DDL Pillon – Luci e ombre di una proposta da migliorare

varie_bracciodiferroIl DDL Pillon di riforma della disciplina di separazioni e affidi dei minori inizia oggi il suo lungo iter parlamentare, dove verrà analizzato, discusso, emendato. Un’operazione che le parti interessate stanno già attuando sul web, singolarmente o come associazioni di diversa ispirazione e inclinazione. E già emergono schieramenti abbastanza definiti. Alcuni sostengono il disegno di legge, perché affamati di giustizia e, in alcuni casi, per adesione politica. Altri si mostrano critici ma capaci di proporre anlisi e argomenti circostanziati da cui potrebbero nascere emendamenti migliorativi. Una minoranza, poi, fa fronda per motivi meno costruttivi: pregiudizi, sbarramenti ideologici, dispetto per non essere stati coinvolti nelle discussioni istituzionali preliminari o aver visto respinte le proprie proposte e cose di questo genere. Costoro rifiutano a priori ogni confronto, ritenendo il DDL Pillon da buttare alle ortiche così com’è.

Personalmente ritengo positivo che ci sia un testo su cui discutere. E riterrei opportuno che tutte le parti interessate fossero capaci per una volta di coagularsi in un fronte unico e determinato, tale da poter imporre le migliorie di cui il DDL Pillon necessita. Se questa operazione riuscirà lo si vedrà al rientro dalle ferie. Periodo in cui sarebbe utile per tutti leggere con attenzione la proposta Pillon, cercando di comprenderla a fondo, in modo da poter elaborare suggerimenti migliorativi da far arrivare a chi è titolato a proporre emendamenti. Per dare un contributo a questa riflessione, di seguito propongo una rilettura di alcune parti salienti del DDL Pillon, segnalando ciò che a mio parere andrebbe migliorato (e come), e sottolineando le parti innovative e positive.

idealistaSarebbe quanto mai utile, inoltre, se i lettori di queste pagine mi facessero pervenire, nei commenti o via email (stalkersaraitu@gmail.com), le loro riflessioni o le proposte di emendamento del DDL Pillon. Sarà mia cura, se si tratterà di riflessioni ben argomentate, farne un sunto e darne notizia, con l’impegno a fare il possibile affinché giungano allo staff del Senatore, per una valutazione più approfondita. Perché in questa fase è indispensabile dialogare e confrontarsi con le istituzioni, e sarei felice di essere uno dei tramiti di questo tipo di dialogo.


La mediazione – Nell’introduzione alla proposta, così come nel suo dispositivo, la centralità della mediazione è affermata con estrema forza e più volte. Essa interviene sia nella fase iniziale della separazione, ma anche durante l’iter, in caso di dissidi. E’ una scelta di riferimento del DDL Pillon, che la individua come strumento per togliere i conflitti separativi dalla competenza di un giudice, e in ciò la finalità è sicuramente meritoria. Emerge chiaro che ciò che la coppia decide in mediazione e definisce nel “piano genitoriale” ha un’importanza chiave, anche rispetto al giudice e alle sue inclinazioni. Il dettato sembra però faticare a confrontarsi in modo compiuto con la realtà dei fatti. Nel DDL la mediazione è obbligatoria solo per il primo incontro, dopo di che può essere interrotta unilateralmente. Il termine massimo di sei mesi per raggiungere un accordo avrebbe senso se mediare fosse obbligatorio sempre (cosa comunque inefficace, stando alle rilevazioni). Non essendolo, appare contraddittorio perché poco utile: uomini e donne in conflitto vogliono risolvere la situazione rapidamente, se possibile in modo vittorioso per sé. A meno che i mediatori non siano in grado di fare miracoli, dunque, nella maggior parte dei casi si andrà rapidamente davanti al giudice con due piani genitoriali contrapposti, lasciando al giudice una decisione finale che, grazie agli altri istituti previsti dalla riforma, potrebbe non essere più sbilanciata come un tempo.  In altre parole, tutto il dettato dedicato alla mediazione ha un’ispirazione altissima, che però rischia di rimanere lettera morta nella realtà, specie per i casi ad alta conflittualità. Trovare modalità efficaci e rapide per risolvere la conflittualità delle coppie in lite tenendole lontane dai tribunali non è facile, va detto, e il tentativo mediatorio è irrinunciabile. Sacrosanto, dunque, in termini di principio, ciò che stabilisce il DDL sulla mediazione. Ma con buona probabilità non si raggiungeranno gli obiettivi ideali che ne stanno alla base.

