L’insostenibile leggerezza dell’idiozia

centro-estivo-pride-bologna-casalecchio-fbdi Anna Poli – “Oggi ci siamo dipinti la faccia con i colori dell’arcobaleno per festeggiare il gay pride. Viva l’amore!”. Recita così il cartellone appeso all’interno dell’asilo nido Meridiana di Casalecchio di Reno, dove si sta tenendo il centro estivo per bambini da zero a cinque anni. Se qualcuno mi avesse chiesto di dare una definizione di apoteosi concettuale del politicamente corretto, state pur certi che fino a qualche giorno fa avrei risposto: un baby gay pride party dentro a un asilo nido. Prendi l’ingrediente principale che è sempre l’amore universale, lo colori con l’arcobaleno, gli piazzi un sorriso profondo, lo porti a una festa da ballo e la festa la organizzi dentro a una scatola di bambini che hanno ancora il pannolino. Geniale tripudio del nuovo nazional-popolare! E tutti vivono felici e contenti.

Eppure capita un fatto. Capita che una cinquina sprovveduta di educatrici di professione, entusiaste e motivate a far saltare anche le ultime misere barriere di senso e di identità rimaste, si mettono d’accordo e attuano l’apologia del qualunquismo, sinceramente persuase dall’idea che ciò non potrà che rendere il mondo un mondo migliore. La bomba scoppia, tutti insorgono nel disappunto generale e la cinquina in evidente stato di shock non può fare altro che silenziarsi in un angolo leccandosi le ferite e spremendosi le meningi per capire che cosa cavolo sia successo.

TNX-1270-bimboIl troppo ha stroppiato, mia cara cinquina. Passi l’essere gay, passi l’orgoglio manifesto e manifestato relativo all’essere gay, passi anche che andiamo festeggiando tutta questa emorragia di orgoglio gay assieme ai gay, ma poi basta! C’è un limite a tutto, anche allo strabordìo di perbenismo. Senza contare un dettaglio concettuale non irrilevante che non ha minimamente impegnato (ma avrebbe dovuto) la fervida organizzazione rose e fiori del lieto evento, e cioè che non esiste bambino di quattro anni in grado di poter consapevolmente manifestare il proprio orgoglio verso qualsiasi cosa, tanto meno verso l’essere gay. Esiste però un buon senso educativo, quello che avrebbe dovuto essere chiamato a collaborare in sede di pianificazione. Un buon senso che ci dice che se vogliamo insegnare a un bambino a provare un giorno orgoglio (facciamo rispetto?) verso qualcosa che non gli appartiene (sul manifestarlo soprassiedo), il modo migliore è insegnargli prima a provare orgoglio verso ciò che invece gli appartiene eccome. L’essere un bambino, per esempio. E in virtù di questo ignaro, inconsapevole, condizionabile e con il sacrosanto diritto di associare i colori dell’arcobaleno alle cose concrete del mondo, tipo una mela, una palla, una cacca. Per i concetti è presto, troppo presto.

Di certo non la pensa come me la referente regionale delle famiglie arcobaleno Elisa Dal Molin che in un’intervista su Repubblica ha proclamato a gran voce: “Non è mai troppo presto per abituare i bambini alla diversità” e, non contenta di quell’unica eresia, prontamente gliene ha accodate un altro paio: “credo che le educatrici abbiano fatto bene a cogliere la palla al balzo e voler introdurre con la scusa del pride la tematica delle tante famiglie. Il tema non è l’omosessualità, ma l’omofobia”. Proprio no, Elisa Dal Molin: il tema non è l’omofobia, il tema è l’accettazione. Quando ci è stato chiesto il consenso per passare dall’accettare tutti all’accettare tutto? L’incompetenza sul lavoro, per esempio. O la confusione più totale tra ciò che appartiene indiscutibilmente al proprio sistema di convinzioni individuali e ciò che invece abbraccia una progettualità rivolta a un gruppo, dunque svincolata in essenza dai propri credo.

leggerezza3Guarda caso, nonostante la frattura netta tra favorevoli entusiasti e contrari indignati, un sottile fil rouge si è dipanato inspiegabilmente tra le righe di praticamente tutte le maggiori testate giornalistiche, una parola che suona come un ritornello: “leggerezza”. “Le ragazze hanno preso la cosa con un po’ di leggerezza”, “è stata una leggerezza”, addirittura c’è chi titola “leggerezza, indagine interna”. Se non sapessi che stiamo parlando di un gay pride under-5 penserei che l’argomento in questione sia il Philadelphia. Litri di leggerezza spruzzata a piccole dosi come l’Amuchina dai dispenser dei bagni pubblici. E anche l’odore è lo stesso. Puzza di sterile. La leggerezza non è mica l’attenuante, la leggerezza è l’aggravante! Ancora una volta la retorica giornalistica sancisce il golpe degli assi cartesiani, per cui i poli di giusto e sbagliato si confondono in una nebbia di retorica che avvolge tutto e il contrario di tutto. Eccolo lì, un bel dio (che scende) dalla macchina per risolvere il misfatto. La leggerezza è il detersivo più innocuo che i nostri amati media, colti alla sprovvista, sono riusciti a trovare per lavare il pavimento dopo che qualcuno ha pensato bene di vomitare quello che proprio loro gli avevano propinato a pranzo.

