“Femminicidio”: anatomia di una definizione

logo_treccaniVi è mai capitato di discutere con una femminista su un social riguardo al “femminicidio”? A me sì, parecchie volte. E ogni volta c’è un passaggio fondamentale nel confronto, quando l’interlocutrice ritiene di averti tappato la bocca sbattendoti sulla faccia la definizione “da dizionario” di femminicidio. Lo fanno con una prontezza incredibile. Sono certo che ce l’hanno salvata sui segnalibri o su un .txt che tengono sempre disponibile sul desktop. Perché la pretesa è: ne hanno dato una definizione sul dizionario (solitamente citano la Treccani o l’Accademia della Crusca), quindi è inutile che critichi e contesti, il femminicidio esiste! Ignorano che i dizionari danno definizioni e non certificano l’esistenza di qualcosa. Non a caso si possono trovare parole come “fantasma”, “vampiro”, “dio”, “diavolo”, “anima”, e così via.

Ma tant’è la loro sicumera è tale, sono così certe di averti messo KO con il logo Treccani o Garzanti che fanno quasi tenerezza. Soltamente ignoro questo passaggio e vado oltre a smontarle, finché non mi bloccano. Di recente però mi è capitato di soffermarmi su questa definizione “ufficiale” di femminicidio. Eccola qua, leggetela bene, con attenzione massima:

Femminicidio:

Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.

varie_anatomopatologo.jpgChe vuol dire, nel concreto? Facciamola a pezzetti, come fossimo anatomopatologi, e analizziamo ogni componente, così capiremo se si tratta di qualcosa di concreto ed esistente o se è una roba tipo “fantasma” o “vampiro”.

Qualsiasi forma di violenza – Concetto onnicomprensivo molto comodo, dove poter far rientrare un po’ tutto, dall’omicidio alla sculacciata che lei tanto gradisce durante certi incontri ravvicinati intimi. In altre definizioni, più sensatamente, viene centrata l’attenzione sul solo omicidio.

esercitata sistematicamente sulle donne – Qui è significativo l’uso del plurale “donne”. Come a dire tutte le donne, non solo la partner, la fidanzata o la moglie, sebbene in altre versioni solo in quel tipo di relazioni si manifesti il fenomeno del femminicidio. Ed è qualcosa, nel caso, di insistito, ripetuto, tanto da diventare sistematico. Rimane difficile immaginare un uomo che sistematicamente batte ogni donna che gli capiti a tiro. Siamo nel mondo delle idee insomma. O dell’ideologia. Altro paio di maniche se si riduce la questione all’omicidio, ma in questo caso un assassino sistematico di donne è un serial killer, figura sicuramente esistente ma estremamente rara sul complesso degli uomini presenti al mondo. Certo al femminismo piace rappresentarci come dei neanderthal armati fino ai denti in perenne caccia di sangue donnesco ma, di nuovo, siamo nel mondo dei fantasmi e dei vampiri.

decapitazionein nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale – Qui si manifesta il livello più alto di supercazzola. Si vorrebbe spiegare qual è il fondo ideologico-culturale per cui il maschio si sente abilitato a commettere femminicidio. Dato che quel fondo ideologico-culturale non esiste, ovvero la molla scatta sempre per motivi concreti che non il senso di superiorità maschile rispetto a quello femminile, si annacqua la definizione con un volo pindarico che dà il mal d’aria. Ed è consistente come l’aria. A riprova, si rifugia nella formula di matrice, che significa anche indirettamente derivata da. Se la definizione fosse più netta, chiuderebbe ogni adito alla realtà, invece facendo riferimento indiretto a qualunque atteggiamento di superiorità (e ad esempio quella fisica è la più frequente e naturale) già si può far scattare la trappola lessicale del “patriarcato”. Una furberia linguistica nascosta in un filotto di parole sostanzialmente vuote e senza alcuna connessione con la realtà.

