Centri antiviolenza: finalmente uno di meno

Da tempo ho riscontrato di avere molte più lettrici di quanto non pensassi. E non mi riferisco alle signore che frequentano queste pagine per tenerle sotto controllo e vedere se c’è qualche aggancio legale per farmi chiudere. Mi riferisco alle molte che leggono, condividono o criticano costruttivamente. Donne per bene, di valore, prive di interessi o pregiudizi, vero antidoto al femminazismo. Anche per loro, ma anche perché lo ritengo doveroso a prescindere, da oggi questo blog si tinge di rosa. Un rosa intelligente, coltissimo, razionale. Anna Poli, oltre ad avere un animo straordinariamente poetico, è un’eccellente professionista e scrive in modo formidabile. Una volta a settimana avrà uno spazio in questo blog, per dare ai lettori il suo punto di vista, esposto nel suo stile e con la sua visionaria lucidità. Le do dunque il benvenuto, certo che i lettori di queste pagine apprezzeranno i suoi contributi.

erizedi Anna Poli – L’Amministrazione Raggi, sempre alle prese con un bilancio da pianto greco, con la decisione di sloggiare dalla sua sede un centro antiviolenza nella periferia est della città ha fatto il suo lavoro, senza mezzi termini ma contro le persone sbagliate. Con l’intento di perseguire la legalità mettendo a bando i locali e smentendo il precedente affidamento diretto, ha in realtà finito per rompere le uova nel paniere alle coltivatrici dirette di vittimismo e piagnisteocrazia. Quelle che fino a una Giunta fa godevano del privilegio dell’essere il sesso più debole del momento, motivo evidentemente sufficiente a garantire loro un tetto esclusivo e gratis in nome della nobiltà della causa.

Gran bel dispetto, in quest’ottica, sfrattare un centro antiviolenza. Una ripicca politica, così è dipinta dai soliti media, che si traduce in una molestia inflitta proprio a chi sulla molestia ha costruito un proprio mito e una propria attività. Ma c’è una frase interessante tra gli striduli pensieri di Eleonora Mattia, presidente della IX Commissione regionale Pari Opportunità, una frase mirabilmente rigirata che come una chiave apre il caveau del luogo comune e svela l’inghippo del linguaggio asservito: “chiudere per questioni legate ai canoni di affitto è un modo becero e poco lungimirante di amministrare una città come Roma”. Meglio sarebbe, invece, chiudere un occhio. Soprassedere (questa la proposta della Mattia?), rimandare a una data possibilmente da non destinarsi l’ingrata applicazione di un provvedimento a norma di legge.

trasferimentoLe questioni legate ai canoni di affitto sono dunque ben poca cosa di fronte all’impegno nobile, morale e sartoriale che sta di casa nell’edificio in questione. In questa frase succede qualcosa di clamoroso, è il golpe degli assi cartesiani: ciò che è giusto diventa sbagliato nel nome di un giusto più giusto che è totalmente arbitrario ma che viene sventolato come valore universale. Ciò che è scorretto, per contro, diventa la strada ovvia, quella che senza pensarci due volte bisognerebbe percorrere al fine di garantire un argine alla “grave problematica sociale” della violenza di genere.

Tuttavia, niente da fare. L’inascoltata Stefania Catallo, presidente del centro di Tor Bella Monaca e donna che, se non fosse per tutti la dimessa e non violenta per antonomasia, rischierebbe di sembrarci una bulla arrogante e bellicosa, vede partire “l’ennesimo schiaffo al centro”. Continuano a “picchiare sul centro”, dice, “è un vero e proprio accanimento”. Parole sue. Ed è interessante il gergo. Più la leggo, la Catallo, più avverto la sintomatologia tipica di quando, guardia alta e testa pure, vesto i panni di una Giovanna D’Arco variegata Rocky Balboa lanciata alla guerra per l’onore e per le donne. Eppure qualcosa non mi torna.

schiaffo

Mi viene da appoggiare l’indice sulla parola centro: la copro. Se infilo un nome proprio femminile singolare a caso lì dove c’è il mio dito, salta fuori qualcosa che non si discosta di molto da una tipica relazione redatta di tutto punto proprio in un centro anti-violenza. Siamo di nuovo nel caveau e la chiave questa volta è appesa alle immagini sonore che la Catallo snocciola con saggia maestria, piccole perle annodate in una retorica convincente ed evocativa che richiama in chi la ascolta (specie se donna) lo schiocco e il bruciore di uno schiaffo.