La forbice dell’adeguamento sociale ha le lame spalancate, talmente aperte che rischiamo di non vederle più e di dimenticarcene. Eppure nel mezzo di quelle lame ci siamo noi, noi e i piccoli futuri noi, quelli che si divertono sempre a fare una festa piena di colori, che giocano sempre volentieri a truccarsi la faccia. Gli stessi che però non hanno alcuno strumento per capirne i significati, se dietro a questi giochi si decide di nasconderne uno. E allora, prima di dichiarare il coma irreversibile del senso critico, poniamoci almeno una domanda che non è né di destra né di sinistra, ma che ha a che fare con i nostri bambini: quando si sceglie di insegnare la diversità festeggiando l’orgoglio omosessuale si sta rispettando la gradualità dell’imparare, conditio sine qua non dell’educazione? Se la risposta è no allora ciò che è stato fatto è sbagliato. Che è il contrario di giusto e il sinonimo di sconsiderato. Se poi è stato anche fatto con leggerezza, allora una tale inconsistenza di testa merita davvero di comparire nel curriculum delle cinque signorine. Alla voce “incolla qui la tua foto”.


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23 commenti

  1. come mai nelle università, rettori e professoroni vari sono più maschi che femmine, eh?
    forse perché SI GUADAGNA DI PIù E SI è PIù STIMATI, mentre le maestre d’asilo e scuola elementare “contano poco, sono poco più che babysitter”?
    per questo motivo sono idiozie dire che “sono più le femmine, a gestire la scuola”.
    che scuola gestiscono? gli asili nidi, le elementari? e con che programmi?? far fare i disegnini ai bambini con i gessetti colorati e i pastelli!? quando la vera cultura ufficiale la si fa negli atenei?? quando ad essere considerati sapienti sono i professoroni che siedono ai congressi? e difatti lì le femmine sono poche.
    p.s Signor Davide Stasi, le ricordo che Eric Lauder è un famoso MRA che scrive molto sul “Fatto Quotidiano” e su “A voice for men”, nella sezione dei commenti e che è un paladino della teoria del “sono i maschi, i veri stuprati”.
    Visto che Lei non è informato come me sui suoi fans, Le faccio sapere che il suddetto Eric Lauder si prende anche pernacchioni e sghignazzi vari dagli stessi maschi, che queste sue sparate le commentano come: “eh, ti piacerebbe avere la stupratrice donna che ti salta addosso!” oppure “La trovassi io, la stupratrice donna arrapata…”, perché scritti come li scrive lui, certi commenti si prestano molto a commenti alla Alvaro Vitali\Fantozzi, da parte degli stessi uomini, eh, non delle femministe. Non so se ho reso l’idea.
    p.s 2 Mi spiega cos’è la turbofemminista? una femminista che ama le motociclette?
    Capisco che Lei crea bellissimi neologismi, tipo Rosa Nostra, che è facile da capire, visto che ricalca “Cosa Nostra” ma turbofemminista non riesco a capire se ricalca qualcosa… Mi risponda, che sono curiosa.
    p.s 3 pensa anche di creare altri neologismi per parlare di altre femministe, quindi non solo Rosa Nostra, ma anche parlando di Camorra, ‘Ndrangheta, Stidda, Ligera e Sacra Corona Unita? pensa di creare altri neologismi partendo da queste parole? Lo sa, vero, che noi femministe spesso odiamo altre femministe, non penserà di certo che siamo tutte unite le une alle altre… devo capire un po’, seguendo i neologismi stasiani, io a che cosca potrei appartenere… Rosa Nostra che genere di femministe include? Mi faccia sapere, magari include femministe che a me non piacciono, per cui non posso fregiarmi dell’appartenenza…
    p.s 4 a proposito, restando sull’articolo, peggio di un maschilista maschio c’è solo una maschilista femmina.

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    1. Non sono un MRA.
      Sono uno che può permettersi di scrivere questo, senza censure e risultando tra i commenti più votati:

      “Mah, sarà, io sono uomo e certe cose non le capirò mai: se io vado a cena con due signore, mi ubriaco tanto da perdere completamente lucidità e quelle, ancora sobrie, fanno sesso con me, nessuno dice che è stupro, addirittura se dovessi provare a denunciare molto probabilmente i tutori della legge mi riderebbero dietro.”

      https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/07/16/stupro-la-cassazione-se-la-vittima-si-ubriaca-volontariamente-condanne-ma-senza-aggravanti/4497262/#27073460

      Leggere i commenti che seguono il messaggio potrebbe essere interessante…

      Mi fa piacere sapere che pensi che nessun uomo abbia il diritto di dirti no, e che se vai da sobria con un uomo ubriaco per te è tutto a posto.
      D’altronde si sa: senza doppi standard il femminismo non sarebbe mai esistito (si veda il discorso del diritto di voto senza obbligo di servizio civile).

