La verità di Giuseppe – La legge 154/01: una favola dell’orrore per bambini

minacce bambinidi G.A. – Oggi raccontiamo come nel 2001, in dirittura d’arrivo del governo Amato affossator di conti correnti, succeduto al sinistro (figuro) D’Alema, e due mesi prima dell’avvio dell’era Berlusconi, grazie all’approvazione alla chetichella di una legge liberticida, inizia una narrazione dedicata ai bambini, ma anche agli adulti più avvezzi ai film dell’orrore. Anche allora, come oggi, la “sinistra” italiana tutta capitali e finanza e il suo annesso potere legislativo-giudiziario, in merito a politica della famiglia, diede il meglio di sé quando già il terreno elettorale franava sotto i suoi piedi. Un vero exploit. Cominciamo dal 2011.

C’era nel 2011 un bambino che aveva un rapporto di grande attaccamento al padre, nonostante le continue accuse della madre, di origine sudamericana, di essere nocivo e deleterio per il bambino, e le minacce sempre operate di fuga nel suo paese per allontanare il figlio dal padre. La suddetta madre, e solo lei, si abbandonava quindi a violenze varie verso il compagno e verso il bambino colpevole di adorarlo. Avviene, nell’ultimo anno di convivenza, che, improvvisamente, con una strategia precisa, la madre cominci a chiamare il 113 ad ogni accesso cui seguono le sue scenate, come quando lui, ad esempio, chiede perché avesse mancato a un impegno col figlio, alle 21,00, rientrando in casa a mezzanotte circa, anziché prima delle 21,00 come di solito. I carabinieri intevengono “per lite”, senza constatare alcuna violenza.

separazione-mantenimento-affidoIl 16 Novembre 2011, si verifica improvvisamente e senza alcun fatto litigioso, la fuga dalla casa familiare della madre, unitamente al figlio. Dopo tre giorni di ricerche disperate del figliolo di 9 anni, il padre scopre che la madre si è rifugiata, trascinando con sé il figlio, in un centro antiviolenza di Roma. E invano, come verrà a sapere, il bambino aveva pianto, protestato, gridato, il giorno della sottrazione, chiedendo di rientrare a casa col papà. E scopre, lui, quasi casualmente, dopo tre giorni, una notifica a un’udienza in Tribunale Civile fissata per il 22 Novembre, 6 giorni dopo la scomparsa, ai sensi di un ricorso ex legge 154/2001. E’ una denuncia penale per violenze e maltrattamenti nei confronti della donna, con richiesta di allontanamento.

Lo shock è tremendo. E il seguito ancora di più. Il giudice civile impone subito incontri protetti di un’ora a settimana tra figlio e padre. In realtà gli incontri protetti avranno luogo dopo un mese e mezzo di totale separazione di ogni contatto e comunicazione tra figlio e padre. Nel disinteresse dei servizi sociali, e ad opera di una provvidenziale cooperativa incaricata dal tribunale. Dopo una sofferta istruttoria durata sei mesi, il giudice civile decide infine, il giorno dello sfratto dal CAV della donna col figlio, a favore di questa. E pur proseguendo tali incontri protetti per circa cinque mesi, il tribunale civile, sulla base delle dichiarazioni della signora madre e della sua querela per maltrattamenti supportata da certificati sanitari ove non c´è traccia alcuna di lesioni, commina al padre ulteriori sei mesi di allontanamento dalla casa familiare, dalla madre e dal minore, sulla base della “conflittualità tra i genitori”.

padre-e-figlioNonostante nessuna accusa sia stata mossa per maltrattamenti al figlio, neanche dalla madre, e nonostante varie relazioni dei servizi sociali testimonino dell´eccellente rapporto affettivo tra padre e figlio, l’allontanamento include il minore. Dulcis in fundo interviene a questo punto il Tribunale dei Minori, silente per dieci mesi, e con decreto del mese di Giugno 2012, “considerata la richiesta del minore di incontrare il padre, ordina la prosecuzione degli incontri protetti senza alcun limite e anche dopo la cessazione dell’allontanamento di sei mesi ordinato dal giudice civile”. Non è purtroppo una favola dei nostri tempi, ma una storia vera! Realmente accaduta, e che si replica quasi quotidianamente da anni ed anni nel nostro paese e nei nostri tribunali. Grazie alla legge 154/2001 approvata sotto il governo Amato nel Marzo 2001.

