Aborto: le anime nere del femminismo

Stefania LoiCiò che rimane di un aborto è una persona, un essere umano, o no? Ne ho parlato nell’articolo di stamattina e subito mi è stata segnalata la polemica suscitata a Cagliari dalla proposta della consigliera comunale Stefania Loi (FdI): ritagliare nel cimitero locale un’area dedicata alle persone mai nate. Ovvero ai feti morti per aborto spontaneo o procurato. L’idea, che per essere definita buona o cattiva andrebbe per lo mento discussa con pacatezza e serietà, vista la delicatezza della materia, ha suscitato un parapiglia terrificante, con tutta la sinistra e i sindacati subito sulle barricate.

Personalmente, e per mero istinto (dunque senza aver ascoltato le ragioni pro o contro), non mi pare un’idea sbagliata, fin tanto che rimane su base volontaria, come la propone la consigliera Loi. Chi vorrà, userà l’area e avrà un luogo dove ricordare il bambino mai nato, qualunque sia stata la ragione per cui non è tra di noi. Diverso sarebbe se fosse un obbligo, ovviamente, allora la proposta davvero non starebbe in piedi. Il mio parere istintivo tuttavia non è importante. Molto più importante è registrare il tipo e il tono di reazioni che la militanza femminista ha espresso di fronte alla proposta.


Le reazioni della militanza femminista.


Mi viene segnalato a questo proposito il tweet di Giulia Blasi e alcuni commenti delle sue più appassionate follower. Per intenderci, Giulia Blasi è autrice del libro “Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici”, pubblicato nientemeno che da Rizzoli. Oltre a scrivere “libri”, Blasi fa conferenze, interviste, iniziative in tutta Italia, costituendosi così come una maitresse à penser del femminismo nostrano, insieme ad altri soggetti ben noti a queste pagine. Ebbene, qual è la caratura del commento di costei alla proposta discutibile (nel senso che andrebbe almeno discussa con rispetto e toni civili) della consigliera Loi? Non riesco a descriverla, posto lo screenshot, faccio prima:

giulia blasi

Per Blasi dunque si tratta, come prima e più importante cosa, di una “proposta di destra”. Cosa questo voglia dire non si capisce, trattando di sepolture dignitose e di possibile scelta volontaria del loro utilizzo (che però Blasi tipicamente falsifica spacciandola per “obbligatoria”). Si tratta dello stigma necessario a trasmettere agli altri la propria contrarietà ideologica prima ancora che di merito. Di formule così ce ne sono un mucchio (maschilista, fascista, di destra, omofobo, e tanti altri), tutte usate come un cerottone da piazzare sulla bocca a chi non la pensa come lei e come strumento di criminalizzazione immediata dell’altro. Dopo di che c’è il passo nella tipica oscurità femminista: esseri umani non nati definiti “prodotti abortivi”. Un termine che Blasi considera “di default” visto che, dice, altri vorrebbero “rinominarlo”.


Blasi fa conferenze, interviste, iniziative in tutta Italia.


Sarò io ipersensibile, per carità, ma in ogni caso, per rispetto della vita non nata, della donna che l’ha portata in grembo, dell’uomo che l’ha innescata con il suo seme, della vita in generale, trovo aberrante l’uso di parole così ciniche, fredde e nere. Dietro a un aborto compiuto oltre un certo limite di tempo c’è una vita possibile che è stata interrotta e c’è un dramma comprensibile soltanto da chi l’ha vissuto, che coinvolge sicuramente la donna e spessissimo anche l’uomo. Blasi però non ha dubbi: è tutto ciarpame, romanticume “di destra”. Ripeto, sarò io ipersensibile, ma a leggere l’espressione “prodotti abortivi” la mia anima vomita. Anche perché, espressa così, è pure volutamente e orgogliosamente esibita.

Blasi così tiene fede al detto che chi pensa male ed è sporco dentro, scrive e parla male e in modo sporco. Ben inteso non è lei come persona il problema: a essere nera e sporca è l’ideologia di cui è imbevuta, che è semplicemente disumanizzante come ogni ideologia totalitaria. Fior di affettuosi maestri elementari si trovarono negli anni ’30 a rivestire i panni delle SS e a sparare alla nuca di persone inermi, sentendosi così finalmente importanti e realizzati, grazie al potere mostruoso che un’ideologia gli concedeva. La disumanità esibita dal femminismo di fronte alla maternità e all’aborto ha la stessa caratura.


A leggere l’espressione “prodotti abortivi” la mia anima vomita.


E contagia anche i follower. Anzi, quando scende nella melma della plebaglia ancora più vuota e triste perché, priva com’è della visibilità e dei riscontri che, per lo meno, la loro leader di riferimento ottiene, tende a rendere le cose ancora più infime, a esacerbare la disumanità, a mostrarsi più zelanti del maestro nel far peggio. Nella succitata epoca sarebbero stati i kapò dei campi di concentramento. Non riesco a pensare ad altro paragone più disumano nel leggere i seguaci di Blasi darle corda paragonando una vita non nata, con l’annesso dramma umano di chi l’ha persa, a tonsille, adenoidi, appendice o denti del giudizio.

follower blasi

Gente che scherza e fa la brillante sulla morte prematura di un essere umano, decisa probabilmente in modo tormentoso o capitata drammaticamente in modo inaspettato. Gente che sarebbe probabilmente capace di esultare per una madre che sopprime il feto o di dar ragione a quella sostenitrice della radical USA Alexandra Ocasio-Cortez secondo cui per combattere l’inquinamento dobbiamo tutti cominciare a mangiare i bambini (ah, la nemesi…). Queste sono le legioni dell’orrore ideologico del femminismo. Così nera e lercia diventa l’anima di chi lo pratica e lo diffonde. Basta parlare di bambini, maternità, aborto, che il marciume spruzza fuori con la violenza e il valore di una scarica di dissenteria culturale. E nonostante tutto, queste persone sono considerate riferimenti e maestre di pensiero, invitate con ogni onore a distillare in pubblico il proprio livore viscerale verso l’esistenza. Una misura perfetta dei tempi che corrono.



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