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  2. Condivido l’articolo e anch’io ho aspramente criticato la cosa: c’è un confine tra accettazione e propaganda, e qui lo si è chiaramente passato: questa è pura propaganda fatta passare per anti-omofobia.
    Mi sfugge però una cosa: perché mai tale articolo si trova in questo blog, dedicato ai diritti degli uomini? I bambini sottoposti a propaganda sono sia maschi che femmine, e non mi sembra che si veda la questione dal punto di vista (un po’ tirato per i capelli ma che potrebbe starci): “le insegnanti sono più vulnerabili a tale tipo di propaganda essendo un ambiente tutto femminile e quindi sbilanciato sull’emozione e un po’ trascurante la logica”.
    Quindi non capisco che abbia a che fare con i diritti degli uomini.

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    1. Perché questo non è un blog che si batte per “i diritti degli uomini”, inteso come maschi. Questo blog cerca di capire le cause di un degrado palese sotto una molteplicità di profili (sociale, di comunicazione, eccetera), descrivendone, dove possibile, tutte le manifestazioni, a partire da un predominio rovinoso di teorie e ideologie femministe e/o gender, che in quanto tali pongono nel mirino della demonizzazione e della discriminazione gli uomini e i padri. Il tutto non per fare la guerra a qualcuno (donne o omosessuali), ma per diffondere la coscienza che molte cose stanno andando per il verso sbagliato, con un estremismo insostenibile, e occorre dunque fermarsi un attimo, riflettere, confrontarsi e reimpostare le relazioni per un futuro un po’ più sensato.
      Potrà deludere qualcuno o molti, ma io non me ne sto della semplificazione guerresca “uomini contro donne” o peggio “maschi contro femmine”. La realtà è sempre molto più complessa di schemi così scioccamente banalizzanti. Quello che voglio fare e cercare di descriverla in tutta la sua complessità, sicuramente partendo da un punto di vista maschile.
      Se poi proprio bisogna individuare per i diritti di chi si schiera questo blog, senza dubbio si tratta dei diritti dei bambini di oggi, uomini e donne di domani.

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      1. Non concordo, e ti spiego il perché con esempi pratici: separazione, divorzi, svalutazione della figura del padre rispetto a quella della madre, leggi su stalking, Convenzione di Istanbul, centri antiviolenza riservati alle donne e che dipingono la violenza domestica come qualcosa che solo gli uomini fanno alle donne (nessuna considerazione per la violenza femminile su bambini e sui partner), leggi su stupro (Svezia e Spagna), eccetera., eccetera, eccetera.
        TUTTI questi problemi nascono ESCLUSIVAMENTE da una narrativa sociale che si è diffusa ed è stata generalmente accettata, che vede gli uomini come perpetratori/oppressori e le donne come vittime.

        Nessuno dei suddetti problemi ha direttamente a che fare con i migranti, con la propaganda LGBT e con la pubblicità indesiderata che ti arriva sul telefono di casa, e alle volte ho la sensazione che si mettano di mezzo tali argomenti (tranne l’ultimo, che ho citato solo per far capire meglio) solo perché si ha paura di affrontare in maniera diretta le vere questioni e le loro cause. Sono contrario all’immigrazione, alle telefonate pubblicitarie e alla propaganda LGBT: tutte e tre queste cose colpiscono sia uomini che donne (ad esempio la propaganda LGBT per certi versi svaluta anche il ruolo delle madri), ma hanno poco a che fare con i problemi che indico all’inizio.

        Considera anche se fossimo negli USA nel gran minestrone, insieme a migranti e propaganda LGBT, ci sarebbe anche il welfare state e i diritti dei lavoratori: ti dicono che se sei pro-sanità pubblica e pro-diritti dei lavoratori sei pro-femminista, ma sappiamo che non è affatto così…

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        1. Dimenticavo una cosa: mentre ci si preoccupa di una cosa che colpisce bambini e bambine, come se fosse un problema unicamente o principalmente maschile, nel 2017 i master conseguiti da donne sono saliti al 64,4%, contro il già preoccupante 63% del 2016. Arriveremo oltre il 70% se continuiamo così.
          Per questo avrei preferito un approccio alla questione tipo:
          “le insegnanti sono più vulnerabili a tale tipo di propaganda essendo un ambiente tutto femminile e quindi sbilanciato sull’emozione e un po’ trascurante la logica”
          Si criticherebbe l’iniziativa ma da un punto di vista assai più produttivo.
          Tanto anche se dovessimo eliminare fisicamente tutti i gay, il problema nel sistema scolastico sarebbe totalmente immutatoi, le donne continuerebbero ad essere il 98% delle insegnanti nelle scuole primarie, il 91% in quelle secondarie, e il gap educativo a crescere, qui sta il punto, e sviare da tale punto è inutile.