Sembra di vedere attuato quanto auspicato anche di recente in sede di Commissione Contro il Femminicidio del Senato, che ha concluso i lavori prima della fine del precedente governo. Allontanamento senza fine, sulla base del volere della denunciante, punto e stop! In definitiva, grazie alle false accuse della madre, non supportate da prove evidenti, con un processo penale ancora da iniziare, quel figlio e quel padre restarono separati, per un anno e mezzo. Soltanto dopo tale periodo e 5 relazioni positive dei servizi sociali (sì, quelli pur sempre vituperati), finalmente il tribunale dei minori fu costretto a prendere atto che nulla ostava agli incontri liberi tra padre e figlio, fissati in due week-end e quattro pomeriggi al mese, dopo avere ovviamente collocato stabilmente il minore presso la madre e assegnato a questa la casa familiare.

alienazione-parentale-studio-salem-psicologo-milanoNel frattempo la madre era riuscita però finalmente a modificare profondamente la relazione di strettissimo affetto prima sussistente tra padre e figlio, inculcando nello stesso la convinzione che “il giudice ha mandato via papà perché lui picchiava la mamma”. Al di là delle false accuse ben orchestrate con l´aiuto di professionisti compiacenti, il cinico agire dei tribunali civile e dei minori, in conformità alle richieste del nazifemminismo più bieco, ha permesso che padre e figlio perdessero ogni normale contatto per un anno e mezzo, senza alcuna giustificazione. Il trauma rimane per sempre a carico del minore, di cui solo il padre potrà rendere conto a parziale sollievo, forse, in età adulta.

C’era una volta, quindi, un papà che aveva un meraviglioso rapporto con il suo bambino. C’era una volta, perché adesso non c’è più.  La mamma infatti, pronta ad una fuga ricattatoria verso il suo paese, decide di spezzare quel legame naturale fondato sull’amore presentando, ai danni di quest’ultimo, la più classica delle false denunce, quella per maltrattamenti in famiglia, allo scopo di ottenere evidenti vantaggi in sede di separazione (richiedendo affidamento esclusivo del minore e addebitamento della separazione). Vicende di malagiustizia e di pessima legislazione. Non è ammesso alcun lieto fine di questa vicenda, sicuramente non la peggiore, sicuramente tra le meglio concluse, di sottrazione di minori e sequestro ad opera di istituzioni e centri antiviolenza reggenti le fila alle burattine madri. Una vicenda di ingiustizia separativa causa delle urla nel silenzio di migliaia e migliaia di minori privati del papà, e di padri allontanati dai loro figli. Talvolta con esiti nefasti del sequestro.

1_123125_123087_2279918_2292777_110518_jur_hatetn.jpg.CROP.original-originalVorrei ricordare, a buon peso,  che il 90% delle denunce presentate dalle mogli a carico dei mariti risulta essere falsa (Fonte: Centro Documentazione Falsi Abusi sui Minori – www.falsiabusi.it). E anche che la “nuova” legge 54/2006, relativa al cosiddetto affidamento condiviso, prevede il ricorso all’affidamento esclusivo solo nei particolarissimi casi in cui il rapporto con un genitore configura un rischio per il minore. In Italia, in controtendenza rispetto agli altri paesi europei, si preferisce far pagare immediatamente un prezzo altissimo al papà e soprattutto al bambino, accettando anche il rischio concreto di far pagare le conseguenze, successivamente, anche alla mamma (e quindi di nuovo al bimbo), per  effetto della falsa denuncia. Il tutto pur di non prendere in considerazione, fin da subito, l’ipotesi paritaria e procedere con una analisi più approfondita garantendo, con un certo grado di continuità, l’equilibrio del rapporto padre-figlio come indicato dalla Legge 54/2006 e dalla Convenzione di New York.

Questa assurda possibilità viene offerta alle donne, come dimostrano le statistiche, dagli articoli 342 bis e ter della legge 154/2001 (Misure contro la violenza nelle relazioni familiari)Oggi, infatti, qualunque coniuge o convivente può essere allontanato da casa propria per sei mesi e anche più, indipendentemente dalla sussistenza di alternative abitative, non sulla base della commissione di fatti illeciti specifici, ma soltanto di una sua generica “condotta lesiva dell’integrità fisica o morale ovvero della libertà del coniuge”. E non si tratta solo di botte, ma anche di reazione verbale di un padre esasperato dai comportamenti di moglie e suocera che pretendevano di prendere possesso esclusivo ed immediato  dell’abitazione e del bambino senza attendere le decisioni del giudice, ad esempio.

balanceSi tratta di provvedimenti che sparano sul mucchio e condannano, insieme ai veri colpevoli, tanti padri innocenti, vittime delle false denunce da parte di donne che hanno perso o non hanno mai conosciuto il senso della maternità. A causa dell’assoluta genericità del concetto di condotta lesiva introdotto dal legislatore, di cui si parla in questi articoli di legge, potrebbero rientrare in essa, e vi assicuro che vi rientrano, comportamenti che non costituiscono nemmeno reato ed è quello che sta accadendo appunto in Italia. Il giudice civile può dunque intervenire con una discrezionalità amplissima, arrivando a  provvedimenti  motivati sulla base di osservazioni assolutamente generiche in grado, però, di produrre effetti devastanti per la libertà individuale e invasivi forse più di una condanna penale.

