La truffa sarda dell’antiviolenza (ma è roba già vista)

Varie_SardegnaMolti in questi giorni mi hanno segnalato con indignazione l’iniziativa del Consiglio Regionale della Sardegna battezzato “reddito di libertà”. Ma anche il modo con cui viene notiziato dai media locali della nostra bellissima isola tirrena. Va detto, in premessa, che la Sardegna, dalle informazioni che ho, è tra le regioni dove il business dell’antiviolenza si è più voracemente radicato nel corso degli anni, fungendo spesso da trampolino per più o meno sfolgoranti carriere nelle amministrazioni locali, quando non direttamente a Roma. Lì dunque Rosa Nostra è più combattiva e die hard che altrove. Anche così si spiegano sia l’iniziativa del Consiglio Regionale sia il modo con cui i giornali ne danno notizia.

Basta avere lo stomaco di leggersi l’articolo che a riguardo ha pubblicato la “Nuova Sardegna“, per altro senza firma (dev’essersi sparsa la voce delle mie segnalazioni agli Ordini dei Giornalisti…). Si viaggia a suon di “legge sacrosanta” (amen), “una delle tante, troppe emergenze italiane: la violenza sulle donne” (dai, non ridete…), “la possibilità alle donne di sfuggire al loro aguzzino” (ve lo state figurando Hannibal the Cannibal, sì?), “prigioniera in una casa diventata purtroppo degli orrori” (e qui scivoliamo su Stephen King, direi…). Ah, be’, non poteva mancare poi: “mettere fine a un rapporto ormai a rischio e che dalle violenze casalinghe quotidiane potrebbe sfociare in qualcosa di molto più grave: il femminicidio”. Segue poi la ruffianata alle fanciulle che hanno concepito questa misura legislativa, a suon di quantosiamobelle, quantosiamobrave. Chi ha scritto questa porcata di articolo ha fatto la scelta giusta a non firmarsi. Stavolta l’avrei denunciato/a per diffamazione di genere, altro che Ordine dei Giornalisti.

donna_privilegiataAl di là dei pennivendoli che si fanno scrivere gli articoli dai portatori d’interesse, cosa dice questa legge sarda sul “reddito di libertà”? Niente di nuovo, in realtà: trecentomila euro a bilancio per dare sostegno economico alle donne vittime di violenza domestica. Il sussidio durerà tre mesi, durante i quali verranno aiutate a cercare lavoro, saranno esentate dal pagare tasse, avranno il supporto di centri antiviolenza (ovvio!), assistenza legale, più altre frattaglie. Ma perché non mi stupisco nemmeno un po’? Perché, a parte l’esenzione fiscale e le altre frattaglie, una legge così esiste già. Ed è una legge nazionale: Art. 24 del Decreto Legislativo n. 80 del 15 giugno 2015, secondo cui l’Inps eroga, stanti alcuni semplici requisiti, un’indennità alle lavoratrici dipendenti del settore privato vittime di violenza di genere. Il sussidio dura tre mesi e “va fruito entro i 3 anni dalla data di inizio del percorso di protezione certificato”.

Una roba di cui ho parlato già nel febbraio scorso, e che in Sardegna hanno voluto replicare a livello regionale. Oggi come allora le domande restano le stesse: chi gestirà quei fondi? Che ruolo avranno i centri antiviolenza in tutto questo e sotto la vigilanza di chi? Alle agevolazioni potranno accedere soltanto le donne o anche gli uomini? La risposta a quest’ultima domanda è già nel mio articolo di febbraio: figuriamoci! Oggi come allora l’utilizzo di fondi pubblici a vantaggio soltanto di un genere, sulla base di un’emergenza mai realmente misurata (e che, come si è visto, quando misurata dà esiti nettamente contrari a queste iniziative), è e resta incostituzionale. La legge sarda, così come quella nazionale, così come l’accordo Stato-Regioni che ha dato l’avvio alla truffa dei centri antiviolenza, andrebbero tutte impugnate e ribaltate. Riversando l’onta del loro concepimento su chi le ha prodotte.


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4 commenti

  1. Beh, che dire. Intanto una critica feroce per assumere come fonte quella sottospecie di quotidiano de “La Nuova”.
    Ciò detto, che in Sardegna é radicato il (som)movimento femmiNazista strettamente legato ai partiti (alcuni in particolare), che andrebbe seriamente indagato il “fenomeno” Rosa Nostra non ci piove.
    Per fare un esempio, giusto uno per tutti, il C.A.M.

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  2. Nuova Sardegna è mondezza del Gruppo Espresso, come La Repubblica. Giornale “PDino” le cui vendite son calate drasticamente a partire dai tempi in cui è scomparso lo spauracchio Berlusconi… nel 2011. L’Unione Sarda di Cagliari non è certamente l’opposto, ma le manca la regia occulta e “sinistra” di cui gode la Nuova e trascende relativamente meno.
    La regione più fertile d’Italia per natalità nel 1950 ora è tra le ultime tre. E il mitico matriarcato isolano, di cui ci sono concrete testimonianze sino agli anni Sessanta, che fine ha fatto? Matriarcato che qualcnhe danno ha fatto pure, beninteso.
    A menzus bìdere.

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  3. “Chi ha scritto questa porcata di articolo ha fatto la scelta giusta a non firmarsi. Stavolta l’avrei denunciato/a per diffamazione di genere, altro che Ordine dei Giornalisti”. C’è un direttore responsabile che è, appunto, responsabile. Se non c’è firma a tutti gli effetti l’autore è (come se fosse) lui. Altrimenti basterebbe non firmare un articolo per poterci scrivere tutto quello che si vuole.

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    1. Vero, ci ho pensato, ma mi pareva troppo comodo addossare tutto al “boss” di turno, che dalla sua posizione rimane pressoché inattaccabile… Ma la prossima volta in effetti, di fronte a schifezze del genere, potrei farlo.

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