La verità di Giuseppe – Femminicidio e maschicidio. Due neologismi, analogo significato

varie_dizionarioapertodi G.A – Ancora una volta spulcio tra le definizioni del termine “femminicidio”, neologismo di recente introduzione nel linguaggio e nel lessico del nostro paese, e trovo: “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Oppure: “termine con il quale si indicano tutte le forme di violenza contro la donna in quanto donna, praticate attraverso diverse condotte misogine (maltrattamenti, abusi sessuali, violenza fisica o psicologica), che possono culminare nell’omicidio. Questo tipo di violenza affonda le sue radici nel maschilismo e nella cultura della discriminazione e della sottomissione femminile:  le donne che si ribellano al ruolo sociale loro imposto dal marito, dal padre, dal fidanzato vengono maltrattate o uccise”.

Ora, se vogliamo dirla tutta, il termine femminicidio sembra applicabile solo e soltanto ai casi dove un uomo elimina una donna nel caso della sua ribellione a un persistente stato di sottomissione e schiavitù, in nome o meno di un cosiddetto patriarcato che permea il nucleo sociale di appartenenza. Il tutto ignorando che esiste anche un “matriarcato” storico ed attuale, se vogliamo, dove è la donna a reggere le redini del rapporto, di coppia e socialmente parlando.

tumblr_ogyj9tJHWJ1snq0ceo1_500E allora cosa c’entra l’uccisione di una donna di 57 anni a Roma ad opera del suo playman di 42 anni, che pretendeva che lei pagasse una somma di denaro per soddisfare i loro appetiti tossicodipendenti? L’uomo si è presentato alle 9:30 del 6 agosto presso i Carabinieri di Latina e ha raccontato di aver ucciso la donna che lo ospitava, una insegnante di 57 anni, a colpi di martello, perché non voleva o non poteva spendere in quel momento denaro per qualche dose di cocaina da consumare insieme. In seguito al raptus, l’uomo vaga per ore con l’auto della donna, pensando al modo migliore di suicidarsi, poi cambia idea  e va dai carabinieri. Interessante notare come i media che parlano di femminicidio, tacciono sul motivo del delitto, e parlano di relazione sentimentale.

Lungi da ogni moralità, ma una collaboratrice scolastica di 57 anni che ospita un autotrasportatore di 42 anni per una relazione che col sentimento credo c’entri poco, in che modo sarebbe da lui sottomessa in forma patriarcale? Semmai il rapporto a ben vedere ha a che fare con l’utilità. Un assassinio per droga. Eppure, l’orgasmo mediatico pronuncia a cuore aperto la parola “ennesimo femminicidio” andando a gonfiare numeri che altrimenti non avrebbero di che cibarsi, per dimostrare che l’andamento dei femminicidi non accenna a diminuire, nonostante le numerose leggi a prevenzione liberticida del maschio.

soldi-800x495Ora se si scorre l’andamento degli omicidi per motivi di droga è una vera strage. Figli che uccidono i genitori, tossici che uccidono nonni e nonne, rapinatori che in preda al raptus fanno fuori chi gli capita. Ovviamente non parliamo degli altri reati connessi all’uso di stupefacenti, dell’ordine di varie migliaia. E’ noto come chi agisce in preda a raptus di droghe e alcool, sia incapace di intendere e di volere, ed è discutibile se siano da considerarsi aggravanti o attenuanti il versare in stato di astinenza o ubriachezza. In ogni caso, se la vittima è donna, l’evento deve essere classificato come “femminicidio” e tale va censito. Si odono gli squilli delle trombe di guerra, e le richieste di soldi pubblici per il contrasto al maschio subiscono un’impennata.