Per questi motivi, molti specialisti del settore ritengono, ormai da tempo, che tali famigerati articoli 342 bis e ter del codice civile siano fortemente sospetti di incostituzionalità. Rispetto, infatti, ad alcuni  articoli della Costituzione, la normativa introdotta (sulla scorta di analoghi istituti propri degli ordinamenti di common law) non si armonizza con la disciplina vigente e solleva seri dubbi di legittimità costituzionale. Si tratta infatti, di un intervento del giudice estremamente penetrante, che incide sulle libertà fondamentali e dirompente, anziché attento e rispettoso, rispetto ad un diritto di famiglia che dovrebbe garantire autonomia negoziale dei coniugi nel momento della crisi familiare. È evidente peraltro che di autonomia negoziale si può parlare quando i coniugi si trovano su un piano di formale e sostanziale parità: la violenza invece fa sicuramente venir meno tale condizione. Ed i giudici sono lungi dal governare questo potere assai ampio in modo rispettoso dei diritti di tutti i soggetti coinvolti.

zzz2I non meglio definiti  comportamenti configuranti la cosiddetta condotta lesiva di cui al Codice Civile permettono al giudice di decidere, in modo assolutamente arbitrario e sulla base anche di semplici indizi, se il rapporto fra un padre e un figlio deve continuare ad esistere oppure debba essere interrotto. Fin dal lontano 1966, invece, la Corte Costituzionale (sentenze n. 26/1966 e n. 61/1969), ha precisato che il principio di legalità è soddisfatto soltanto quando è una legge a “indicare i contenuti e i limiti superati i quali deve seguire la pena”.  Si configurano quindi infrazioni a principi costituzionali quali il diritto alla difesa in giudizio (art.24), il diritto della famiglia e all’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art.29), il diritto e dovere a educare i figli (art.30), il giusto processo con il diritto al contraddittorio e alla parità tra le parti (art.111).

Il giudice civile può adottare inoltre “ordini di protezione” quando valuti (sulla base di cosa?) la condotta di un coniuge causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale, ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente. Si tratta di una previsione estremamente ampia, che spazia dal grave pregiudizio alla vita, alla salute fisica e all’incolumità del familiare, fino ad arrivare a quello alla salute psichica (?!) momentanea e alla “libertà” di condurre la condotta che si vuole. Verificandosi detti presupposti (che la norma individua in modo assai generico), il giudice, adito con procedimento di ricognizione sommaria, di tipo sostanzialmente cautelare, può assumere provvedimenti che incidono quindi ancora su diritti fondamentali della persona, riconosciuti e garantiti dalla Carta costituzionale, in particolare la libertà personale, di circolazione e soggiorno (artt.13 e 16) e il diritto alla proprietà privata (art.42).

Ciò avviene in mancanza di quel sistema rigoroso di condizioni e verifiche, che legittima solo e soltanto il giudice penale a limitare tali diritti, ove sia ipotizzabile una fattispecie delittuosa ben identificata. Il giudice civile, infatti, ritenuta la sussistenza di un “grave pregiudizio” nei termini sopra evidenziati, può disporre l’allontanamento dalla casa familiare, nonché vietare di frequentare determinati luoghi, ad un coniuge, ancorché padre dei minori frequentanti tali luoghi. Tutto ciò a norma della legge 154/2001.

italiasprofonda_500Ai comportamenti senza senso di talune madri legalmente orientate si devono poi aggiungere gli errori dei consulenti tecnici che spesso influenzano pesantemente le perizie. In alcuni casi vi sono stati padri invitati (ovvero obbligati), ad accettare l’assurda proposta di qualche CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio nominato dal Giudice) di incontrare il proprio bambino ma solo a pagamento (in quanto le limitate risorse del Comune di Roma, non permettavano il ricorso agli assistenti sociali), affidando il compito di garantire questi incontri ad un assistente sociale privato che non sarebbe stato tenuto a redigere alcuna relazione, non avrebbe dovuto dichiarare le relative entrate e avrebbe rinunciato all’incarico qualora il papà avesse deciso di accettare di parlare davanti alle telecamere della RAI.  Incredibile…  Ma il CTU non avrebbe dovuto garantire gli incontri padre–figlio tenendo presente il principio della bigenitorialità così come affermato dal giudice in sede di conferimento dell’incarico, fino a quando le informazioni non sarebbero divenute qualitativamente idonee a trarre una conclusione?

Emerge con forza anche il pregiudizio sessista del ragionamento di quel giudice civile ansioso di precisare che, in presenza di false accuse da parte della moglie, vi sarebbero conseguenze anche per quest’ultima, per cui si sostiene che la parola di una donna che, a suo dire, è stata maltrattata, goda ormai di una sorta di corsia preferenziale, perché frutto di una deposizione giurata davanti al giudici monocratici, conscia della sanzione per eventuali menzogne. Come se quindi alla figura maschile fosse irrimediabilmente associata la naturale propensione alla violenza: “esercitando la violenza dell’uomo sulla donna” (frase ripresa fedelmente da un decreto del 2012 di un giudice). Un semplice litigio non violento con il partner si trasforma in pretesto per chiederne l’allontanamento dalla casa familiare. E in una base fondante del giudizio di colpevolezza in sede penale. Sono innocente, griderà per anni e anni il malcapitato da dietro le sbarre ove è detenuto in attesa di un vero giudizio.


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