#grafica_marionetteTempi paritetici o equipollenti – C’è stato un boato di approvazione alla lettura del vincolo dei dodici giorni minimi, pernotti compresi. Era il boato di chi sta morendo di fame e gli viene offerto un panino con la mortadella, mentre altri continuano a mangiare lasagne e fiorentine. Intendiamoci: è davvero un passo avanti rispetto alla discrezionalità del giudice, che tanto danno ha fatto e sta facendo, tuttavia, calcolatrice alla mano, qualcosa non torna. Perché minimo 12, se un mese in media ha 30 giorni? Non si comprende la ratio di un numero del genere. Che di per sé prefigura già la perpetuazione della logica genitore-pianeta e genitore-satellite, a sua volta confermata, sulla tematica casa e residenza-domicilio, dalla dicitura “residenza abituale”, come vedremo dopo. Sembra darsi per scontato che ci sarà ancora e sempre un genitore in qualche modo prevalente. Magari non sarà la follia del “collocatario”, che la stessa proposta Pillon rifiuta nella sua introduzione, ma pur sempre di sbilancio si tratta. In condizioni ordinarie, il vincolo dovrebbe essere banalmente e dichiaratamente di 15 giorni minimo per genitore, poi eventualmente diversamente articolabili a seconda anzitutto degli accordi tra le parti, poi dal giudice a seconda delle molteplici circostanze che si manifestano nella realtà. Si dice: “è ovvio e implicito che si parta dal 50 e 50”. Sarà, ma a me le cose “implicite” nelle leggi non danno affidamento… Nell’ottica del dettato attuale della proposta si inserisce la dicitura “equipollenti” che ha fatto venire il mal di pancia a molti: è chiaro che se una coppia, per qualche motivo, si accorda per tempi non al 50% ma comunque soddisfacenti rispetto alle esigenze del figlio, siamo nel campo dell’equipollenza. Un concetto logico e innocuo insomma quello dell’equipollenza, che avrebbe senso anche esplicitando il vincolo di partenza del 50 e 50 articolabile, come qui propongo. Un’articolazione per però dovrebbe avere dei limiti, in modo da richiamare ogni genitore al proprio dovere, senza che qualcuno vi sfugga semplicemente pagando fior di assegni. Ecco dunque una modifica decisamente migliorativa: garantire ai minori la piena e paritaria frequentazione dei genitori, stabilendo un punto di partenza del 50%, articolabile al massimo su una proporzione di 35/65%, ovviamente a seguito di chiare e comprovate motivazioni oggettive.

La casa – Non irrilevante è l’obbligo di corresponsione di un corrispettivo per chi resta nella casa familiare e il divieto a portarci dentro nuovi compagni/e o consorti/e (art.14 punto 2), anche se quest’ultimo aspetto rischia di confliggere con alcune sentenze della Corte Costituzionale. Forti anche i vincoli relativi al cambio di residenza da parte di uno dei genitori. Capita di frequente che uno dei due si sposti di molti chilometri, così rendendo difficile quando non impossibile la frequenza paritaria dei due genitori da parte della prole. Ebbene, secondo il DDL Pillon “qualsiasi trasferimento del minore non autorizzato in via preventiva da entrambi i genitori o dal giudice deve esser ritenuto contrario al suo superiore interesse e privo di ogni efficacia giuridica”. Tutto passa dall’accordo tra i genitori, dunque. Non si porta via un figlio in capo al mondo senza prima aver revisionato l’accordo di mediazione, rivedendo tutti gli istituti per garantire la bigenitorialità. E in caso non si tenga conto di questi vincoli, dice la legge, interviene la forza pubblica (Art.14 punto 4). Ma qui c’è un deficit: in questi casi le autorità di pubblica sicurezza, dice la proposta, riconducono “immediatamente il minore alla sua residenza”. Quale? La legge dà per scontato che tutti abbiano una casa di proprietà, forse, ma questo è un privilegio appannaggio di una minoranza. Il senso è chiaro: il genitore X ha proditoriamente allontanato il minore dal genitore Y, la polizia lo acchiappa e riporta il minore al genitore Y, che sia propietario, in affitto o altro. Se il senso è questo, il testo andrebbe riformulato, evitando di fare riferimento alla “residenza” del minore ma parlando semplicemente dell’altro genitore.