allo scopo di perpetuarne la subordinazione – Veniamo quindi all’obiettivo del femminicidio. Che viene commesso per “perpetuare” la subordinazione. Perpetuare significa “far continuare”, in questo caso la sottomissione della donna. Ma è realistico dire che la donna oggi sia sottomessa? Non mi pare proprio, anzi. E se ci si riferisce alla percezione del femminicida, si è di nuovo in errore. Come detto egli non agisce mai perché sente la donna succube, inferiore o subordinata, ma per motivi reali, concreti. Fantasmi, ancora fantasmi ovunque.

foto_patriarcalee di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico – Qui siamo lontanissimi dall’omicidio, che annienta una vita e un’identità nello stesso momento, e come tale non persegue l’assoggettamento fisico o psicologico, visto che la vittima viene puramente eliminata. Probabilmente si tratta della continuazione del concetto di “qualunque tipo di violenza” espresso all’inizio, dunque tutto l’insieme è costruito su un’immagine di uomo forse (ribadisco forse) presente in talune famiglie rurali del profondo sud italiano durante gli anni ’20 del ‘900. Quegli uomini-mariti-padri padroni che non esistono più da lustri. Mentre esistono le dinamiche relazionali e famigliari talvolta, questo è vero, improntate alla competizione conflittuale invece che alla cooperazione affettiva, dove però l’uno cerca di assoggettare l’altro e si guerreggia ad armi pari. Nel senso che fisicamente l’uomo è di solito più in grado di assoggettare la donna, mentre dal lato psicologico è quest’ultima maestra d’armi. Il fatto che l’oppressione fisica lasci segni, fa sì che sia più facile registrarne l’esercizio, contrariamente a quello psicologico. Ed è così che, nei numeri, ci sono alcuni uomini oppressivi e maneschi, ma il numero di donne che violentano psicologicamente il partner non si sa e non si può sapere. Solo ipotizzare.

fino alla schiavitù o alla morte. – Il finale è col botto, teatrale come le poesie retoriche che tengono per gli ultimi versi il richiamo più “di pancia”. Schiavitù, morte… mancano tortura e supplizio per rendere il tutto ancora più evocativo. Anche qui, si pensa davvero che esista un numero di uomini quantitativamente significativo che ambisca alla schiavizzazione della propria donna o delle donne in generale? Siamo seri… O peggio ancora alla loro morte?

varie_femminicidioIl problema di definizioni come queste è che nascono per uno scopo ideologico. Pur se ispirate da situazioni secondo alcuni, pur con qualche controversia, realmente accadute (vedi Ciudad Suarez), vengono passate al filtro dell’ideologia, così svuotandosi di concretezza e finendo per rappresentare, appunto, fantasmi. Utili per far paura a qualcuno o per alimentare vantaggi di una parte specifica della comunità. Il femminicidio così concepito e definito esisterebbe se ci fosse (e non c’è) un complesso impianto ideologico affermato e diffuso che predicasse l’inferiorità femminile e la necessità della sua repressione e soppressione. I seguaci di una tale ideologia, non diversamente dai nazisti verso gli ebrei, allora prenderebbero di mira ogni donna sulla propria strada, uccidendola o usandole violenza con grande disinvoltura e distacco. Cosa che non è e non sarà mai. Se non nei sogni più malati e rosei di chi concepisce, diffonde e si rende convinto della fondatezza di siffatte definizioni, solo per il fatto che appaiono in un dizionario.


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3 commenti

  1. Mai discutere con una femmi(Naz)ista, chi assiste potrebbe non cogliere la differenza e assimilarvi a loro. In tal senso é più che mai attuale il pensiero di Bonhoeffer circa “La Stupidità”.

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  2. Questa parola femminicidio ricorda il famoso sarchiapone di Walter Chiari memoria!
    E poi vorrei aggiungere: ma da quando le femministe hanno scoperto il patriarcato? Il patriarcato non è mai stato un modo per opprimere il sesso femminile, quanto piuttosto era un sistema di potere e di comando organizzato e incentrato si sul patriarca, ma un sistema in cui le donne avevano dei ruoli ben definiti e non di rado anche di rilievo.

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