          Il punto è che la contrapposizione “maschi contro femmine” è reale, ed ha talmente indebolito gli uomini che pure gli LGBT sono saliti sul carro del vincitore.
          Ma non fermi la Germania hitleriana focalizzandoti contro la Slovacchia di Tiso…

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          1. Il tuo è un punto di vista che non condivido. Sembri sostenere che quel 98% di insegnanti donne (vorrei capire da dove prendi tale spaventosa percentuale…) siano tutte asservite a teorie gender o turbofemministe. Così, per fortuna, non è. Anzi. La Germania hitleriana contro cui si combatte, a mio avviso, è ben altro che tale. E’ un gigante ideologicamente con i piedi di argilla. Dalla sua ha solo la capacità di coinvolgere nella sua narrazione portatori di interessi “altri”, in un’alleanza contingente che, pur non essendo facile da spezzare, si può comunque spezzare. Dal mio osservatorio ho un polso della situazione diverso dal tuo (non per questo necessariamente corretto, sia chiaro). La saturazione rispetto a taluni estremismi è trasversale tra uomini e donne. Il paragone con cui descriverei il contesto non è quello facile e suggestivo della Germania hitleriana, ma quello di fine anni ’70 inizio anni ’80 del ‘900 rispetto ai fenomeni di terrorismo rosso. Sussiste un misto di rassegnazione e di tolleranza, miste a un interesse vago per le fascinose descrizioni della realtà che dai campi estremisti riescono a giungere alle persone. Che però, nella vita quotidiana, vorrebbero un contesto molto più pacificato. Ai più i conti non tornano e, con un confronto franco sono ben felici, quasi sollevati, di sentire una narrazione diversa.
            La mia opinione è che, seppure in ordine sparso e disordinato, purtroppo, ci siamo dirigendo poco a poco verso una nuova ideale “marcia dei colletti bianchi” che chiuderà un’epoca isterica, insostenibile e troppo infruttuosa per potersi affermare in modo strutturale. Credo, in questo senso, che il suicidio di oggi della fondatrice delle “Femen” sia simbolicamente un segnale coerente, in questo senso.
            Quello che è certo è che se il fronte antiterrorismo (o anti-hitleriano, se preferisci) fosse più concreto, coordinato, unito, la chiusura di quest’epoca parossistica avverrebbe con maggiore rapidità. Invece per ora la battaglia e il dialogo, a seconda dei casi, è lasciato a pochi avanguardisti, chiamati ad alimentare tra mille difficoltà una narrazione alternativa e vera. Destinati forse a non vedere nemmeno il compimento dell’opera per aprire la strada alla quale tanto testardamente si sono esposti.
            Ma se l’ottica è quella di consentire a figli e nipoti di vivere in un futuro dove fenomeni come #MeToo vengano visti con lo stesso orrore con cui oggi consideriamo il vizio del fumo, vale la pena sacrificarsi.

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            1. La questione non è se le maestre siano promotrici di teorie queer o turbofemministe: la stragrande maggioranza non lo sono. Ma donne e uomini sono differenti, lo stile di apprendimento è diverso, e inevitabilmente se il 98% degli insegnanti è donna questo va a detrimento dei ragazzi: basti vedere come reagiscono diversamente alle attività sul campo o di laboratorio i bambini e le bambine (con le dovute eccezioni, ma direi che la regola di Pareto, l’80:20, si applica).
              C’è poi una cosa: sinché chiedi alla donna media se è femminista forse solo il 5% ti risponderà di si, se parli loro di fluidità sessuale o teoria queer sono ancora meno quelle che concordano.
              Prova però a parlare loro di “femminicidio”, e zac! Quelle che aderiscono alla narrativa, almeno in parte, sono MOLTE di più. E poi prova a parlare di gap salariale, le “femministe” diventano ancora di più…
              Lo sai benissimo anche tu: infatti ti è venuto da scrivere TURBOfemministe, e non “femministe”.
              Proviamo a rifare la domanda in questa forma:
              “Sembri sostenere che quel 98% di insegnanti donne siano in gran parte portatrici di ALCUNE idee femministe (gap salariale, femminicidio, stalking e/o violenza come prerogative prettamente maschili)”
              La risposta è si, lo sostengo.
              Abbina queste idee, assai diffuse nella nostra società, al fatto che lo stile di insegnamento sarà necessariamente femminile (e quindi più adatto all’apprendimento delle ragazze che dei ragazzi) e la frittata è fatta: 64,4% di master femminili, in crescita. Nel giro di pochissimi anni ci saranno due master femminili ogni master maschile, 66:33. A parti invertite sarebbe uno scandalo e si richiederebbero misure drastiche.
              #MeToo non sarebbe un grosso problema: diritti dei lavoratori a non essere licenziati senza giusta causa (cioè sulla base di sole accuse) + un po’ di cautela sul luogo di lavoro, e tutto è risolto. E’ anche per questo che bisogna stare attenti a fare l’equazione femminismo=sinistra, in molticasi lo è, ma se hai l’articolo 18 una roba come #MeToo diventa un’arma spuntata (gli MRA americani questo non lo capiscono: pensano che sia importante combattere le false accuse ma anche che sia importante poter essere licenziati senza giusta causa, ovvero pure sulla base di accuse non sostanziate…dissonanza cognitiva).
              Il fatto che in Svezia (e presto in Spagna) abbiano messo fuorilegge, con il generale silenzio popolare, i rapporti sessuali tra uomini e donne è invece un grosso problema. Non sto esagerando: di sicuro lo hanno fatto solo sulla carta, e moltissimi non seguiranno la legge, ma di fatto tutti i rapporti sessuali dove l’uomo non chieda esplicito permesso vocalizzato alla donna sono diventati tecnicamente stupro: cioè il 99% dei rapporti sessuali.