grafica_separazioneResidenza abituale – Parlo di questa dicitura più che altro perché, da quello che ho visto, ha innescato un putiferio sul web. Sono in molti a gridare allo scandalo perché “residenza abituale” ricorda in qualche misura la follia del “collocatario”, imposta dalla distorta interpretazione della precedente Legge 54/2006. Che sia esclusa concettualmente l’idea del collocatario è detto chiaramente nell’introduzione al testo della proposta: “Non potendosi più identificare un genitore collocatario, ma dovendosi prendere atto che il bambino potrà finalmente fare conto su due case…”. L’uso di “residenza abituale”, termine usato tre volte nell’articolato, a mio avviso fa riferimento essenzialmente alla possibilità che l’equilibrio tra genitori sia articolato in modo diverso dal 50 e 50. Una possibilità per altro già prevista, per il già sopra criticato limite minimo dei dodici giorni (da incrementare a 15). Chiaro che, in caso si procedesse come qui proposto (partenza 50 e 50, con possibile ma limitata articolazione) in condizioni di piena parità, non esisterebbe una “residenza abituale”, che sussisterebbe solo in presenza di una diversa articolazione motivata. In questo caso si tratterebbe solo di un espediente espressivo del tutto innocuo. Restando fermo il minimo dei dodici giorni, invece, il fantasma del collocatario e del genitore (o della residenza) di serie A e di serie B in effetti rischia di continuare ad aggirarsi tra le coppie separate.

Il coordinatore genitoriale – Si tratta di una figura che, diversamente dal mediatore, accompagna, anche fisicamente, la coppia separata nella gestione della sua vita e dei minori coinvolti. E’ qualcuno di presente, che assiste, vede, registra e, se necessario, riporta al giudice. Chiaro, dev’essere un professionista, e la proposta Pillon definisce la questione con precisione, ma con un deficit davvero importante. Tra i possibili operatori che possono agire da coordinatore genitoriale mette anche i servizi sociali. L’intento è chiaro: i servizi sociali sono pubblici, quindi gratuiti. Di nuovo un’ispirazione nobile, sacrosanta, ma irrealistica. Gli assistenti sociali, proprio in quanto dipendenti pubblici, non ci sono quando dovrebbero esserci: fuori orario di lavoro, nelle festività. Impossibile materialmente per loro presenziare fisicamente, come dovrebbe fare il coordinatore. Si può aggiungere poi, esperienza registrata da quasi tutti, che la loro capacità operativa non è esattamente un modello. Agiscono spesso improvvisando, senza seguire protocolli definiti. Piuttosto che elevare questo tipo di servizi a un rango che non possono rivestire, per il solo motivo della loro gratuità, potrebbe essere più utile consentire o incentivare l’applicazione di scontistiche da parte dei professionisti, a fronte di situazioni di disagio economico comprovate. Di certo, l’inclusione dei servizi sociali quali coordinatori genitoriali va a mio avviso cancellata, e pure di fretta.