Ma quando è stato che un tiro alla fune con in palio un edificio si è trasformato in un’accanita e spietata crociata contro il sesso bugiardamente debole? Probabilmente lo stesso giorno in cui si è deciso di intitolare il centro antiviolenza di Tor Bella Monaca ad Anne Marie Erize, una splendida modella argentina scomparsa durante la guerra sporca di fine anni ’70, diventata così un fuorviante e immotivato simbolo della violenza contro le donne. Non si discute sul fatto che fosse una donna e certamente è anche stata vittima di una straordinaria violenza, ma le due cose sono congiunte solo per puro caso, tanto più che la medesima violenza straordinaria è stata riservata anche ad altri trentamila umani come lei. Colpevoli di nulla, è vero, ma un nulla dichiaratamente politico, non di genere.

raggi-3Insomma, complici i media da un lato e le teatranti femministe dall’altro, i poli di giusto e sbagliato rotolano sul tavolo da gioco come i dadi del croupier. Al di sopra del bene e del male, oltre la legalità e il rispetto della cosa pubblica, pretendono di stare i centri antiviolenza. E così va, a meno che la politica e l’amministrazione non decidano di essere rigorose e corrette, non tanto per principio, quanto per il solito obiettivo banale di fare cassa, prima liberando poi magari cartolarizzando i propri immobili, come probabilmente accadrà in questo caso. Il prezzo da pagare è la reazione nervosa dei portatori insani di interessi impropri, che insorgono e si mobilitano strepitando al vilipendio.

Nell’eco degli schiamazzi scomposti delle virago antiviolenza romane risuona forte l’amicizia strutturale che queste realtà stringono ormai da troppo tempo con le prassi scorrette, sempre ben protette da una retorica settaria e una politica complice. Se tendo l’orecchio posso sentire, di contro, il respiro sollevato di tutta quella maggioranza di uomini e di donne che vorrebbe ausili seri, trasparenti, commisurati e preparati. Dalle loro voci sale un mormorio sobrio ma convinto: finalmente… uno di meno.


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12 commenti

  1. Mi sento “tradito”..
    Non mi convince nemmeno un po’ questa collaborazione; non riesco proprio a fidarmi. Probabilmente vuole inibire la presa di coscienza, confondendoci; forse teme il “separatismo” maschile in ambito matrimoniale o qualcosa del genere.
    Se con i fatti e le azioni dimostrerà di meritare le belle parole con cui l’hai descritta, mi scuserò e le farò i complimenti. Ora come ora ai miei occhi è soltanto una femminista, cioè una nemica.

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  2. Davide Stasi
    >>>>>>
    Anche per loro, ma anche perché lo ritengo doveroso a prescindere, da oggi questo blog si tinge di rosa.
    >>>>>>

    E fai male a “tingerlo” di Rosa, Davide.
    A me neppure trent’anni fa sarebbe passato per la testa di… “collaborare” con una femmina.
    Magari un giorno ti spiegherò perché.

    Saluti.
    Sandro Desantis – alias “Silverback”

    Piace a 1 persona

    1. Ci sono donne e donne (le “femmine” sono altra cosa). Anna Poli è oltre, posso assicurarlo. E credo sia sufficiente leggere il suo articolo per rendersene conto.
      Questa non è una guerra maschi contro femmine, come all’asilo. Qua si deve ricostruire una realtà e un futuro. E lo si deve fare assieme, uomini e donne per bene, isolando le minoranze facinorose e rumorose.
      Giudichi dunque Anna Poli da ciò che scrive e da come lo scrive, non dal suo genere di appartenenza. L’ottica resta critica, anche aspra, ma sempre costruttiva.

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