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              1. Allora, facciamo un po’ d’ordine… Dati OCSE: gli insegnanti in Italia sono Gli insegnanti in Italia, quanti sono 729.668, di cui 126.317 (17%) uomini e 603.351 (83%) donne. Siamo dunque lontanucci dal tuo 98%.
                Non so cosa tu intenda per “stile” di apprendimento, concetto che in pedagogia non esiste. Ci sono processi differenti di apprendimento, ma essi dipendono da altri fattori che non il genere. Per lo meno questo è ciò che dice la scienza. Non a caso i metodi didattici si basano, a parità di “normalità cognitiva” (quindi escludendo ritardi o handicap), sull’età e sulla progressività. Da questo punto di vista a mancare non è un riequilibrio di genere tra gli insegnanti, che pur non guasterebbe, ma una loro alta, anzi altissima professionalizzazione, cosa che manca drammaticamente nel nostro paese. Insegnare è una vocazione, oltre che un’arte, e se proprio vogliamo andare a monte dei problemi, il “tutto concesso”, il “6 politico”, il “tu” ai docenti, sono tutte componenti del degrado di una professione sottopagata, che invece dovrebbe essere, per preparazione e professionalità, la spina dorsale di una nazione. Fidati, parlo per cognizione di causa, un insegnante che ama ciò che fa e che è riconosciuto per ciò che vale, non infila merda nelle teste dei giovani. Figurati se parla di gaypride a dei bambini in età da asilo… Ed è proprio di questo che parla l’articolo di oggi: mancanza di professionalità e relative devianze. Un discorso che varrebbe ugualmente se le persone coinvolte fossero uomini e non donne. Perché al centro della critica c’è non la filosofia (se è una filosofia) LGBT, che pure è criticabile sotto altri aspetti, ma quella filosofia imposta a bambini non in grado di filtrare, per un fatto d’età.
                D’altra parte, nessun male se le docenti hanno le loro convinzioni distorte su femminicidio o gap salariale, questo non fa di loro delle femministe, né turbofemministe, né nazifemministe. Sono solo persone acritiche e mal informate come ce ne sono tante. Ai miei tempi mi sono sorbito fior di docenti di estrazione marxista, che mi hanno fatto due palle così tanto da trasformarmi in anti-marxista. Ma allora c’era accesso ad altre informazioni. Ce n’erano meno, ma l’alternativa c’era. Ora l’overload di informazione rende nulla l’alternativa. Dunque il problema è sistemico, non nel numero di docenti donne o nel loro stile di insegnamento. Sta proprio nel fatto che il “sistema” si sta allineando a politiche inique, a partire dal considerare stupro un rapporto non esplicitamente consensuale.
                In altre parole il problema è complessivo e complesso, e include una molteplicità di aspetti, parte dei quali, con diversi pesi, vengono affrontati in questo blog, proprio nella speranza di intercettare qualche “mal informato/a”, docenti incluse.

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                1. 17% uomini e 83% donne, dove? Io ho scritto 98% scuola primaria e 91% scuola secondaria, e ho esagerato sulla secondaria, citando a memoria
                  Alla scuola materna i maschi sono 612, lo 0,7%. La percentuale di insegnanti maschi sale al 3,6 per cento su 245.506 alla primaria, mentre alle medie gli uomini rappresentano il 22% dei 155.705.
                  Quindi la primaria è 96,4% donne, molto vicino al 98% che ho detto.
                  E’ il 99,3% alla materna, e ho sbagliato parecchio per le secondarie: è 78% e non 91%.
                  I dati sono qui
                  https://www.oecd-ilibrary.org/education/gender-imbalances-in-the-teaching-profession_54f0ef95-en#
                  Non ho scritto nulla sui licei e le università.
                  Ti faccio notare che sei diventato anti-marxista per la propaganda marxista al liceo e all’università: età in cui si inizia ad avere spirito critico. E’ una cosa MOLTO diversa per quel che riguarda la scuola primaria.
                  Il gap tra insegnanti donna e uomo è pure in crescita per il futuro: il 93,6% dei laureati dell’intero gruppo insegnamento è donna, XX rapporto AlmaLaurea 2018.
                  Non sono un’insegnante, ma ho dato lezioni private e la mia ex moglie è professoressa al liceo, quindi non sono del tutto digiuno sul tema.
                  Che l’iniziativa di Casalecchio di Reno sia sbagliata e da punire (per quanto possibile) non ci piove: io sono per dare ai bambini informazioni quante ne vogliono, ma solo quando lo chiedono, è ovvio che qui invece è stato imposto dall’alto a bambini di 3-4 anni qualcosa che non capiscono.

