mercato del nulla che oggi domina l’economia dei paesi sviluppati. Nella versione precedente e antica, lo sforzo era quello di far ingoiare ai cittadini imposizioni fiscali eccessive e inique o uno sfruttamento spesso cinico del lavoro. Tutte missioni riuscite, pur affrontando resistenze non indifferenti. Il sistema economico attuale è andato oltre: alla globalizzazione servono individui svuotati di identità, per se stessi e nelle relazioni reciproche. Servono persone incapaci di riconoscere se stessi e di riconoscersi l’un l’altro, che sono poi i processi alla base delle aggregazioni di protezione e resistenza civile (dalla famiglia in su).

Così hanno cominciato a instillare goccia a goccia la convinzione diffusa che ci si debba vergognare di essere bianchi di pelle. Che sia imbarazzante affermare un orgoglio di essere italiani invece che cittadini del mondo. Che sia discriminante essere e dichiararsi eterosessuali. Che sia biasimevole dare un valore e trovare un’identità nella genitorialità, specie se paterna. Tutto ciò che è sempre stato normale, che costituiva pezzi di quel grande puzzle che è l’identità individuale e collettiva è stato gradualmente frantumato. Ai grandi filoni che ho citato se ne aggiungono poi altri secondari, veicolati da fenomeni (da baraccone) come il mondialismo o il turbo-femminismo (punta di diamante di questo processo). Strumenti di un meccanismo semplice, alla fine: far passare per “diritti” di sparute minoranze quelli che sono privilegi privi di fondamento attraverso un senso di colpa inoculato nella maggioranza, in modo da creare un cortocircuito che svuoti la comunità della propria identità. Il tutto con un’azione combinata di élite economiche, politiche e mediatiche.

additareUno spot che parli specificamente di Italia, che esorti a fare l’amore (il tutto mentre il delirio femminista pubblica articoli dove si dice che per le donne masturbarsi è più appagante…) e che esorti gli italiani a farlo nell’ottica di non dissipare ciò che più ci appartiene, demolisce tutto l’apparato costruito finora per toglierci identità perché ci richiama proprio alle basi di essa. Chi vuole strumentalizzare ad ogni costo ci vede un’affermazione di orgoglio nazionalista alla fascista, quando in realtà di tratta di orgoglio e basta. Di più: si tratta di un richiamo a non sentirsi in colpa per ciò che costituisce la propria identità e riconoscibilità. Nel momento in cui lo sforzo di liquefare le comunità e gli individui giunge a un parossismo mai visto, pronto anche al conflitto, uno spot pubblicitario richiama le comunità e gli individui a resistere alla vera e nuova manifestazione del fascismo, quella del politicamente corretto e dei privilegi camuffati da diritti.

La Chicco ha colto ciò di cui le persone oggi sentono il bisogno, reduci come sono da anni di incessante bombardamento di messaggi aggressivi volti a schiacciarli in un senso di inadeguatezza per il solo fatto di voler essere normali, di esistere come tali, con l’affetto per le proprie tradizioni, la propria lingua, la propria sessualità, la propria nazionalità, in una parola con la propria identità. Ciò che si percepisce, al di là delle versioni furbescamente pilotate date dai media e dagli strilli di minoranze ideali in via d’estinzione, è un respiro di sollievo collettivo di fronte allo spunto da applausi della Chicco. Che oltre a suggerirci di fare figli e di comprare quindi i suoi prodotti, ci sta anche esortando ad andare oltre a slogan colpevolizzanti del tipo “restiamo umani” (come a dire: tendiamo a non esserlo più…), per affermarne altri, ad alta voce, con orgoglio gentile ma fermo. Qualcosa come “noi siamo noi” e come tali vogliamo affrontare il presente e il futuro.


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Un commento

  1. Grandioso spot, come quello natalizio della Conad meno definito ma che lodava lo spirito infantile nel greto mondo adulto.
    Spero che le tv pensino alle inserzioni e non al piagnisteo mediatico.

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