Mi torna in mente, chissà perché un caso che ha fatto poco scalpore, ma che sicuramente non è stato classificato come “maschicidio”. Marco Vannini si trovava in casa della sua fidanzata, Martina Ciontoli, il 19 Maggio 2015. Era una relazione così aperta da potere abitualmente dormire con lei presso i suoi genitori e nella villetta del padre della fidanzata che viveva con la famiglia. C’erano stati dei contrasti perché lui voleva abbracciare la professione militare e sarebbe così sfuggito al controllo della giovane ed avvenente ragazza. Viene colpito in bagno da uno due colpi di pistola sparati forse dal padre di lei, alla presenza del fratello e della sua fidanzata. Marco è morto mentre tutta la famiglia Ciontoli ometteva di chiamare soccorsi, discutendo tranquillamente e cercando anzi il modo migliore di nascondere il fatto. Infine, chiamato il 118 dopo ore e ore di agonia del giovane, dichiarano ai sanitari essersi il giovane bucato il fianco con un pettine del bagno, su cui sarebbe caduto. La famiglia così si organizza in una catena di omissioni e coperture per occultare la verità. “Abbiamo ascoltato telefonate di una freddezza agghiacciante, segno di una capacità criminale che non corrisponde al certificato penale. In questa storia la famiglia Ciontoli non ha detto una sola verità”, le durissime parole dell’avvocato Franco Cappi durante il procedimento.

persone_marcovannini“Io me la sposo”, ripeteva ostinatamente Marco a sua madre, Marina Conte, nonostante i frequenti litigi tra i due ragazzi. Marco amava tanto Martina, al punto di sacrificare il suo mondo, fatto di relazioni solide e profonde, per lei. A raccontarlo è la madre stessa: “Martina era morbosa. Intorno a lui ha fatto terra bruciata, non gli permetteva di frequentare nessuno dei suoi vecchi amici”. Circostanza confermata a più voci dalle amiche di Marco, che hanno raccontato che negli ultimi tempi gli incontri con il ragazzo avvenivano quasi clandestinamente. Perfino l’amica Giorgia, all’epoca incinta, che aveva chiesto a Marco di essere il padrino del nascituro, era per questo malvista da Martina, che si opponeva fortemente anche al desiderio del ragazzo di intraprendere una carriera nell’Arma dei Carabinieri. La ragazza, poi, vanitosa e viziata, a casa Vannini era trattata come una vera principessa, ripetono i familiari di Marco. E poi le vacanze di un mese con le rispettive famiglie in Sardegna, i pranzi quasi quotidiani e quel confrontarsi come fosse una figlia acquisita con mamma Marina, che per la felicità del figlio le aveva regalato vestiti e gioielli da indossare in occasione del suo diciottesimo compleanno.

Già lo scorso luglio, a pochi giorni dal funerale di Marco, a cui ha partecipato tenendosi in disparte, Martina aveva fatto discutere per alcuni selfie pubblicati su Facebook in cui si mostrava felice e spensierata con le amiche in un party della movida romana. Foto che avevano subito provocato insulti sprezzanti e che la ragazza era stata costretta a rimuovere. Ma è il contenuto delle conversazioni avvenute prima tra il padre Antonio e i due figli e, in seguito, tra Martina, Federico e Viola, fidanzata di Enrico, a gelare il sangue. “Era destino che dovesse morire – dice la ragazza – io ho visto quando papà gli ha puntato la pistola”. Che sia consapevole di essere intercettata o no, quello che afferma in seguito lascia ancora più perplessi. “Sarebbe rimasto con qualche ritardo psicologico” la consola Viola, ma le preoccupazioni di Martina non sono per il suo Marco, morto da sole tredici ore, ma solo per il suo papà: “Chissà cosa gli faranno, proprio a lui che ha  sempre fatto del bene a tutti”. Perdere quel padre, presunto responsabile della ferita, imputabile con tutta la famiglia per il dissanguamento di Marco, è l’unica inquietudine della ragazza. “Quanto la stanno a fa’ lunga, stanno a esagerà”, si lamenta  spazientita con il fratello, mentre Ciontoli è interrogato dagli inquirenti. Poi, le torna in mente anche un impegno inderogabile: “Dopodomani c’ho pure l’esame all’università, come faccio?”. A questo pensava Martina, la fidanzata di Marco, mentre lui se ne andava via per sempre con i suoi vent’anni.