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        2. Direi che in circa due anni di vita non si possa dire che il mio blog non incentri le sue tematiche sulla narrazione sociale, culturale e mediatica negativa che viene fatta dell’uomo e/o padre, e che nella pratica si traduce in una quantità di ingiustizie e iniquità smisurate.
          Quello è e rimane il centro focale, il cuore della questione, il punto di partenza e di arrivo.
          Tuttavia, nel corso del tempo, l’analisi si è necessariamente evoluta. I fenomeni molto raramente esistono di per sé. Il più delle volte si coniugano ad altri più o meno tangenti, all’interno di un disegno generale. Trattare di sole questioni maschili rischia di restringere il campo e far perdere strumenti di comprensione. Dunque in modo spontaneo la visuale si è allargata a un quadro più ampio, che appare coerente con le storture che si registrano riguardanti gli uomini: la privazione degli elementi identitari. Le teorie gender sono parte di quel processo di privazione (almeno questa è la mia idea), e come tali meritano di essere trattate in termini complementari a quelle maschili. Idem per il problema migratorio, che mai viene qui approcciato in termini razziali, ma in connessione all’ottica principale del blog. Non più tardi di due settimane fa G.A. ha avvicinato efficacemente il business sui migranti a quello dei centri antiviolenza, con un paragone quanto mai azzeccato. Inoltre è acclarato che le violenze sulle donne sono meno violenze, per le femministe e i media, se a compierle è un immigrato. Manifestazioni anomale come queste meritano analisi e approfondimenti che si affianchino con la questione comunque centrale affrontata da questo blog, che intende contrapporsi come uno strumento di recupero di valori naturali e da sempre efficacemente vigenti, per una loro traduzione futuribile, e in netto contrasto con le ideologie globalizzanti e anti-identitarie di cui il femminismo estremista e la sua narrazione mediatica, il favoreggiamento dell’immigrazione indiscriminata e le teorie gender sono, a mio avviso, sono evidentemente degli strumenti.

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          1. Noto che prima avevi usato “turbofemminismo” e ora “femminismo estremista”, come a voler fare dei distinguo.
            Non esiste il femminismo non estremista: il femminismo “moderato” significa che le donne hanno diritto di voto senza obbligo di fare il militare (né un alternativo servizio civile!) / obbligo di essere chiamate a servire la patria in caso di emergenza – vedi bene: neppure come infermiere!!! Lo ripeto: neppure come infermiere!!! Io questo lo chiamo “rubare”, quindi il femminismo “moderato” equivale a rubare, perlomeno in certi casi, e non ho problemi a dire che senza i suddetti obblighi nessuno dovrebbe avere il diritto di voto: servizio civile obbligatorio e/ obbligo di essere chiamate a fare le infermiere/altro ruolo di supporto in caso di emergenza, in mancanza: niente voto.

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            1. Non mi attacco e non mi perdo in questioni definitorie. Quelle le lascio ai filosofi del nulla, impegnati a guardarsi l’ombelico. Per me femminazista, femminista estremista, turbofemminista è colei o colui che vuole imporre la propria visione, quando questa visione è puramente ideologica (ovvero non sostenuta da fatti e logica) e predica la sopraffazione di altri, magari coniugando al conflitto anche un bel business. Punto. Per me quelle persone, comunque le si voglia chiamare, sono avversarie, quando non addirittura nemiche.
              Dissento invece che non esistano femministe che non chiamo “moderate” o in altro modo, sempre per non cadere nei giochetti definitori fini a se stessi. Parlo di femministe NON come quelle descritte (estremiste, eccetera). Quelle con cui puoi dialogare costruttivamente, che ti svelano punti di vista a cui non avevi pensato e che se ne lasciano svelare altrettanti da te.
              Chiaro, sono numerose come i panda in Cina, per carità, ma ci sono. E per me non sono mai nemiche, ma interlocutrici e interlocutori. Minoranza nella minoranza, d’accordo, ma almeno ci si può confrontare utilmente.
              Posto che il confronto principale è da farsi con chi, come me, non è e non si definisce né femminista né maschilista, cioè con quella maggioranza “laica” che vorrebbe solo capire.
              Perché, almeno questa è la mia posizione, non c’è una guerra purchessia da fare, non è la guerra per la guerra, per il solo gusto di farla. Chiaro: c’è un genere sotto attacco in particolare, ma è un intero sistema identitario a essere sotto attacco. Per questo una guerra fine a se stessa è inutile e dannosa. E’ e deve essere una guerra in vista della pace, dell’equilibrio, dell’equità. A questo scopo, individuato e messo nel mirino uno e un nemico specifico, quello va attaccato, senza fare vittime “civili”, e nel contempo ogni altra interlocuzione è positiva e deve essere perseguita.