#grafica_soldiapioggiaL’assegno perequativo – Il DDL Pillon è apertamente schierato per il mantenimento diretto. Eppure c’è chi, sul web, sostiene che nulla cambi rispetto agli esborsi a cui uno dei due genitori, usualmente l’ex marito, sarà soggetto. Tuttavia nell’introduzione la proposta richiama il fatto che già in precedenza l’assegno perequativo doveva essere un “espediente residuale” diventato però ordinario, e che questa sia un’anomalia da correggere. L’articolato opera coerentemente con questo: all’Art.11, punto 8, si dice che il giudice stabilisce “ove strettamente necessario e solo in via residuale, la corresponsione a carico di uno dei genitori, di un assegno periodico per un tempo determinato in favore dell’altro a titolo di contributo al mantenimento del figlio minore”. Non solo si conferma la residualità dell’istituto, ma se ne stabilisce anche un “termine” temporale. E non è tutto: il giudice deve indicare quali iniziative i genitori devono mettere in atto per arrivare al mantenimento diretto, definendo anche la data di termine dell’eventuale assegno perequativo. Mi pare che ci siano tutte le condizioni per garantire la fine definitiva di posizioni parassitarie e di rendita. Rimane solo un problema, di carattere definitorio, ma che può divenire pratico: l’utilizzo in più parti del termine “spese straordinarie” che, anche giuridicamente, può essere fraintendibile. Sarebbe più corretto parlare di “spese impreviste”, considerando come tali quelle che, nella vita di un bambino (a seconda dell’età), capitano senza possibilità di pianificarle e che necessariamente devono essere sostenute. Un mal di denti, gli occhiali, una storta durante l’attività sportiva che richieda un tutore, e così via, sono spese impreviste. Un paio di scarpe in più no, è un regalo. Riterrei corretto che la ripartizione di tali spese, così definite, venisse decisa a monte, nell’accordo di separazione, nell’ordine del 50% o proporzionalmente al reddito, con ciò sostituendo la dicitura “spese straordinarie”.

False accuse – Dopo la prima lettura della bozza di DDL ebbi a commentare che la proposta avrebbe potuto fare di più per contrastare il fenomeno delle false accuse, realtà pressoché sistematica ormai in sede di separazioni conflittuali. La lettura attenta della versione depositata in Senato in parte smentisce la mia critica. All’Art.9 punto 1 si dice che: “ove riscontri accuse di abusi e violenze fisiche e psicologiche evidentemente false e infondate mosse contro uno dei genitori, il giudice valuta prioritariamente una modifica dei provvedimenti di affidamento ovvero, nei casi più gravi, la decadenza della responsabilità genitoriale del responsabile ed emette le necessarie misure di ripristino, restituzione o compensazione”. Un atto di buona volontà che va riconosciuto all’estensore della legge. Nella pratica però, oltre a mancare l’accusa di violenza sessuale nel novero dei casi (ed è la più scivolosa e presente, purtroppo) e oltre all’improprio uso del termine “infondato”, non si vede come questa disposizione possa essere messa in atto. Di fatto si dovrebbe attendere l’esito del procedimento penale. Ovvero aspettare un’archiviazione o un’assoluzione, come accade in media nell’82% dei casi. Vero che così il/la falso/a accusatore/accusatrice rischierebbe di vedersi ribaltato totalmente l’accordo di separazione più un’ammenda, ma nel frattempo passerebbero molti mesi, magari anni, senza che il minore abbia più visto il genitore ingiustamente sotto accusa. Non si può fare molto, sia chiaro. Questa disposizione, senza mettere mano anche al Codice Penale e al Codice di Procedura Penale, resterà lettera morta. Ma è già qualcosa che la fattispecie delle false accuse venga nominata in una legge sulle separazioni.

grafica_alienazione-parentaleAlienazione – Se ne parla, la si riconosce, la si disincentiva e in qualche misura la si sanziona. Questo è un gigantesco passo in avanti, talmente evoluto che, come ci si poteva attendere, le forze retrograde e conservative del femminismo nazionale sono già schierate in opposizione, con la loro punta di diamante, il magistrato Fabio Roia a fare da apripista. Per qualche motivo, se mi si permette l’ironia, la questione alienazione le fa sentire chiamate in causa più di altre faccende… Ad ogni buon conto la decisione di rompere gli indugi e, anche a fronte dei riconoscimenti internazionali del fenomeno, di includerlo in termini disincentivanti nel disegno di legge, merita un aperto plauso. Anche in questo caso, come per le false accuse, si poteva fare di più e meglio. Anche in questo caso occorrerebbe connettere agli istituti proposti da Pillon una revisione coerente anche dal lato penale. Tempo al tempo. Che l’alienazione sia presente in un disegno di legge in discussione è già una mezza rivoluzione.