persone_martinaciontoliDue giorni dopo, Martina si è presentata all’università e ha sostenuto l’esame.  Venticinque, il voto del professore. “Su, mi metta ventotto – ha supplicato lei – sa, non ho potuto prepararmi come avrei voluto. Non li legge i giornali? Sono quella a cui è morto il fidanzato”. Martina conosce sicuramente la verità, il ruolo del padre e del fratello nella morte del fidanzato, che soggiaceva ai suoi desideri tanto da nasconderle ormai le sue aspirazioni di lavoro pur di restare con lei. La sottomissione psicologica di Marco alla fidanzata, al punto che in fin di vita le chiedeva scusa, per chissà quale ribellione, sarebbe un interessante oggetto di studio per capire quanto un uomo può essere soggiacente e dipendente da una donna sbagliata, immatura, irresponsabile e incapace di provare alcun sentimento vero,  se non quello di legarsi a colui che le mostra maggiore dedizione, per umiliarlo.

E’ indubbio che la pena inflitta a Ciontoli, ex militare dei servizi segreti, ed esperto maneggiatore di armi, di soli 14 anni di carcere, è di quelle che gridano vendetta. Ma ancora di più quella inflitta a Martina ed al fratello. Tre anni con la condizionale per “omissione di soccorso”, mentre è stato proprio il ritardo del soccorso ad uccidere Marco, che poteva tranquillamente essere salvato, invece di essere lasciato ore a gridare “Mamma” e a chiedere aiuto, agonizzante. Una tortura che lo ha portato alla morte. Un “maschicidio” infame. Un termine con cui si possono indicare tutte le forme di violenza contro l’uomo in quanto uomo, amante, compagno, fidanzato, praticate attraverso diverse condotte misandriche (maltrattamenti, abusi, violenza fisica o psicologica), che culminano nell’omicidio di un uomo, direttamente operato da essa o demandato ad altro individuo alla stessa legato in qualche forma, per conto di lei. Un termine che sarebbe ora entrasse infine nel lessico quotidiano.


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5 commenti

  1. Se introduciamo il termine “maschicidio” in quanto simmetrico, accreditiamo il suo riferimento, quel “femminicidio” che
    è stato ben definito in apertura dell’articolo: DD assassinate da “agenti del patriarcato” e/o “in quanto DD”.
    Accreditiamo cioè il racconto femminista. Molto male.
    Il femminicidio non esiste. Le 120 ammazzate non lo sono in quanto “assassinate dal patriarcato” né “in quanto DD”.
    Non esistono né il femm.cidio né il suo simmetrico.
    Esistono da sempre omicidi di UU e di DD commessi al 95% da UU per le più svariate cause. Sempre le stesse da 100.000 anni.
    Il male compiuto dai MM – nella forma maschile – non può essere comparato al male commesso dalle FF con le modalità maschili; qui saremo sempre al 95% contro il 5%. Va comparato invece al bene creato dai MM (il 97-99% di ciò che esiste) ed al male compiuto dalle FF in forma femminile. Cioè: indiretto, autoprotettivo, invisibile, non cruento. Impunito.

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  2. Sono un uomo di mezza età e quando ero giovane il fidanzamento serviva soprattutto a conoscersi. Un bel fidanzamento non garantiva un matrimonio riuscito, tuttavia se tutto andava bene i due si sposavano.
    Oggi le donne sono diventate demoni in carne ed ossa mentre diversi uomini, forse perchè accecati dall’amore, non capiscono quando è il caso di troncare una relazione.

    Giovani e meno giovani uomini state in guardia: se lei vi maltratta o comanda a bacchetta, pretende senza nulla dare, vi mette le mani addosso, vi umilia ecc. ecc. questi sono segni che dovete mandarla in quel posto.
    E ricordate che nulla è scontato con una donna.

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  3. Invito solo a modificare quel “condotte androgine”, (semmai misandriche); i detrattori si attaccano ad ogni minimo errore per screditare un articolo. In quanto al resto non c’é sconforto e schifo da aggiungere…

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