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        3. La questione del movimento LGBT e della ideologia “gender” (non ovviamente la omosessualità in sé, sono due cose diversissime) è secondo me correttamente inserita nella questione più prettamente maschile, perché quel movimento per farsi largo prova a sovvertire la famiglia tradizionale principalmente (ma non solo) imbastendo una guerra alla figura paterna. Ci rientra dunque nella misura in cui per prosperare bisogna prima allontanare anche simbolicamente il padre dalla riproduzione, cosa che la femmina della specie subisce in misura minore per ragioni biologiche, almeno finché la Tecnica non ci avrà “donato” l’utero artificiale. Non a caso anche nel femminismo esiste una corrente che nega alle coppie maschili di essere padri (così come non riconosce ai trans di sentirsi appartenenti al genere femminile) cosa che al contrario non avviene con le coppie lesbiche dal momento che uno spermatozoo donato non è un utero affittato.

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          1. Errore: le associazioni LGBT stanno davvero facendo una guerra senza quartiere alla famiglia tradizionale, ma non attaccano solo la figura paterna, ma pure quella materna – conosciamo tutti il caso di Vendola, e infatti è un attacco alla figura materna, non certo a quella paterna…adesso con la faccenda di Cristiano Ronaldo diventa tutto più interessante e molto più chiaro: non è gay, ha tre figli nati da GPA, nel caso dei tre figli di Cristiano Ronaldo c’è un padre che ha fatto una scelta ben precisa e cioè avere figli che, qualsiasi cosa succeda, nessuna donna gli potrà portare via tramite un divorzio e finto affido condiviso – i bambini hanno un padre e la convivente di lui può fare da mamma adottiva ma nel caso di separazione si toglie dalle scatole e non ha alcun diritto verso i figli, è proprio questo il bello! 🙂
            E’ da notare che in caso di separazione alle brutte i figli NON hanno un padre, ma al massimo un padre a mezzo servizio, e quindi dove starebbe la grossa differenza con i figli che hanno un padre e la convivente di lui che fa da mamma?
            Si può essere d’accordo o meno, si può dire che avere una madre sia importantissimo (e su questo concordo), ma è anche chiaro che qui c’è un uomo che ha risolto il problema del finto affido condiviso alla radice, in modo totale – ecco perché prima di attaccare con fuoco a saturazione certe pratiche come se fossero anti-maschili tout court bisogna a mio parere riflettere un attimo: io sono divorziato, ho l’affido condiviso e vedo i figli più della media dei padri sepratai, però, tornassi indietro e avendo ampia disponibilità economica potrei certamente prendere in considerazione l’idea di una GPA, e non mi si potrebbe convincere che privare i figli della madre sia “anti-paternità”: si può dire che è sbagliato, ma è “anti-maternità” e non “anti-paternità”. Oggi come oggi in Italia è la maternità ad avere molto più valore rispetto alla paternità, per cui E’ un attacco al sistema, allo stesso sistema che porta al finto affido condiviso ed all’assegnazione dei figli rigorosamente alla madre.

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            1. Non capisco dove vuoi andare a parare con questo discorso… ammetti che le teorie gender, arcobaleno, queer o come cavolo vuoi chiamarle attaccano la famiglia, figura materna e paterna assieme… Ebbene, se siamo d’accordo su questo (e lo siamo), io dico:
              1) non mi piace in generale;
              2) mi piace ancora meno che venga trasmessa ai bambini.
              Che poi la figura materna sia preferita a quella paterna nella cultura, nei tribunali… be’, si sa. Che ci sta a fare sennò questo blog?