La colpa – Per qualche motivo che fatico a comprendere, il DDL Pillon propone (Art.19) l’abolizione del riconoscimento della colpa verso chi, con comportamenti comprovati contrari alla corretta condotta matrimoniale, è causa della rottura del “patto” matrimoniale stesso. Ritengo sia una scelta sbagliata proprio nell’ottica della tutela del minore. Pur magari non comportando particolari sanzioni o sfavori, il riconoscimento della colpa è uno strumento simbolicamente potente che richiama al senso di responsabilità delle scelte adottate. Rivalorizza l’istituto matrimoniale, definendo come biasimevole ogni comportamento atto a spezzarlo. Non secondario, il riconoscimento della colpa ha la sua utilità proiettata nel futuro, quando la prole, divenuta matura e ragionevole, chiederà conto dei motivi della separazione. Senza con ciò diventare strumento di demonizzazione dell’ex coniuge, il riconoscimento giuridico della responsabilità chiarirà, anche in termini didattici, alla prole quale processo e quali eventi hanno portato alla distruzione della famiglia, e li richiamerà all’assunzione di scelte responsabili, onde non trovarsi in futuro nelle stesse condizioni. Per questo motivo ritengo profondamente sbagliato ciò che il DDL Pillon statuisce all’Art.19.

varie_bambinaL’ascolto del minore – All’articolo 16 c’è quello che mi pare un grave errore in termini di principio e di diritto. Al punto 1 si dice in sostanza che se i genitori sono d’accordo rispetto alle condizioni di affidamento dei figli, “il giudice non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo”. Ma come si fa a sapere se ciò che il minore ha da dire è in contrasto col suo interesse o superfluo se prima non lo si ascolta? Si dice “manifestamente”, così dando ancora discrezionalità al giudice su una materia molto delicata, anche sotto l’aspetto giuridico: impedendo al magistrato di ascoltarlo, si comprime il diritto del minore, in contrasto con alcune convenzioni internazionali ratificate dall’Italia. Inserire in un dettato di legge l’esplicitazione del non ascolto ritengo sia sbagliato e l’intera frase andrebbe espunta.

La retroattività – Il DDL Pillon non fa alcun cenno sulla retroattività della norma, una volta eventualmente entrata in vigore. Sicuramente essa varrà per i procedimenti separativi ancora in corso (Art.23), ma l’ipotesi che possano esserci ricorsi provenienti da cause separative già definite non è presa in considerazione. Sul web le chiavi di lettura sono tantissime. C’è chi assicura che sarà possibile ricorrere e chi no. E in questo disordine di opinioni si annida forse, una volta che la legge entrasse in vigore, un vero e proprio assalto ai già saturati tribunali civili. Non sarebbe inutile, in questo senso, aprire una riflessione per definire già nel disegno di legge requisiti precisi perché possa innescarsi la retroattività delle disposizioni.


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Un commento

  1. In effetti sembra che ci sia una contraddizione enorme nell’abbinata tra insistenza sulla mediazione (chiaramente volta a salvare il più possibile il matrimonio: sembra che per Pillon il matrimonio sia molto importante) e l’eliminazione del concetto di colpa della fine dell’unione (qui invece sembra che per Pillon il matrimonio sia una cosa che non comporta alcun dovere né responsabilità) ma credo che una chiave di lettura ci sia: il tutto è volto a proteggere unicamente i figli, probabilmente Pillon considera, anche se forse non lo ammetterà mai pubblicamente, del tutto senza senso i matrimoni senza figli. E’ in realtà una posizione molto forte e ben radicata nella tradizione, giusto adattata nella retorica per avere possibilità di passare nella società attuale.
    E’ un genio.

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