Delitto Desirée: quanto è orribile avere ragione

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Desirée Mariottini
Desirée Mariottini

di Giorgio Russo – Fece scalpore, il 24 ottobre del 2018, l’articolo di questo blog intitolato “Delitto Desirée: c’è un’altra vittima. Il padre”. Più che scalpore, suscitò grande indignazione. Si era nel momento caldo della vicenda della povera Desirée Mariottini, sedicenne ritrovata stuprata e uccisa in un luogo degradato di Cisterna di Latina, frequentato da tossicodipendenti. Tutta la comunicazione pubblica, compresi i termini della questione, virava con decisione verso una forma vergognosa di “victim-blaming”: Desirée era una tossicodipendente che si vendeva per droga, la sua famiglia era disastrata, il padre un delinquente. Insomma, un po’ se l’era cercata.

Nonostante si trattasse di un delitto efferato e terribile, non una voce si alzava da parte del femminismo erinnico italiano per gridare allo scandalo del “fascio-patriarcato” che devasta la vita delle donne. Per forza: fin dal principio si sospettò che gli autori del delitto fossero immigrati e, com’è noto, in quei casi la retorica della violenza sulle donne cede il passo alla più potente retorica immigrazionista. Non per altro: l’immigrazione al momento innesca un business più grande del mito della violenza sulle donne, quindi le fanatiche in gonnella hanno imparato a tacere rispettosamente se un delitto contro una donna viene commesso da un non italiano.


Tanti altri erano complici indiretti del delitto.


Gianluca Zuncheddu
Gianluca Zuncheddu, padre di Desirée

In questo scenario da cortina di ferro mediatica, questo blog entrò a gamba tesa, al suo solito, affermando che al puzzle mistificato dei mezzi di comunicazione mancava un tassello: Gianluca Zuncheddu, il padre di Desirée. Ciò che veniva nascosto, si sosteneva nel pezzo, è che egli avesse provato a fare di tutto per tenere la figlia lontana da certe frequentazioni, anche adottando metodi malavitosi che, a quanto pare, l’uomo conoscesse bene per alcuni suoi trascorsi. Il suo intervento, sempre risultato efficace, venne bloccato dalla decisione dei magistrati di rinchiuderlo ai domiciliari per stalking, dopo che questi aveva schiaffeggiato la figlia. Da lì Gianluca aveva provato, tramite telefono, a stringere un cordone protettivo attorno alla figlia, senza però riuscirci.

Un padre che, pur con tutti i suoi difetti e le sue mancanze, era pronto a fare qualunque cosa per tutelare la figlia, era insomma stato messo in condizione di non poter agire attraverso una norma, quella anti-stalking, tra le più insensate del nostro ordinamento. La sua impotenza, anche alla luce dell’efficacia suoi interventi precedenti (compresa una scarica di botte a uno spacciatore in contatto con la figlia), aveva contribuito alla morte della giovane. E a ridurlo all’impotenza erano stati dei giudici, a loro volta attivati dall’ex moglie dell’uomo, che nel tempo aveva denunciato Gianluca per poi ritirare la querela e successivamente presentarne ancora. In questo senso su queste pagine si dichiarava vittima anche Gianluca Zuncheddu, mentre tanti altri, non solo gli esecutori materiali, erano complici indiretti del delitto che aveva tolto la vita a Desirée.


Nell’immaginario di tutti Desirée deve restare una poco di buono.


Gli arrestati per il delitto di Desirée

Davide Stasi, autore dell’articolo, finì al centro delle solite polemiche. Venne addirittura intervistato un paio di volte da una radio, “Radio Cusano Campus” di Roma, dove le due conduttrici, Arianna Caramanti e Misa Urbano, non lesinarono le usuali critiche miste agli usuali dileggi. Stasi rispose a tono e, dopo aver nominato l’innominabile (i centri antiviolenza e la pioggia di denaro che ricevono), non venne più interpellato. Curiosa coincidenza, poi ripetutasi altre volte (vedasi il caso de “La Zanzara”). Ma perché si vuole ricordare ora quei frangenti e quell’articolo in particolare? Perché adesso, a più di un anno di distanza, l’evoluzione del processo a carico degli accusati Yussef Salia, Alinno Chima, Mamadou Gara e Brian Minthe sembra dare ragione a quella presa di posizione.

I rilievi autoptici sul corpo della giovane hanno dimostrato che Desirée, al momento della violenza, era vergine. Dunque le allusioni sul suo “vendersi per droga” erano solo vergognose illazioni mediatiche proposte forse per alleggerire la responsabilità degli stupratori-assassini. Il quadro che emerge della giovane nelle testimonianze è del tutto diverso da quello dato ai tempi, e tuttavia non si vedono testate giornalistiche fare ammenda o per lo meno darne notizia con l’evidenza dovuta. Nell’immaginario di tutti Desirée (un po’ come Pamela Mastropietro) deve restare una poco di buono, una drogata un po’ puttana che, in fondo, se l’è cercata. Ovvio: se gli stupratori e omicidi fossero stati italiani, avremmo le piazze piene di femministe infuriate a fare balletti contro il “violador”. In questo caso no.


Gianluca avrebbe salvato sua figlia?


Ma il fatto più rilevante è la testimonianza proprio del padre, Gianluca Zuncheddu. Copia-incolliamo direttamente da “Il Messaggero” (che essendo di Roma non può proprio evitare di notiziare la vicenda): “Il papà, Gianluca Zuncheddu, ascoltato ieri ha raccontato così la sua Desirée: «Era una ragazza debole, se avessi potuto riprendermela l’avrei tirata fuori, l’avrei salvata». L’uomo una settimana prima era andato a casa dell’ex moglie, «volevo portarla via, poi ho visto che aveva del vino nella borsa e le ho dato due schiaffi e sono stato arrestato, giacché c’era nei miei confronti un divieto di avvicinamento per stalking». Dopo la morte della figlia è andato a San Lorenzo: «A cercare la verità, ho svolto mie personali indagini. E scoperto che Desirée era stata tradita, “venduta” da due amiche, due ragazze di colore. Mia figlia le aveva cercate perché una di loro si era presa il suo tablet».

Gianluca conosceva quell’ambiente, piaccia o no è così. Sapeva come muoversi, ha fatto il possibile prima e anche dopo la morte della figlia, probabilmente trovando molti più riscontri degli inquirenti e delle forze dell’ordine. Ma soprattutto, lo conferma a viva voce, l’applicazione miope di una legge sbagliata, quella contro lo stalking, gli legò le mani. Esattamente come ipotizzò l’articolo di questo blog nell’ottobre 2018. Se libero di agire, Gianluca avrebbe salvato sua figlia? Desirée sarebbe ancora viva e instradata verso un percorso di vita normale e regolare? Nessuno lo sa e non ha senso fare ipotesi. Occorre stare ai dati certi: c’era una persona che avrebbe potuto contribuire a proteggerla e salvarla, ma gli ondivaghi capricci di una ex moglie e l’applicazione stolida e disumana di una legge sbagliata gliel’hanno impedito.


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