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              1. Non esiste teoria queer / arcobaleno / gender senza attacco alla famiglia “tradizionale”: la distruzione della famiglia “tradizionale” è proprio tra gli obbiettivi principali della teoria.
                E qui torniamo all’esempio delle telefonate pubblicitarie: le telefonate pubblicitarie colpiscono sia donne che uomini in egual misura, anzi, forse, fanno più danni alle donne, visto che l’80% della pubblicità ha un target femminile.
                Ovviamente nessuno si sogna di dire che le telefonate pubblicitarie siano connesse alla questione maschile oppure alle disparità in divorzi e separazioni.
                “Tradizionale” l’ho messo tra parentesi: cosa ci sarebbe di tradizionale in una coppia che si sposa quando entrambi hanno almeno 30 anni, e nel contratto è incluso divorzio facile e breve, senza motivazioni, con ricchi premi & cotillons per la signora (il “tenore di vita” della signora, su cui la Cassazione è tornata indietro dopo neppure un anno!), e falso affido condiviso?
                Mi spieghi dunque per quale motivo un attacco alla famiglia “tradizionale” che di tradizionale non ha più nulla dovrebbe essere un problema maschile?
                Non lo è per me, semplicemente la tua prospettiva è diversa dalla mia: la mia riguarda unicamente i diritti maschili. Concentrarsi sul salvare la famiglia “tradizionale” sopradescritta dal mio punto di vista è uno spreco di forze che indebolisce: è diventata troppo sfavorevole all’uomo per rappresentare qualcosa che sia importante difendere. La mia reazione quando vedo donne che difendono la famiglia “tradizionale” è sempre chiedere loro cosa ne pensano del mantenimento del tenore di vita della signora in caso di divorzio. Le risposte sono spesso illuminanti: è un po’ come chiedere a Dracula il suo parere sulle donazioni di sangue…
                Funzionerebbe, a mio parere, molto meglio dire: “fa schifo e va riformata in senso paritario, ovverosia senza tutti questi favoritismi verso le donne. Sino a che non verrà fatto gli attacchi a tale istituzione tossica per gli uomini mi lasciano indifferente”.

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                1. Ancora questioni terminologiche. Per me famiglia tradizionale significa: due persone di sesso diverso (dunque in grado di procreare in modo naturale) che assumono un impegno con coscienza e responsabilità, nella buona e nella cattiva sorte (il che non significa matrimonio per forza). Ovvero niente poliamorismo o minchiate del genere. Punto.
                  In quell’ambito oggi l’uomo è fortemente penalizzato. Ecco il collegamento. Lavorare sul riequilibrio diritti-doveri tra uomo e donna inevitabilmente ha ricadute sull’istituto familiare. Il tutto visto in una prospettiva futura, rinnovata dei ruoli e delle funzioni. Non auspico un ritorno al “padre padrone”, se mai è esistito, né al tempo delle Amazzoni (se è mai è esistito).
                  Io guardo al futuro. E l’unica cosa che mi porto dietro dal passato, come agenzia normativa e protettiva, è per l’appunto la famiglia. Chiunque cerchi di distruggere quell’istituto è sicuramente mio avversario. Se poi lo fa passando dall’oppressione dell’uomo e dall’indottrinamento dei bambini ancora di più.

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                  1. Ma la legge non prevede questo, “coscienza e responsabilità” presuppongono decisioni prese liberamente e non imposte con sotterfugi: la legge oggi come oggi si infila pesantemente nella vita anche di chi semplicemente convive, addirittura se non convivi ma hai soltanto un conto in banca in comune con una donna con la quale hai una relazione (è considerata convivenza, l’ha stabilito la Cassazione).
                    Le femministe, salvo poche eccezioni, non cercano affatto di distruggere il contratto di matrimonio: dicono di volerlo fare, ma hanno sempre lavorato (con successo) per renderlo molto più favorevoli alle donne e di fatto oppressione dell’uomo. Che ha fatto la Cirinnà nella parte 2 del DDL? Ha di fatto sposato, a loro insaputa, tutti quelli che convivono. E tutte le femministe la supportavano. TUTTE, trovami una sola voce importante che si levò contro la parte 2 del DDL. Ti sembrano anti- contratto di matrimonio?
                    Adesso ci si è messa anche la Cassazione: ti puoi pure sposare in banca, basta che esci regolarmente con una e poi aprite un conto in banca insieme.

                    Questa è la realtà oggi: io non guardo al futuro né al passato, cito leggi e sentenze attuali.

                    Guarda che il “poliamore” è solo una scusa per scopare in giro minimizzando il rischio di scenate di gelosia. Quasi nessuno ci crede per davvero.

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                    1. Mi pare che diciamo le stesse cose ma tu vuoi apparire più cazzuto… Boh, io lotto per superare tutti gli squilibri che dici ma senza fare troppa filosofia, e per recuperare un tipo di relazione che si è persa. Chi c’è c’è, in questo. Sennò ci si perde in parole…

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                2. E’ tradizionale tra virgolette non “tra parentesi”, sto scrivendo di getto…

                  Davvero, per me la tua prospettiva è spiazzante: contratto che include divorzio con “tenore di vita in costanza di matrimonio” + falso affido condiviso CONTRO distruzione dell’istituzione che si identifica unicamente nel suddetto contratto.
                  Capisco che uno decida di prendere una delle due parti, ma solo se lo fa con riserva: farlo con veemenza come fosse una questione di vita o di morte mi sembra una cosa da matti.
                  Infatti: “Chiunque vinca, noi perdiamo” – direi che la citazione cinematografica ci sta bene, è proprio come Alien vs Predator…

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